Ostaggi del Golfo: anatomia di un collasso energetico annunciato

Come un malcapitato spettatore trascinato sul palco contro la propria volontà, l’Europa osserva il conflitto tra Stati Uniti e Iran come se fosse uno spettacolo altrui, salvo poi ritrovarsi coinvolta suo malgrado in una guerra di cui paga indirettamente il prezzo, soprattutto sul piano energetico.

I conflitti del XXI secolo non si misurano più soltanto in chilometri di territorio conquistato o nel numero di divisioni schierate sul campo. L’escalation tra Iran, Israele e Stati Uniti, con il suo potenziale deflagrante che avvolge l’intero Golfo Persico, sta cristallizzando in modo drammatico un cambio di paradigma militare e geopolitico, quello secondo cui la guerra moderna è diventata, nella sua essenza più tattica, una guerra all’energia. Che siano strutture di stoccaggio, produzione o approvvigionamento, che siano rotte, strade o flotte ad oggi la nuova frontiera della guerra di logoramento punta a trincerare il nemico all’interno dei propri confini rendendo sempre più opprimente la morsa dell’isolamento energetico. Siamo quindi di fronte a un’evoluzione strategica radicale; l’annientamento delle forze armate dell’avversario non è più l’obbiettivo primario, oggi il focus si è spostato sulle infrastrutture critiche. La logica della strategia è scontata nella sua semplicità: colpire la rete energetica nemica significa recidere la linfa che tiene in vita la sua economia, le sue industrie, i server su cui si regge la sua finanza e più in generale significa congelare la sua intera catena logistica. L’illusione di una guerra puramente cinetica, fatta solo di truppe e droni, si scontra con la realtà della nostra società iper-connessa e tecnologicamente avanzata che non può più sopravvivere un solo giorno senza idrocarburi ed elettricità, a cui sembrano bastare i serbatoi vuoti per essere messa in ginocchio. 

Nel secolo scorso, la resilienza di una nazione in tempo di guerra si misurava sulla tenuta della linea del fronte e sulla capacità industriale di convertire le fabbriche per produrre armamenti. Oggi, il baricentro strategico si è spostato, la tenuta del  fronte si misura in giorni, se non in ore, di autonomia energetica e logistica.

Vittime dell’estrema ottimizzazione dettata dal modello just-in-time, l’occidente si regge su catene di approvvigionamento che, per far fronte alla domanda, lavorano incessantemente. Se si interrompe la fornitura di carburante o i prezzi schizzano fuori controllo a causa di un blocco navale, le arterie logistiche si ostruiscono e gli scaffali dei supermercati rischiano di svuotarsi in pochissimo tempo e noi siamo,  ancora una volta, costretti a fare i conti con l’intrinseca instabilità che stare in cima alla piramide del globalismo comporta. In questo quadro asimmetrico, gli attacchi militari convenzionali volti alla conquista territoriale perdono quasi di significato strategico se paragonati al potenziale devastante di una crisi di approvvigionamento indotta. Le nazioni moderne, l’Europa in primis, si scoprono giganti dai piedi d’argilla; possiedono difese antimissilistiche all’avanguardia e caccia di quinta generazione, ma rimangono drammaticamente indifese di fronte all’interruzione di quel flusso pedissequo e costante che le tiene in vita.

Hormuz tra ieri ed oggi: alla ricerca di un nuovo equilibrio

Lo stretto di Hormuz è uno dei tre principali chokepoints dell’economia mondiale, insieme allo stretto di Malacca e a quello di Bāb el-Mandeb. Tuttavia, a differenza di questi due, Hormuz non può essere in alcun modo aggirato da molti paesi esportatori di idrocarburi, il cui unico sbocco sul mondo risulta essere nel Golfo Persico. Stati come Kuwait, Bahrein, Qatar, Iraq e UAE a causa della loro importanza precipua nello scacchiere energetico globale rendono di fatto lo stretto un asset geostrategico per i Pasdaran che ne possono discrezionalmente regolare il flusso e, con dispotico zabernismo, deciderne arbitrariamente la chiusura coercitiva. Nel suo punto più angusto, lo stretto misura appena 33 chilometri di larghezza, ma le corsie di navigazione sicure per le superpetroliere sono larghe non più di tre chilometri per senso di marcia. Attraverso Hormuz transitano ogni giorno circa 21 milioni di barili di petrolio, equivalenti a oltre il 20% del consumo mondiale giornaliero. Non si tratta solo di greggio, ma anche di gas: attraverso questo passaggio transita infatti circa un quinto del commercio globale di GNL, soprattutto dal Qatar e dagli Emirati Arabi Uniti, una risorsa diventata imprescindibile per l’Europa dopo il taglio delle forniture russe. 

Ad oggi risulta difficile decifrare il comportamento di Trump, se da un lato era per i vertici americani impellente la necessità di annientare le capacità nucleari iraniane, dall’altro sorprende come possa essere stata ignorata una conseguenza così scontata del conflitto come la chiusura di Hormuz. La distruzione di oltre quaranta navi della marina iraniana non è stata una contromisura sufficiente per impedire il controllo dello stretto ai Pasdaran, che minacciano il passaggio del valico con droni e missili e con una capacità di fuoco che le contraeree del golfo non sono in grado di gestire con sicurezza assoluta. La storia questa volta non insegna, ma anzi fornisce ai più attenti osservatori un campanello d’allarme nell’interpretazione del bilanciamento dei poteri tra gli USA e alcuni paesi non allineati.

