L’agrivoltaico è la nuova risorsa per veder crescere il fotovoltaico in Italia. I dati segnano una costante crescita di impianti di questo tipo fino a rappresentare l’80% del nuovo nel nostro Paese. Eppure non mancano le ombre: il recente Decreto Agricoltura limita il fotovoltaico a terra. Abbiamo analizzato con Edoardo Bronzini, dottore agronomo e Chiara Camiciotti, energy engineering line coordinator entrambi di Stantec alcune angolazioni di questo scenario.
C.C. Quali sono le maggiori sfide che vi trovate ad affrontare nella progettazione di un impianto?
Partiamo dal contesto energetico e normativo attuale italiano. Ci troviamo attualmente in una fase critica della transizione energetica. Per poter raggiungere gli obiettivi del PNIEC al 2030 è necessario infatti incrementare significativamente la capacità installata da fonti rinnovabili (+49GW rispetto ai livelli attuali). Chiaramente in questo scenario la tecnologia fotovoltaica rappresenta uno dei principali driver di crescita, ma si scontra con vincoli legati all’uso del suolo e all’accettabilità territoriale.

Il quadro normativo recente (Testo Unico FER, Decreto Agricoltura, DM Agrivoltaico) distingue chiaramente tra impianti fotovoltaici a terra tradizionali – soggetti a limitazioni – e sistemi agrivoltaici, che invece sono favoriti in quanto compatibili con la continuità agricola e, in alcuni casi, realizzabili anche in aree agricole non dichiarate idonee.
Le sfide principali relative alla progettazione di un impianto agrivoltaico riguardano principalmente i seguenti aspetti:
- la complessità dei procedimenti autorizzativi in un contesto normativo in continua evoluzione, caratterizzato da requisiti stringenti e da elementi interpretativi e ancora in definizione;
- l’integrazione funzionale tra sistemi agricoli ed energetici, al fine di garantire da un lato la massimizzazione della produzione energetica e dall’altra il mantenimento della produzione agricola lungo l’intero ciclo di vita dell’impianto;
- la necessità di un maggior coordinamento tra le discipline ingegneristiche (elettrica, strutturale, civile) e quella agronomica;
- l’aumento dei CAPEX (costi di investimento) rispetto al fotovoltaico tradizionale, dovuto soprattutto a strutture di altezza maggiore, layout meno densi e sistemi di monitoraggio avanzati.
C.C. A livello di progettazione a cosa viene chiesto di fare più attenzione? Produttività, costi, altro?
La progettazione agrivoltaica richiede un approccio multi-criterio e a differenza del fotovoltaico tradizionale si tratta non più di una progettazione “energy-driven” ma “compliance-driven”. Il parametro primario è la continuità e la produttività agricola (sia per un vincolo normativo che per accessibilità ad incentivi), per cui il piano colturale incide sulla definizione del layout di impianto, e seguono poi la producibilità energetica, influenzata da layout, altezze e configurazione elettrica e la redditività complessiva del sistema (dunque ottimizzazione dei costi di investimento e di gestione operativa) ai fini della bancabilità del progetto.
E.B. Come riuscite a garantire che il progetto sia classificato come ‘Agrivoltaico o agrivoltaico avanzato‘ e non incappi nei nuovi divieti che colpiscono gli impianti a terra tradizionali?
La distinzione fondamentale è quella tra un impianto fotovoltaico tradizionale a terra e un impianto agrivoltaico. Nel primo caso la funzione prevalente del terreno diventa la produzione di energia elettrica, mentre nel secondo l’obiettivo è mantenere la continuità dell’attività agricola integrandola con la produzione energetica.

La normativa nazionale ha recentemente rafforzato questo concetto. Oggi, infatti, un impianto può essere definito agrivoltaico soltanto se è in grado di preservare le attività colturali e pastorali presenti sul sito di installazione. Inoltre, le disposizioni più recenti (d.l. 21 novembre 2025, n. 175) richiedono che il proponente dimostri, attraverso una dichiarazione asseverata redatta da un professionista abilitato, che una volta realizzato l’impianto sarà possibile mantenere almeno l’80% della Produzione Lorda Vendibile (PLV) registrata prima dell’intervento. Si tratta di un passaggio molto importante perché non è più sufficiente dimostrare che il terreno continui a essere coltivato: occorre anche dimostrare che l’attività agricola mantenga una concreta capacità produttiva.
La progettazione di un impianto agrivoltaico parte quindi proprio dall’analisi delle colture e delle esigenze dell’azienda agricola. L’altezza delle strutture, la distanza tra le file dei moduli, gli spazi di manovra e l’organizzazione delle superfici vengono definiti in modo da consentire il proseguimento delle lavorazioni agricole e il raggiungimento degli obiettivi produttivi richiesti dalla normativa.
A questo punto entra in gioco la distinzione tra agrivoltaico e agrivoltaico avanzato. Un impianto agrivoltaico può infatti limitarsi a garantire la continuità dell’attività agricola, mentre un impianto agrivoltaico avanzato deve rispettare ulteriori requisiti individuati dalle Linee Guida del MASE del 2022.
Tra questi rientrano l’utilizzo di strutture innovative con moduli elevati da terra e l’introduzione di sistemi di monitoraggio in grado di verificare nel tempo gli effetti dell’impianto sulle colture, sulla produttività agricola e sul consumo idrico.
È proprio il rispetto congiunto di questi criteri che consente a un progetto di essere qualificato come “agrivoltaico avanzato” e quindi di distinguersi dagli impianti fotovoltaici a terra e dagli impianti agrivoltaici tradizionali. In questo modello il suolo continua infatti a mantenere una funzione agricola produttiva, in coerenza con quanto previsto sia dal Decreto Legislativo 25 novembre 2024, n. 190 sia dalle Linee Guida in materia di Impianti Agrivoltaici del MASE.
