Romagna: due anni dopo l’ira di Minerva

Maggio 2023: la furia delle acque devasta intere aree dell’Emilia-Romagna. Tra le zone più colpite, il basso appennino cesenate. In occasione di un cammino organizzato da giovani associazioni del territorio, Canale Energia si è recata sui crinali romagnoli: un’indagine sul campo per raccontare il fragile legame tra spazi costruiti, paesaggio e comunità

Dead ZoneTra il 16 e il 17 maggio 2023, a Cesena si scatena l’inferno quando il fiume Savio rompe il primo argine in città. E’ la seconda alluvione ad abbattersi sulla regione nel giro di due settimane. Il resto è storia. Quello che si conosce meno sono i protagonisti di quegli eventi, il loro impegno e il fragile legame tra infrastrutture, paesaggio e il tessuto sociale delle comunità colpite.

“Le cartine regionali spiegano la situazione delle acque. Della terra e dell’acqua. La Romagna è fatta a pettine. Gli Appennini stessi sono sistemati in fila: dal crinale toscano vengono giù tutti paralleli. I fiumi che ci sono in mezzo vanno a finire sulla Via Emilia. E appena arrivano in pianura, ci sono le città” racconta Caterina Spadoni, architetto di aTrio, la neo-nata associazione che, in collaborazione con Una strada per Nuvoleto e Fuorivia, promuove un cammino di esplorazione nelle aree alluvionate del 2023, lungo i crinali che sovrastano i corsi d’acqua responsabili.

Ma gli impatti non sono stati solo in pianura. E l’acqua non è stata l’unica causa della devastazione. Anzi, nel basso appennino in provincia di Forlì-Cesena, protagoniste sono state soprattutto le frane, poiché le colline sono composte di sabbia arenaria e la conformazione a pettine delle valli non ha fatto altro che facilitare il tumulto di acqua e terra che si è riversato in pianura.

“La fragilità del nostro territorio, l’abbiamo vista tutti in questi ultimi due anni. È una fragilità che deriva molto probabilmente, se non certamente, da tutti i cambiamenti climatici che sono in atto e che purtroppo, dagli indici, non sembrano affatto propensi a fermarsi. L’altro aspetto è che il territorio di queste zone della Romagna, dal punto di vista geologico, è estremamente giovane ed estremamente fragile. Quindi estremamente dinamico”, spiega Aldo Antoniazzi, Studio di Geologia Tecnica e Ambientale a Forlì.

A due anni da quando la Tempesta Minerva si è abbattuta sulla regione, lo stato di emergenza nazionale, in scadenza il 4 maggio, è stato prorogato con un provvedimento governativo che estende di altri 12 mesi i termini per le domande di acconto del Cis (Contributo di immediato sostegno) volto alla ricostruzione post alluvione.

La semplice ricostruzione dello status quo, però, potrebbe non bastare. La vera sfida sta nel ripensare interamente l’assetto territoriale di queste regioni per ritrovare un nuovo equilibrio tra uomo e natura. E’ evidente che oggi gli eventi estremi sono più frequenti e intensi. Il cambiamento climatico gioca un ruolo innegabile, alterando i regimi pluviometrici e aumentando l’energia dei fenomeni meteorologici.

Oltre gli argini: la natura dinamica dei fiumi

L’acqua disfa i monti e riempie le valli, per citare Leonardo da Vinci. Troppo spesso riduciamo un fiume al semplice spazio tra i suoi argini. Ma la realtà è più complessa e intrinsecamente legata al territorio circostante. Un fiume non è solo l’acqua che scorre. E’ anche la pianura alluvionale che esso stesso plasma nel corso di millenni. Questa pianura, un’area naturalmente incline all’inondazione, è parte integrante dell’identità del fiume.

Tuttavia, la necessità di sfruttare questi spazi ha portato a “correggere” i fiumi con la costruzione di argini. E’ quanto succede in queste zone, dove le barriere artificiali create dall’uomo hanno interrotto il legame tra il corso d’acqua e la sua naturale espansione, confinando il fiume in un alveo definito.

