La guerra tra Stati Uniti e Iran ha riportato l’Europa davanti a una verità aveva provato a nascondere sotto il tappeto dopo il 2022, il vecchio continente è energeticamente fragile. La sicurezza energetica non si misura solo nella quantità di combustibile disponibile, ma nella continuità delle rotte, nella tenuta delle infrastrutture e nella capacità di assorbire uno shock di prezzo senza mandare fuori scala inflazione, industria e trasporti.

Al 10 aprile 2026 il cessate il fuoco tra Washington e Teheran non ha ancora ripristinato la normalità nelle rotte del golfo. Il cuore della crisi resta lo Stretto di Hormuz, il collo di bottiglia da cui nel 2025 sono transitati quasi 20 milioni di barili al giorno tra greggio e prodotti petroliferi. Sul lato gas, attraverso Hormuz è passato
quasi il 19% del commercio mondiale di GNL, con oltre 112 miliardi di metri cubi nel 2025. È questo il dato che spiega perché il mercato continui a reagire con nervosismo, non si tratta di qualche carico in ritardo, ma della vulnerabilità di una quota decisiva dell’offerta mondiale.
Per l’Europa l’esposizione diretta è significativa ma non totalizzante a differenza della crisi del 2022 dovuta dall’interruzione delle forniture russe. Secondo la Commissione europea, dallo stretto passa circa l’8,5% del GNL dell’UE, il 7% del suo petrolio e soprattutto il 40% di jet fuel e diesel.
È proprio quest’ultimo dato a spiegare perché la crisi si stia manifestando con particolare violenza sui carburanti per aviazione, sul diesel e in generale sul mercato dei raffinati, molto più che su un’ipotetica mancanza improvvisa di energia per le famiglie (come fu nella crisi del 2022).
Il 9 aprile, secondo i dati citati da Reuters, nello stretto sono transitate solo 7 navi in 24 ore, contro circa 140 normalmente transitanti, meno del 10% dei livelli di regime. Per far fronte a questa mancanza le raffinerie europee e asiatiche stanno inseguendo gli stessi barili non mediorientali, Mare del Nord, Africa occidentale, Stati Uniti, facendo schizzare i premi sui greggi immediatamente disponibili.
Sul fronte gas la questione europea è tuttavia diversa; l’Europa non dipende in modo rilevante dal gas del golfo, ma dipende sempre di più da un mercato globale del GNL nel quale il Qatar conta enormemente. Reuters stima che quest’anno il GNL coprirà circa il 45% della fornitura gas europea, pari a 174 bcm, contro il 19% prima della rottura con la Russia.
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Nel 2025 il Qatar ha rappresentato il 3,5% della fornitura complessiva di gas dell’UE, mentre gli Stati Uniti sono saliti al 25,4%; per le sole importazioni di GNL dell’UE, Eurostat indica una quota USA del 56%, seguita da Russia 13,9%, Qatar 8,9% e Algeria 6,6%. L’Europa, insomma, è oggi meno legata ai gasdotti russi ma
molto più esposta alla competizione globale sui cargo, il danneggiamento degli hub quatarioti significa quindi una riduzione di produzione a livello globale che implica un aumento generale del costo della materia. È proprio qui che la crisi del Golfo colpisce il continente nel momento peggiore, infatti a fine marzo gli stoccaggi europei erano scesi intorno al 28%, ben sotto la media quinquennale, e Bruxelles ha chiesto agli Stati membri di iniziare a riempirli già da aprile. Il fabbisogno per la campagna estiva sarebbe enorme: secondo Kpler, l’Europa deve trovare l’equivalente di circa 700 cargo di GNL, pari a 67 bcm, solo per ricaricare gli stoccaggi. Se la paralisi di Hormuz durasse un mese, stime riportate da Reuters parlano di 7 milioni di tonnellate di GNL sottratte al mercato mondiale e di una perdita effettiva per l’Europa di circa 5,5 milioni di tonnellate, pari a 7,6 bcm, questo a causa del fatto che l’Asia attirerebbe una quota dei carichi alternativi. Questo non significa che l’Europa sia oggi sul punto di restare senza gas; il Gas Coordination Group della Commissione ha confermato il 9 aprile che non esiste un rischio immediato per la sicurezza degli approvvigionamenti e che le iniezioni nei depositi sono ripartite dall’inizio del mese. L’infrastruttura europea, grazie ai nuovi rigassificatori entrati in servizio dopo
il 2022, viene considerata in grado di arrivare ad almeno l’80% di riempimento entro il 1° novembre, obiettivo minimo fissato per l’inverno. Ma lo stesso gruppo ammette che il mercato resta volatile, che i livelli di stoccaggio sono inferiori alla media degli ultimi cinque anni e che il danno alle infrastrutture nel Golfo avrà effetti più lunghi della stessa tregua.
Gli stati del Golfo hanno un ‘’piano B’’, che tuttavia non basterà a far tranquillizzare i mercati. L’IEA stima che i bypass terrestri sauditi ed emiratini possano deviare solo tra 3,5 e 5,5 milioni di barili al giorno, una frazione dei quasi 20 milioni che passano normalmente da Hormuz. E la situazione è peggiorata ulteriormente quando gli attacchi alle infrastrutture saudite hanno ridotto di circa 600 mila barili al giorno la capacità produttiva del regno e di circa 700 mila barili al giorno il flusso nell’East-West Pipeline, cioè proprio la principale via alternativa verso il Mar Rosso.
Allo stato attuale, le scorte, da sole, non possono risolvere il problema ma possono quantomeno evitare il panico. L’UE impone ai Paesi membri di mantenere riserve d’emergenza pari ad almeno 90 giorni di importazioni nette o 61 giorni di consumo, a seconda di quale soglia sia più alta.
