Economia circolare al top, ma transizione energetica al palo: l’Italia perde posizioni in Europa

C’è un’Italia che guida l’Europa con l’eccellenza delle sue filiere e la capacità di fare sistema, e c’è un’Italia che arranca, prigioniera della burocrazia e di una pericolosa dipendenza dalle fonti fossili. È la fotografia, nitida e a tratti impietosa, scattata dal Rapporto 2026 “Transizione energetica, decarbonizzazione, economia circolare: Europa avanti piano, Italia indietro tutta”, curato da Duccio Bianchi per l’Istituto Ambiente Italia.

Il documento, presentato ad Alba nel corso dell’undicesima edizione di Circonomia – il Festival nazionale dedicato all’economia circolare e alla sostenibilità –, mette a nudo una verità scomoda: il motore verde del nostro Paese si è bruscamente inceppato. Per anni saldamente sul podio europeo per performance ambientali complessive, l’Italia quest’anno scivola al quarto posto nell’Unione Europea, superata da Danimarca, Olanda e Austria. Un declassamento che non è un semplice dettaglio statistico, ma il sintomo di un blocco strutturale.

Il “miracolo” della circolarità: l’eccellenza che resiste

Se l’analisi globale lancia un allarme, il comparto della gestione dei rifiuti e del riciclo si conferma il fiore all’occhiello del sistema Italia. Nel blocco degli indicatori di circolarità, il nostro Paese non ha rivali tra le grandi economie del Continente:

  • Tasso di circolarità generale: l’Italia tocca la quota record del 93%, distaccando nettamente la media dell’Unione Europea, ferma al 61%.

  • Riciclo dei rifiuti urbani: con il 52,3%, l’Italia supera la media UE (48,1%), mantenendo un trend di crescita costante (+1,7% nell’ultimo quinquennio).

Questi dati dimostrano che quando l’industria e i cittadini italiani vengono messi nelle condizioni di operare – forti di una tradizione consolidata nell’uso efficiente delle risorse scarse – il Paese è in grado di esprimere primati assoluti. Il problema sorge quando lo sguardo si sposta dalla materia all’energia.

La frenata sui fossili: l’Europa accelera, Roma frena

Il vero cuore critico del Rapporto 2026 riguarda gli indicatori energetici e climatici. Qui la classifica è dominata da Svezia e Danimarca. Un dato, questo, che dovrebbe far riflettere: pur partendo da uno “svantaggio climatico” oggettivo (le temperature del Nord Europa impongono consumi termici storicamente molto più elevati rispetto all’area mediterranea), i Paesi scandinavi hanno saputo decarbonizzare i propri sistemi a velocità doppia rispetto all’Italia.

Il confronto sul quinquennio 2019-2024 è impietoso. Mentre l’Unione Europea nel suo insieme ha ridotto il consumo di energia da fonti non rinnovabili (essenzialmente combustibili fossili) del 13%, l’Italia ha registrato una contrazione quasi impercettibile, pari ad appena il 4%.

Anche sul fronte dell’efficienza generale i progressi italiani sono anemici: i consumi energetici procapite in Italia sono diminuiti del 9%, contro il 12% della media europea. Dal 2022 in poi, la crescita italiana in questo settore è risultata sistematicamente inferiore a quella dei principali partner continentali, posizionando l’Italia agli ultimi posti in Europa per tasso di miglioramento nell’ultimo decennio.

Riduzione consumo fonti fossili (2019-2024)
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Media Unione Europea  █████████████ 13%
Italia                ████ 4%
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Il paradosso del sole: il fotovoltaico cresce a metà velocità

Il ritardo più clamoroso si registra nel settore dove l’Italia, per ragioni geografiche, dovrebbe dettare la linea: l’energia solare.

Tra il 2019 e il 2025, la capacità fotovoltaica italiana è poco più che raddoppiata (+111%). Nello stesso arco di tempo, l’Unione Europea ha quasi triplicato la propria potenza installata (+173%). Il confronto con i vicini europei è sbilanciato: la Germania, partendo da volumi già enormemente superiori ai nostri, ha incrementato la propria capacità del 140%, mentre la Spagna ha vissuto un vero e proprio boom energetico, registrando un balzo del +372%.

Di conseguenza, la quota italiana di rinnovabili sui consumi finali complessivi è aumentata di un risicato 7% nel quinquennio analizzato. Nello stesso periodo, l’Europa è cresciuta in media del 27%, con picchi del 30% in Germania, 35% in Francia e 42% in Spagna.

Le implicazioni geopolitiche: a rischio la sovranità nazionale

Questo stallo non è solo una questione di target ambientali mancati o di sanzioni europee all’orizzonte. C’è un tema di sicurezza economica e geopolitica profondo, sollevato con forza dai vertici di Circonomia.

“L’immagine che emerge è quella di un ‘bicchiere relativamente pieno’, rappresentato dalla circolarità, affiancato da un ‘bicchiere semivuoto’, quello della transizione energetica”, ha dichiarato Roberto Della Seta, Direttore Scientifico del Festival. “Il ritardo italiano nella decarbonizzazione energetica è un grande problema non solo nella lotta alla crisi climatica: è un danno all’interesse generale del Paese. Continuare a dipendere dai fossili nel mondo instabile di oggi significa mettere a rischio la nostra sovranità e la nostra indipendenza economica”.

A livello europeo, il quadro generale mostra un continente che, seppur “avanti piano”, si sta muovendo nella direzione corretta: calano i consumi energetici procapite e cresce la quota di elettricità pulita (l’unica nota storta è il leggero aumento delle emissioni medie delle nuove auto immatricolate). L’Italia, invece, rischia di rimanere isolata, aggrappata a vecchi modelli di approvvigionamento mentre il resto d’Europa ridisegna la propria mappa industriale ed energetica.

Senza una radicale semplificazione burocratica e uno sblocco deciso degli investimenti sul fronte delle rinnovabili, l’eccellenza italiana nel riciclo rischia di non bastare più a garantire la competitività del sistema Paese.


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