L’entrata in vigore della normativa sull’Epr, nell’ottobre del 2025, ha segnato un momento cruciale per il mercato britannico, introducendo l’obbligo per produttori e importatori di farsi carico dei costi operativi e finanziari legati all’intero ciclo di vita degli imballaggi. Sebbene l’obiettivo dichiarato dal governo fosse quello di incentivare una transizione decisa verso soluzioni più sostenibili, i dati raccolti da Aquapak mostrano uno scenario diametralmente opposto.

Attualmente, il sistema impone alle aziende di dichiarare tonnellaggio e tipologia di materiali immessi sul mercato, pagando una tariffa proporzionale che dovrebbe riflettere l’impatto ambientale. Tuttavia, la struttura dei costi sta generando distorsioni preoccupanti, dove la plastica convenzionale beneficia spesso di tasse inferiori rispetto a soluzioni innovative a base di fibra di carta.
Il nodo delle definizioni e le barriere all’innovazione
Il problema centrale risiede in una classificazione dei materiali ritenuta eccessivamente rigida e non aggiornata rispetto alle moderne tecnologie di confezionamento. Secondo le direttive attuali, un imballaggio può essere definito come carta solo se composto per almeno il 95% da fibre naturali in termini di peso. Qualora la presenza di materiali non fibrosi, come strati barriera o rivestimenti funzionali necessari per la conservazione dei prodotti, superi la soglia del 5%, l’imballaggio viene automaticamente riclassificato nella categoria dei compositi fibrosi.
Questa distinzione puramente numerica non tiene conto della reale riciclabilità del prodotto nei processi industriali, dove molti di questi rivestimenti potrebbero essere facilmente rimossi e recuperati.
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Epr: discrepanze normative tra Regno Unito ed Europa
Il quadro legislativo britannico appare sensibilmente più restrittivo rispetto agli standard adottati nel resto del continente europeo. Il dipartimento per l’Ambiente, l’Alimentazione e gli Affari Rurali stabilisce che ogni confezione con oltre il 15% di componente plastica sia considerata non riciclabile, impedendone di fatto la raccolta differenziata su larga scala.
Al contrario, in Europa i limiti per il contenuto non fibroso sono generalmente fissati tra il 20% e il 30%, con una valutazione della riciclabilità basata su test prestazionali piuttosto che sulla semplice composizione chimica. Questa impostazione penalizzerebbe materiali che, pur superando le soglie arbitrarie britanniche, hanno già dimostrato nelle prove pratiche di poter essere gestiti correttamente dalle infrastrutture di riciclo esistenti.
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L’impatto economico e la spinta verso la plastica
Le implicazioni finanziarie di tale assetto normativo sono evidenti: l’analisi dei costi evidenzia che mettere sul mercato imballaggi in plastica risulterebbe oggi più conveniente rispetto all’utilizzo di compositi fibrosi dotati di barriere protettive. Tale discrepanza è ritenuta ingiustificata dal punto di vista operativo, poiché il costo reale del riciclo tra un imballaggio in carta standard e uno composito è pressoché identico, con differenze trascurabili nell’efficienza del processo di recupero in cartiera.
Mark Lapping, amministratore delegato di Aquapak, ha espresso forte preoccupazione per la complessità della normativa, sottolineando come la mancanza di linee guida definitive e l’uso di tariffe ancora puramente illustrative stiano creando confusione nel settore. Secondo il dirigente, esiste il rischio concreto che l’Epr fallisca nel suo intento primario, ignorando il funzionamento reale degli imballaggi moderni e basandosi su percentuali fisse anziché su prove scientifiche di recupero delle fibre.
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Soluzioni tecnologiche per l’economia circolare
In questo contesto di incertezza legislativa, la ricerca scientifica propone alternative volte a superare i limiti dei polimeri convenzionali. Un esempio è rappresentato dallo sviluppo di Hydropol, un polimero idrosolubile e biodegradabile progettato per essere utilizzato come strato barriera su carta e cartone. A differenza delle plastiche tradizionali, questa sostanza si dissolve durante i processi di lavaggio tipici del riciclo, non lasciando residui tossici o microplastiche nell’ambiente.
Tali tecnologie sono già impiegate in vari settori, dalla moda alla logistica alimentare, e offrono la possibilità di creare confezioni che i consumatori possono smaltire persino in acqua calda o tramite i canali domestici, favorendo una transizione verso la circolarità che le attuali tariffe Epr rischiano però di rallentare.
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