Parallelamente, i Paesi IEA hanno approvato a marzo il più grande rilascio coordinato di sempre pari a 400 milioni di barili, di cui 107,5 milioni dall’Europa.
La situazione italiana ad oggi:
L’Italia, dentro questa crisi, si trova in una posizione ambivalente. Da un lato non è il Paese europeo più vicino a una crisi fisica di approvvigionamento; dall’altro è uno di quelli che pagano di più ogni aumento del gas, perché il gas pesa ancora troppo nel mix energetico nazionale. Prima della guerra, circa il 10% del consumo complessivo di gas italiano era coperto da GNL qatariota, mentre il Medio Oriente valeva circa il 12% delle importazioni petrolifere del Paese. Reuters riferisce che il fornitore del Golfo ha già notificato all’Italia che 10 carichi di GNL tra aprile e metà giugno non
saranno consegnati. Inoltre, qualora Hormuz dovesse ipoteticamente riaprire oggi stesso, la catena logistica impiegherebbe almeno 40 giorni a far arrivare le prime forniture, meno delle due settimane di tregua. Ciò significherebbe non solo una magra consolazione per i paesi importatori, ma anche un forte arricchimento delle tasche dei Pasdaran, che ad oggi chiedono 1$ a barile per il passaggio
dallo stretto, equivalente circa a 2 milioni di dollari per nave transitante.
Il punto più delicato per il Belpaese è il contratto di Edison con QatarEnergy che prevede la fornitura di 6,4 miliardi di metri cubi l’anno, all’incirca il 10% del fabbisogno annuo italiano. Dopo i danni a Ras Laffan e il blocco dei transiti, l’Italia ha aperto contatti con Stati Uniti, Algeria e Azerbaigian per compensare la perdita dei volumi qatarioti. Da giugno dovrebbero iniziare le consegne verso l’Adriatic LNG del GNL proveniente da Golden Pass, il progetto texano di QatarEnergy ed Exxon.
Nel frattempo, QatarEnergy ha iniziato a riavviare parte degli impianti, ma
il ritorno alla piena operatività resta legato alla possibilità effettiva per le navi di attraversare Hormuz.
La situazione non è tuttavia drammatica, a favore dell’Italia gioca infatti la struttura diversificata del sistema di approvvigionamento. Già il 4 marzo il ministro Gilberto Pichetto Fratin sosteneva che il Paese fosse “abbastanza sicuro” sul piano quantitativo, grazie a una base di fornitori diversificata, Norvegia, Algeria, Azerbaigian, e a stoccaggi allora al 47%, contro una media UE vicina al 30%.
Sul piano infrastrutturale, la rete italiana dispone oggi di cinque terminali di
rigassificazione per circa 28 miliardi di metri cubi annui e di una capacità di stoccaggio gestita da Snam pari a 18,1 miliardi di metri cubi, inclusa la riserva strategica. Nel 2025 le importazioni italiane di GNL hanno superato 20 miliardi di metri cubi, coprendo circa un terzo della domanda nazionale di gas. Tuttavia, sempre secondo Reuters, l’Italia è oggi l’economia più gas-dipendente d’Europa, con circa il 38% del fabbisogno energetico totale coperto dal gas. Più del 40%
dell’elettricità nazionale è prodotta con gas, il che rende il Paese molto più sensibile di Francia, Spagna o Portogallo ad ogni variazione dei prezzi di mercato. Non a caso i prezzi medi all’ingrosso dell’elettricità in Italia sono saliti di almeno il 12% rispetto alla media del 2025, mentre la Banca d’Italia nello scenario aggiornato al 3 aprile considera per il secondo trimestre 2026 un petrolio a 103 dollari al barile e un gas a 55 euro/MWh.
Impatto nella quotidianità
Gli effetti della crisi iniziano ad essere visibili nella quotidianità, oltre all’aumento dei costi alla pompa, il 7 aprile quattro aeroporti italiani, Linate, Venezia, Treviso e Bologna, hanno dovuto gestire una temporanea tensione sul jet fuel, poi assorbita grazie a fornitori alternativi che minacciava lo stallo di alcuni voli. Non si sono verificati stop operativi, ma il segnale di vulnerabilità è stato recepito forte e chiaro. Il governo, del resto, si sta muovendo come in una situazione di crisi energetica piena, a febbraio ha infatti approvato un pacchetto da circa 3 miliardi di euro per contenere i prezzi all’ingrosso dell’energia; a marzo ha stanziato 417,4 milioni per
tagliare temporaneamente le accise sui carburanti e successivamente ha prorogato l’intervento con una misura da 500 milioni. Come durante la crisi del 2022, sullo sfondo resta anche l’opzione più controversa, quella del ritorno al carbone come extrema ratio.
Torna il carbone?
Pichetto Fratin ha detto che le centrali esistono e possono essere riattivate se necessario, mentre il Parlamento ha già avviato il rinvio al 2038 della chiusura definitiva degli impianti a carbone ancora in stand-by. A livello macroeconomico, il conto comincia già a vedersi. Reuters riferisce che il governo si prepara a ridurre la previsione di crescita 2026 dallo 0,7% allo 0,5-0,6%, mentre la Banca d’Italia stima +0,6% quest’anno e avverte che, in caso di shock energetico più prolungato, il Paese potrebbe scivolare verso una recessione nel 2027. È questa, in ultima analisi, la vera fotografia dell’Italia al 10 aprile 2026, non un Paese sul punto di restare senza energia, ma un Paese esposto più di altri a un’energia più cara, più volatile e in generale, un paese più destabilizzato dalla competitività industriale che la crisi del Golfo sta creando a livello globale.
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