Dal cielo di Teheran alle acque di Hormuz: l’impronta ambientale della guerra

Quasi 30 mila tonnellate di anidride solforosa sprigionate dagli incendi
petroliferi, milioni di tonnellate di CO₂ equivalente e decine di incidenti navali.
La guerra tra Iran, Israele e Stati Uniti presenta un conto ambientale ancora
difficile da calcolare.

La notte del 7 marzo 2026, mentre bruciavano depositi e impianti petroliferi
nell’area di Teheran, i satelliti hanno seguito una nube di anidride solforosa
allargarsi sopra l’Iran. Nel giro di uno o due giorni gli incendi avrebbero liberato
nell’atmosfera circa 29.800 tonnellate di SO₂, interessando una superficie di
quasi 300 mila chilometri quadrati, poco meno dell’intero territorio italiano.
La stima arriva da uno studio pubblicato su Advances in Atmospheric Sciences, realizzato utilizzando le osservazioni dei satelliti cinesi FY-3 e dell’europeo Sentinel-5P. A bruciare sono stati, tra gli altri, il deposito di Aqdasieh, gli impianti di Shahran e Karaj e la raffineria di Teheran, una struttura in grado di lavorare circa 225 mila barili di petrolio al giorno.

Il peso climatico e ambientale delle operazioni militari

La dimensione dell’incendio diventa più chiara utilizzando una metrica
comparativa; nel 2024, stando ai dati Ispra, l’Italia ha prodotto circa 70 mila
tonnellate di ossidi di zolfo. I roghi di Teheran avrebbero quindi sprigionato, in
pochi giorni, una quantità pari al 42% del totale annuale italiano, l’equivalente di
circa cinque mesi di emissioni nazionali. Tuttavia, il diossido di zolfo è soltanto
una delle sostanze generate dalla combustione di petrolio e prodotti raffinati,
nel fumo possono essere presenti particolato fine, black carbon, ossidi di azoto,
monossido di carbonio, idrocarburi policiclici aromatici e metalli come nichel e
vanadio. L’UNEP ha avvertito che queste sostanze non restano necessariamente
sospese nell’atmosfera con le precipitazioni che possono trasferirle sui terreni
agricoli, nelle acque superficiali e, col tempo anche nelle falde. Le segnalazioni
di piogge nere o acide risultano infatti compatibili con la presenza della nube,
ma serviranno analisi sul campo per stabilirne composizione e conseguenze
sanitarie.

Una prima valutazione della Climate and Community Institute attribuisce ai
primi quattordici giorni di guerra circa 5,05 milioni di tonnellate di CO₂
equivalente, pari a quanto emettono in un anno quasi 1,1 milioni di automobili a
benzina e corrisponde, indicativamente, a cinque giorni delle emissioni
complessive italiane. Questo numero è stato prodotto calcolando la distruzione
e la futura ricostruzione degli edifici, con 2,4 milioni di tonnellate, i combustibili
bruciati nei depositi e negli impianti, con 1,88 milioni, il carburante consumato
da aerei, navi e mezzi militari, con altre 529 mila tonnellate la produzione delle
armi utilizzate e infine con 227 mila tonnellate la sostituzione dei mezzi distrutti.
Il calcolo non rappresenta esclusivamente ciò che è stato emesso durante i bombardamenti. Comprende anche il carbonio incorporato nella produzione
delle armi e quello che verrà generato dalla ricostruzione, insomma, viene
considerata l’intera macchina della guerra.

72 incidenti navali confermati dall’inizio delle ostilità e 21 vittime tra i marittimi

In concomitanza anche il mare di Hormuz non se la sta passando bene, al 2
settembre l’International Maritime Organization registrava 72 incidenti navali
confermati dall’inizio delle ostilità e 21 vittime tra i marittimi. L’affondamento
della Safeen Prestige ha lasciato una chiazza oleosa, mentre episodi di
inquinamento sono stati segnalati anche per la JV Innovation e la Olympic Life. Un
rapporto delle Nazioni Unite riferisce inoltre di una chiazza lunga più di otto
chilometri nello Stretto di Hormuz e di altri sversamenti vicino all’isola iraniana
di Lavan e alle coste del Kuwait. La superficie delle chiazze non consente però di
stabilire quanto petrolio sia effettivamente finito in mare. Il bilancio dipende
dallo spessore del combustibile, dalle correnti, dalle condizioni meteorologiche
e dalla capacità di intervenire in aree ancora interessate dalle operazioni militari,
fatto sta che l’ecosistema dello stretto non beneficia certamente del conflitto.

Il rischio nucleare finora non si è materializzato

Gli attacchi contro Natanz, Bushehr, Esfahan, Yazd e altri impianti contenenti
sorgenti radioattive hanno sollevato il timore di una contaminazione nucleare,
tuttavia le comunicazioni raccolte nella banca dati dell’Aiea non indicano, al
momento, aumenti della radioattività all’esterno dei siti o dispersioni
confermate di materiale radioattivo. Il danno ambientale finora documentato è
dunque soprattutto petrolifero, atmosferico e chimico. Per conoscerne la reale
estensione bisognerà attendere campionamenti dei terreni, delle acque e
dell’aria, oggi ancora ostacolati dalle condizioni di sicurezza.


Per ricevere quotidianamente i nostri aggiornamenti su energia e transizione ecologica, basta iscriversi alla nostra newsletter gratuita

Tutti i diritti riservati. E' vietata la diffusione
e riproduzione totale o parziale in qualunque formato degli articoli presenti sul sito.
Analista di difesa e sicurezza internazionale, ha una Laure Magistrale in Relazioni internazionali con major in security presso l'università LUISS Guido Carli di Roma, ed un MA in intelligence and International Security ottenuto presso il dipartimento di War Studies del King's College di Londra. Ha collaborato con la Marina Militare italiana nel ruolo di Political Advisor (POLAD) nell'ambito dell'esercitazione militare Mare Aperto 2022, ha inoltre collaborato con BizGees un team di professionisti che sostiene imprenditori e comunità di rifugiati a livello globale. Infine è stato analista per NCT Consultants, una società di consulenza, addestramento e networking attiva nel campo delle minacce non convenzionali, in particolare nei settori CBRN, EOD, C-IED e HAZMAT e main editor della rivista CBNW Magazine. Ha alle spalle alcune pubblicazioni presso prestigiosi enti nazionali ed internazionali come Rivista Aeronautica e il CSDS, trattando temi come le nuove frontiere della sicurezza artica e l'utilizzo di UAV in scenari bellici.