Il settore della bioeconomia in Italia attraversa una fase di profonda trasformazione, segnata da un paradosso: nonostante il Paese generi il 14% del valore aggiunto dell’intero comparto europeo, pari a circa 426,8 miliardi di euro nel 2024, i comparti più innovativi segnano il passo. Il position paper di Chimica Verde Bionet, intitolato Chimica Verde ieri, oggi e domani, accende i riflettori su una stasi preoccupante, con la chimica bio-based in calo del 16% e le bioplastiche del 12%, a fronte di un agroalimentare che continua invece a trainare il sistema. Il documento, presentato a Firenze per il 20° anniversario dell’associazione, sottolinea come la vera sfida non risieda più solo nella crescita quantitativa dei prodotti bio-based sul mercato, ma nella loro reale capacità di abbattere le emissioni climalteranti e proteggere la biodiversità.

La visione proposta è chiara: la pianta deve essere considerata la prima, vera bioraffineria, e la chimica verde non deve essere una semplice alternativa tecnologica, ma un cambio di paradigma che affonda le sue radici nella salute del suolo e nella rigenerazione delle comunità rurali.
Dalle radici autarchiche all’avanguardia tecnologica
La storia della chimica verde italiana è un percorso fatto di intuizioni geniali e cicli industriali interrotti. Già negli anni Trenta, l’Italia sperimentava l’uso della canna comune a Torviscosa per produrre fibre tessili o la caseina del latte per il Lanital. Queste tecnologie, nate in contesti di isolamento economico, sono tornate prepotentemente d’attualità dopo il Duemila, trovando nuova linfa nelle ricerche di pionieri come Raul Gardini, che con il centro Fertec pose le basi per la nascita di realtà come Novamont.
Oggi il paradigma si sta ulteriormente evolvendo grazie all’integrazione tra chimica, biotecnologie industriali e digitale. I microrganismi, come batteri e lieviti, sono diventati i nuovi protagonisti delle fabbriche bio, capaci di trasformare rifiuti organici in molecole ad alto valore aggiunto, dai biofarmaci ai nuovi polimeri.
L’economia circolare contro il modello di guerra
Il cammino verso la sostenibilità si scontra oggi con ostacoli globali che il position paper definisce sistemici. Il diffondersi di un’economia legata agli sforzi bellici e alle incertezze geopolitiche rischia di privilegiare la massimizzazione delle rese a breve termine, a scapito della tutela del suolo e della diversificazione delle colture. A questo si aggiunge la pressione della concorrenza asiatica, che sta diventando il polo manifatturiero mondiale per i biochemicals, e il persistente differenziale di prezzo tra prodotti bio e convenzionali.
Tuttavia, la domanda di mercato resta forte: l’85% delle aziende che utilizzano bioplastiche lo fa per rispondere a una precisa richiesta dei consumatori. Per superare queste barriere, Chimica Verde Bionet propone misure concrete, come il riconoscimento normativo certo del bioprodotto, l’inserimento di quote obbligatorie negli appalti pubblici e lo sviluppo di modelli di contabilità del carbonio legati al suolo.
Bioeconomia e best practice: un laboratorio a cielo aperto nelle isole minori
Un esempio tangibile di questa transizione alla bioeconomia è rappresentato dal progetto Capraia Smart Island, dove l’associazione ha trasformato un territorio fragile in un modello internazionale di resilienza. Qui la teoria dell’economia circolare si traduce in gestione integrata dei rifiuti, agricoltura sostenibile e tutela del mare, dimostrando che il passaggio dall’idea alla realtà industriale è possibile.
Il futuro del settore, secondo il Piano d’implementazione 2025-2027, punta a un giro d’affari di oltre 500 miliardi entro il 2030, con la creazione di 300.000 nuovi posti di lavoro. La scommessa è trasformare i rifiuti organici e i sottoprodotti agricoli da scarti a risorsa, superando le lungaggini burocratiche e investendo in competenze multidisciplinari che uniscano chimica, bioinformatica e biologia applicata.
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