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Alveo del fiume Savio_Foto Ilaria C. Restifo

Le recenti alluvioni, come quella devastante del maggio 2023, impongono una riflessione profonda sulle cause che le hanno generate e sulla loro crescente frequenza. Elemento cruciale è il consumo di suolo, problema endemico che, nonostante le leggi regionali, continua a erodere la capacità naturale del terreno di assorbire l’acqua. La domanda, quasi provocatoria, se siano nate prima le case o il fiume, evidenzia come spesso si sia ignorata la preesistenza e la dinamicità dei corsi d’acqua.

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“Dovremmo fare più riflessioni sul perché accadono questi eventi. Dovremmo interrogarci sulle motivazioni, poiché questi eventi accadono con una frequenza che è più elevata rispetto al passato. Su questo dobbiamo lavorare”, commenta Francesco Occhipinti di Legambiente Emilia-Romagna, che ci accompagna lungo la valle del Savio. Poi aggiunge: “noi l’abbiamo sempre denunciato, a maggior ragione con più forza dopo maggio 2023: il consumo di suolo, e non solo in questa area, è molto elevato. Lo abbiamo denunciato da tempo, nonostante la Regione abbia messo a terra nel 2017 una legge sul consumo di suolo, che però ha maglie molto larghe”.

 

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La costruzione di nuovi argini, sebbene intesa come difesa, solleva interrogativi sulla cementificazione delle aree circostanti e sulla reale efficacia di barriere rigide rispetto a soluzioni più naturali. Ma anche le casse di espansione, ovvero bacini artificiali di contenimento, per quanto utili a ridurre alcuni effetti nel breve termine, lasciano il tempo che trovano e anche molti interrogativi come soluzione definitiva.

Quando il fango dei monti si riversa in pianura

A guardarsi attorno, la natura sembra benevola, l’assetto agricolo degli appezzamenti è curato con la massima attenzione, gli alberi di acacia in fiore sono esuberanti di verde e di bianco, i filari di viti sistemati con geometrie esatte. C’è un caldo precoce sui crinali del basso appennino: 28° C sotto il sole di maggio, sul sentiero battuto che dalla pianura sale in altura: Borello, Piavola, Nuvoleto, Linaro. L’occhio non percepisce il lato oscuro di queste colline arenarie, rigogliose di Sangiovese. Eppure la “belva” è in agguato. Una potenza distruttiva di cui le comunità locali hanno fatto tragica esperienza il 16 e 17 maggio 2023, quasi esattamente 2 anni fa.

Distribuzione Geografica Frane Regione Emilia Romagna
Distribuzione Geografica Frane_Regione Emilia-Romagna

“L’Appennino è cattivo. Viene giù. E tutta la montagna finisce proprio là dove ci sono le città. Le città sono dove finisce il rilievo e si prendono tutta l’energia della montagna. Inoltre questi Appennini sono molto poco resistenti, quindi, con le piene, arriva non solo acqua, ma anche molti sedimenti”, spiega Andrea Nardini, ingegnere idraulico di CTS Agire.

Con l’alluvione 2023, sono state censite oltre 80.000 frane, un numero molto importante se si considera che i dati pre-alluvione del 2021, registrano circa 625.000 dissesti in tutta Italia. Inoltre, dal confronto con la mappa inventario regionale delle frane, relativamente agli eventi estremi di maggio 2023, risulta che il 78,5% dei dissesti non rientra tra le frane già censite nel geoportale IdroGeo di ISPRA. Si tratta un’elevatissima densità di frane di neoformazione dall’alluvione 2023 in avanti.

Distribuzione Frane Censite E Nuove Frane Regione Emilia Romagna
Distribuzione % frane censite e nuove frane_Regione Emilia Romagna

“Sostanzialmente l’80% riguarda nuove frane. Grosso modo, in Romagna, per quanto riguarda la parte sopra la pianura, il 10-11% della superficie è stato interessato dalle alluvioni del 2023”, commenta Aldo Antoniazzi durante una sosta nella frazione di Case Nuvoleto, un piccolo agglomerato di nove case, che è rimasto isolato in quei giorni, quando l’unica strada di comunicazione è venuta giù con buona parte del versante.