Il precedente più prossimo è certamente quello della cosiddetta “Guerra delle petroliere”, tra il 1984 e il 1988, uno dei capitoli più destabilizzanti del conflitto tra Iran e Iraq. In quegli anni, i due Paesi presero di mira in modo sistematico petroliere e navi mercantili nel Golfo per colpire le rispettive entrate energetiche: furono attaccate oltre 400 imbarcazioni. Il risultato fu un’impennata della tensione internazionale, un forte nervosismo sui mercati e, alla fine, l’intervento diretto degli Stati Uniti, che con l’Operazione Earnest Will iniziarono a scortare i convogli commerciali attraverso una delle rotte energetiche più sensibili del pianeta. La presenza egemone americana rendeva l’attacco delle petroliere scortate un atto ostile nei confronti di Washinton, una briga che nessuna delle due fazioni, indebolite dal logorante conflitto, aveva intenzione di prendersi. Ad oggi la presenza americana viene invece affrontata sempre con una certa circospezione ma senza quel timore reverenziale degli anni Ottanta. L’atteggiamento cesaropapista di dell’Ex Guida Suprema Ruhollah Khomeyni prima, e di Ali Khamanei poi sembra tuttavia essersi dissipato con l’elezione del nuovo leader Mojtaba Khamenei, figlio di Ali, il quale non solo non è mai apparso in forma ufficiale, ma da alcune fonti è stato detto già gravemente ferito.

Il cambiamento dell’economia energetica nel Golfo

In che modo quindi oggi la situazione è diversa rispetto all’intervento americano del 1987? Gli Stati Uniti con la sola presenza a presidio dello stretto non hanno più quel potere di deterrenza che gli veniva attribuito quarant’anni fa, e con Hormuz chiuso la finanza energetica mondiale si ritrova con l’acqua alla gola. Oltre i 20 milioni di barili al giorno del 2025, ad Hormuz sono passati anche 110 miliardi di metri cubi di GNL, quasi un quinto del commercio globale. È su questa massa critica che i mercati prezzano il rischio; non la perdita di qualche cargo, ma la possibilità che una quota decisiva dell’offerta mondiale diventi improvvisamente inaffidabile. Ma il chokepoint, prima ancora della scarsità materiale, passa dal mercato assicurativo e dal costo del trasporto. Quando un’area viene considerata non più rischiosa ma potenzialmente ingestibile, salgono i war risk premiums, si restringe la capacità di copertura e ogni viaggio va riassicurato quasi caso per caso. Nell’attuale crisi del Golfo Reuters ha documentato rincari superiori al 1000% per alcune coperture; le polizze scafo sono passate in certi casi da circa 0,25% a 3% del valore della nave, il che su una petroliera da 250 milioni di dollari significa un salto da circa 625 mila a 7,5 milioni di dollari per singolo viaggio. In parallelo, anche i noli delle superpetroliere sono esplosi; già nel giugno 2025 i premi di guerra avevano spinto al rialzo le tariffe, e nelle settimane più tese del 2026 le VLCC (Very Large Crude Carrier) sulla rotta Medio Oriente-Asia hanno superato i 60 mila dollari al giorno, per poi correre ancora più in alto con l’aggravarsi della crisi. In altre parole, Hormuz può essere paralizzato anche senza un blocco navale perfetto, basta dimostrare la sfrontatezza di non temere una rappresaglia statunitense, o quantomeno il voler giocare a poker con Trump e vedere nella deterrenza un bluff. 

Non solo, per far fronte all’attuale crisi energetica si parla di un “piano B” garantito da altre infrastrutture che tuttavia si infrange rapidamente contro l’aritmetica dei volumi. È vero, Riad e Abu Dhabi hanno costruito nel tempo preziose valvole di sfogo terrestri, i sauditi deviano il greggio verso il Mar Rosso attraverso il sistema Petroline, mentre gli emiratini usano l’oleodotto Habshan-Fujairah per sbucare direttamente nel Golfo di Oman. Ma i registri IEA smontano facilmente l’illusione del bypass dell’Iran; a fronte dei quasi 20 milioni di barili al giorno transitati per Hormuz nel 2025, queste scorciatoie garantiscono un cuscinetto di salvataggio reale compreso tra i 3,5 e i 5,5 milioni di barili, un rivolo, a conti fatti, che suona più come la paralipomena di un progetto non terminato piuttosto che di un’alternativa valida, dimostrando come negli anni ci si è fidati troppo del delicato equilibrio e del buonsenso del governo degli Ayatollah. E se per il petrolio il quadro è critico, per il gas sembra trasformarsi in una trappola perfetta; il GNL di Qatar ed Emirati Arabi non dispone di alcun corridoio di riserva, sbarrare lo stretto significa, molto banalmente, cancellare dai mercati globali oltre 300 milioni di metri cubi di gas al giorno in un colpo solo, ed è così che una buona fetta degli idrocarburi destinati ai mercati occidentali resta fisicamente in ostaggio dei Pasdaran e dei loro Khalij Fars. 


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Analista di difesa e sicurezza internazionale, ha una Laure Magistrale in Relazioni internazionali con major in security presso l'università LUISS Guido Carli di Roma, ed un MA in intelligence and International Security ottenuto presso il dipartimento di War Studies del King's College di Londra. Ha collaborato con la Marina Militare italiana nel ruolo di Political Advisor (POLAD) nell'ambito dell'esercitazione militare Mare Aperto 2022, ha inoltre collaborato con BizGees un team di professionisti che sostiene imprenditori e comunità di rifugiati a livello globale. Infine è stato analista per NCT Consultants, una società di consulenza, addestramento e networking attiva nel campo delle minacce non convenzionali, in particolare nei settori CBRN, EOD, C-IED e HAZMAT e main editor della rivista CBNW Magazine. Ha alle spalle alcune pubblicazioni presso prestigiosi enti nazionali ed internazionali come Rivista Aeronautica e il CSDS, trattando temi come le nuove frontiere della sicurezza artica e l'utilizzo di UAV in scenari bellici.