Coniugare giustizia ambientale e giustizia sociale per promuovere politiche green efficaci nella lotta al cambiamento climatico. E’ questo uno dei punti chiave sottolineati dal rapporto “15 Proposte per la giustizia sociale”, realizzato a fine marzo di quest’anno dal Forum Disuguaglianze e Diversità. Il documento contiene una serie di proposte di politiche pubbliche che analizzano, basandosi sulle idee dell’economista britannico Anthony Atkinson, tre meccanismi di formazione della ricchezza: il cambiamento tecnologico, la relazione tra lavoro e impresa, il passaggio generazionale. Al tema della sostenibilità ambientale è dedicata in particolare la proposta numero 10, intitolata ‘Orientare gli strumenti per la sostenibilità ambientale a favore dei ceti deboli’, che sottolinea l’importanza di una tematizzazione efficace dell’impatto sociale delle politiche di decarbonizzazione per favorire il buon esito del processo di transizione energetica.

Insieme a Vittorio Cogliati Dezza, membro del gruppo di coordinamento del Forum, abbiamo approfondito le richieste contenute nel documento. 

Da dove è nato l’input di affrontare anche le questioni ambientali all’interno delle proposte?

L’idea nasce dalla presa d’atto che le fasce di popolazione più fragili da un punto di vista economico sono anche quelle maggiormente escluse dai vantaggi delle politiche ambientali. Mi riferisco, ad esempio, alle detrazioni fiscali per le riqualificazioni energetiche o agli strumenti volti a favorire l’accesso alle rinnovabili.

Un’altra sollecitazione è venuta riflettendo su quello che è accaduto in Francia con il movimento dei gilet gialli. In quel caso una buona intenzione del presidente Macron, finalizzata ad aumentare l’imposizione fiscale sui veicoli più inquinanti, non aveva tenuto conto del fatto che quella misura pesava molto di più sui ceti meno abbienti.

Un’altra sollecitazione è venuta riflettendo su quello che è accaduto in Francia con il movimento dei gilet gialli. In quel caso una buona intenzione del presidente Macron, finalizzata ad aumentare l’imposizione fiscale sui veicoli più inquinanti, non aveva tenuto conto del fatto che quella misura pesava molto di più sui ceti meno abbienti. In generale, dal mio punto di vista, c’è bisogno di ripensare queste politiche ambientali in modo che non si configurino in termini universalistici, ma sappiano coniugare la giustizia sociale con la giustizia ambientale. Se questo non avviene c’è il rischio che le fasce più fragili, che oggi rappresentano una fetta molto consistente della popolazione, si oppongano a qualunque misura adottata. Per tutti questi motivi abbiamo ritenuto importante dedicare la decima proposta all’orientamento degli strumenti di sostenibilità ambientale a favore dei ceti più deboli.

Quali sono i punti in cui si articola la proposta 10?

I punti affrontati sono tre. Il primo è il reperimento di risorse per premiare la produzione e il consumo virtuoso di energia, di beni di consumo e l’adozione di modelli di mobilità green. In particolare gli strumenti individuati sono due: rimodulazione dei canoni di concessione del demanio (ad esempio, per attività estrattive o legate agli stabilimenti balneari); politiche fiscali che riducano al massimo le emissioni di CO2 e siano allo stesso tempo attente all’impatto sociale. Come dicevo prima, infatti, quando si parla di politiche fiscali per ridurre le emissioni inquinanti, ad esempio nel settore autotrasporto, non si possono introdurre modifiche dalla mattina alla sera. E’ invece fondamentale porre attenzione agli effetti sociali degli interventi, per evitare poi che la cittadinanza si opponga, come è avvenuto in Francia. In questo momento noi stiamo mettendo a punto, insieme a Legambiente, una proposta di interventi per la legge di Bilancio che tenga conto della necessità di questa gradualità. Verrà presentata a metà ottobre. 

Il secondo punto a cosa è dedicato?

Il secondo punto affronta il tema di una gestione mirata dei cambiamenti in atto nel settore energetico. Il tutto con un focus sulla rimozione degli ostacoli ai processi di decentramento energetico e di diffusione delle Fer. In questo senso un elemento chiave è l’adozione di una visione complessiva del sistema energetico che tematizzi in modo olistico tutti gli aspetti relativi a produzione e consumo e si traduca in interventi concreti per la riduzione degli effetti del cambiamento climatico. Tuttavia la vera sfida sta nel cambio di passo di queste politiche che, tra i criteri fondanti devono avere quello di garantire l’accesso ai benefici a tutte le fasce della popolazione, introducendo fattori in grado di ridurre le disuguaglianze.

Avete affrontato anche il tema specifico della povertà energetica?

Sì, abbiamo analizzato anche questo argomento. Si calcola che in Europa 50 mln di persone siano in povertà energetica, mentre solo in Italia si parla di 9 mln persone. Secondo noi, per contrastare questo fenomeno in pericolosa ascesa, serve una politica di sistema. Certamente nella legislazione italiana ci sono già delle misure per garantire un minimo vitale di accesso all’energia, ma nella realtà la possibilità di accedere a questi benefici è affidata a meccanismi burocratici molto complessi, di cui spesso i cittadini non sanno nulla. Basti pensare che, su 2 milioni di famiglie potenzialmente beneficiarie del bonus luce e gas, solo un terzo fruisce del vantaggio a cui ha diritto.

Nel terzo punto infine quali tematiche sono affrontate?

Tra i temi affrontati nel terzo punto c’è la riqualificazione delle periferie, sia urbane sia territoriali (le cosiddette aree interne: zone marginali della dorsali appenninica, piccole isole, valli alpine etc). Nello specifico, per quanto riguarda le periferie urbane, una questione centrale è quella della mobilità. Servizi come il bike sharing, il car sharing, il  carpoolling, le e-car sono sempre più diffusi, ma coinvolgono sostanzialmente il ceto medio e il centro urbano, mentre lasciano ai margini le periferie. Queste zone urbane sono inoltre spesso non adeguatamente servite dai mezzi pubblici. Una situazione di questo tipo richiede di ripensare le politiche di investimento in infrastrutture anche nelle aree periferiche.

Altro tema menzionato nel terzo punto è la riqualificazione degli edifici e degli spazi pubblici e l’introduzione di una serie di modifiche all’Ecobonus per favorire l’acceso al beneficio anche alle fasce di reddito più basse, che non dispongono di capitali propri per avviare i lavori

Un’altra proposta del documento, relativa a questi temi, è la necessità di promuovere un significativo piano di riqualificazione dell’edilizia pubblica, in genere vetusta e poco efficiente dal punto di vista energetico.

Va infine valorizzata la capacità di cogliere le opportunità legate alla costituzione delle comunità energetiche e all’autoproduzione di energia, modelli al centro di una direttiva europea del 2018, ma in Italia non ancora possibili.

Quali saranno i prossimi step?

Stiamo mettendo in campo una serie di iniziative che si muovono su due binari principali. Il primo filone riguarderà un ulteriore approfondimento delle proposte strutturate finora. Il secondo, invece, si concentrerà sulla realizzazione pratica delle proposte, dove è possibile. Per quanto riguarda il punto 10, in particolare, la via più praticabile è l’alleanza con i sindaci di grandi città per mettere in campo nelle periferie una serie di politiche locali che favoriscano l’accesso alle Fer, alla mobilità sostenibile e alla riqualificazione energetica. Il tutto con l’obiettivo di rendere i territori sempre più resilienti di fronte alle sfide poste dal cambiamento climatico.

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