Lo ricorda bene Marco Censi: la frana e la consapevolezza della catastrofe lo spingono a prendere moglie e bambini e a correre giù lungo la strada per cercare riparo altrove, scoprendo però che non solo la strada, ma anche la montagna era venuta giù con tutti gli alberi, costringendolo a tornare indietro:

“Ho sentito un boato. All’inizio pensavo che fossero tuoni, poi ho capito che era il rumore della frana. L’impotenza e la paura. Correvo in salita coi bambini in braccio mentre venivano giù le colline”, racconta Censi, socio di Una strada per Nuvoleto, associazione nata inizialmente per la raccolta fondi, ma che ha poi coinvolto altre realtà per riunire le istanze delle comunità colpite.

Le sfide della ricostruzione

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T-Shrit associativa_Foto Ilaria C. Restifo

La pianificazione territoriale si trova di fronte a sfide inedite. Le attuali strategie, spesso basate su dati idrologici del passato, rischiano di sottostimare l’impatto degli eventi futuri. L’idea di delocalizzare edifici e infrastrutture dalle aree a rischio, sebbene complessa per il legame affettivo e il valore delle proprietà, inizia a farsi strada come una necessità. Tuttavia, la consapevolezza di questa urgenza e la volontà politica di intraprendere scelte difficili sembrano ancora insufficienti.

“Ci sono delle iniziative. Se ne parla da tempo, ma oggi qualcosa si inizia a vedere. In Piemonte, ad esempio, hanno già delocalizzato alcuni edifici con una politica di delocalizzazione consensuale, perché la gente alluvionata più volte non ce la fa più a stare lì, anche perché il valore della proprietà va a picco. E cercare di vendere un edificio alluvionato, ovviamente, è molto difficile”, spiega Andrea Nardini.

Le decisioni da intraprendere per mitigare disastri futuri non dovranno essere meramente tecniche, ma intrinsecamente politiche, richiedendo scelte complesse e una comunicazione efficace verso una popolazione spesso impreparata. Il che rende ancora più arduo il percorso verso la delocalizzazione o la riorganizzazione degli insediamenti nelle aree a rischio.

Nel basso appennino cesenate emerge con forza anche un altro elemento: la questione delle “aree interne”, territori che scontano una marginalità nell’accesso ai servizi essenziali. Salvo il fatto che le colline attorno a Cesena non rientrano strettamente nella nomenclatura di “aree interne”, ma ne condividono molte caratteristiche, come quella di avere pochissime anime abbandonate a loro stesse nei casi di calamità. Sono le aree che hanno subito i maggiori danni alle infrastrutture, soprattutto ai collegamenti viari, restando isolate. Dove ci sono così pochi residenti, ci sono anche meno priorità: vengono chiaramente privilegiate le aree più densamente abitate. A Linaro è ancora pressocché impossibile l’accesso a internet.

La riflessione sulle possibili soluzioni – come delocalizzazione, rinuncia ai piani interrati, creazione di difese localizzate anziché di argini lineari lungo i fiumi – si scontra con la reticenza e la percezione di impraticabilità. Tuttavia, come suggerisce l’esperienza di chi da anni mette in guardia sui rischi, la ripetuta esposizione agli eventi alluvionali potrebbe rendere queste soluzioni inevitabili. La cronica mancanza di fondi preventivi, in contrasto con l’arrivo di risorse post-disastro, e la fretta di correre ai ripari anziché ripensare l’assetto territoriale, rappresentano un circolo vizioso che ostacola una gestione del rischio lungimirante.

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Consulente e ricercatrice freelance in ambito energetico e ambientale, ha vissuto a lungo in Europa e lavorato sui mercati delle commodity energetiche. Si è occupata di campagne di advocacy sulle emissioni climalteranti dell'industria O&G. E' appassionata di questioni legate a energia, ambiente e sostenibilità.