E.B. Per i progetti finanziati dal PNRR, il monitoraggio della produzione agricola deve durare 20 anni. Quale infrastruttura tecnologica state prevedendo per certificare che il terreno non venga abbandonato, onde evitare la revoca degli incentivi?
Per gli impianti finanziati attraverso il PNRR, il tema del monitoraggio è centrale, perché la normativa richiede di dimostrare nel tempo che il terreno continui ad avere una reale funzione agricola e che l’attività produttiva non venga abbandonata. Non si tratta quindi di un controllo limitato alla fase autorizzativa, ma di un sistema che accompagna l’intera vita incentivata dell’impianto, pari a vent’anni.
Proprio per questo motivo il progetto viene sviluppato prevedendo un’infrastruttura di monitoraggio integrata, costruita in conformità alle linee guida elaborate da CREA e GSE nell’ambito della disciplina PNRR sull’agrivoltaico. L’obiettivo è quello di certificare in modo continuo e documentabile la permanenza dell’attività agricola, evitando che l’impianto venga considerato un semplice fotovoltaico a terra.
Il sistema si basa innanzitutto sulla tracciabilità agronomica e amministrativa delle superfici agricole attraverso il fascicolo aziendale e gli strumenti previsti dalla Rete di Informazione Contabile Agricola (RICA). A questi si affiancano relazioni agronomiche asseverate redatte periodicamente da professionisti abilitati, finalizzate a documentare le colture praticate, la gestione agronomica adottata, la produttività agricola e la continuità delle attività aziendali.
Dal punto di vista operativo, il monitoraggio sarà supportato anche da strumenti digitali e sistemi di agricoltura di precisione, in grado di raccogliere dati sulle condizioni colturali, sui consumi idrici e sull’andamento produttivo delle superfici interessate.
Le infrastrutture adottate includono sistemi per il rilevamento di parametri microclimatici (temperatura, umidità, radiazione), sensori di umidità del suolo, piattaforme digitali per l’analisi dei dati agronomici e l’integrazione con lo SCADA dell’impianto.
Questo approccio consente non solo di verificare il mantenimento dell’attività agricola, ma anche di dimostrare nel tempo l’effettiva integrazione tra produzione energetica e produzione agricola, che rappresenta il principio cardine dell’agrivoltaico avanzato. Le regole operative del GSE prevedono inoltre che tali sistemi di controllo rimangano attivi per tutto il periodo di incentivazione e che la documentazione venga aggiornata annualmente. In questo senso il monitoraggio non rappresenta soltanto un adempimento formale, ma diventa uno strumento di garanzia tecnica e gestionale indispensabile per mantenere la conformità del progetto ai requisiti previsti dal PNRR ed evitare eventuali criticità legate alla revoca degli incentivi.
E.B. L’ombreggiamento dei pannelli modifica l’umidità e la temperatura. Avete dei dati reali (non simulazioni) su come questo impatterà sulla data della vendemmia o della raccolta e sulla qualità organolettica del prodotto finale?
Ad oggi non disponiamo ancora di una casistica sufficientemente ampia di impianti agrivoltaici avanzati in esercizio da molti anni che consenta di avere serie storiche consolidate sugli effetti specifici, ad esempio, sulla data della vendemmia o sulle caratteristiche organolettiche finali del prodotto. È quindi corretto dire che, soprattutto per alcune filiere agricole, il settore si trova ancora in una fase di progressiva raccolta dati sul campo.
Esiste però una letteratura scientifica molto ampia sugli effetti del parziale ombreggiamento delle colture, tema studiato da decenni anche indipendentemente dall’agrivoltaico. Ed è proprio da questi studi che derivano molte delle scelte progettuali oggi adottate.
Un aspetto fondamentale è che non tutte le colture reagiscono allo stesso modo alla riduzione dell’irraggiamento solare. Alcune specie risultano particolarmente adatte a condizioni di ombreggiamento parziale, mentre altre possono risentirne negativamente, soprattutto se la riduzione della luce diventa eccessiva.
Gli studi sperimentali indicano che l’ombreggiamento parziale mantiene e in alcuni casi può anche migliorare la produttività agricola, soprattutto in contesti climatici caratterizzati da elevata radiazione e stress idrico.
Tra le colture considerate adatte o molto adatte a sistemi con ombreggiamento parziale rientrano, ad esempio, segale, orzo, avena, cavolo verde, colza, piselli, asparago, carota, ravanello, porro, sedano, finocchio e tabacco. Altre colture, come cipolle, fagioli, cetrioli e zucchine, mostrano una compatibilità intermedia. Vi sono poi specie che, secondo diversi studi sperimentali, possono beneficiare in maniera significativa di queste condizioni microclimatiche, tra cui patata, luppolo, spinaci, insalata e fave.
Il motivo principale è legato agli effetti microclimatici generati dall’ombreggiamento parziale. La riduzione dell’irraggiamento diretto comporta infatti un abbassamento delle temperature superficiali e una diminuzione dell’evapotraspirazione, con conseguente riduzione dello stress idrico per le piante. In alcuni contesti questo può tradursi anche in una minore incidenza di fenomeni come la bruciatura dei frutti o gli stress termici estivi sempre più frequenti a causa dei cambiamenti climatici.
Per alcune colture orticole da foglia sono già stati osservati effetti interessanti anche dal punto di vista morfologico e qualitativo. Ad esempio, in condizioni di ombreggiamento moderato, le lattughe possono sviluppare foglie di dimensioni maggiori e mantenere più a lungo caratteristiche qualitative favorevoli durante i periodi caldi. In altri casi sono stati registrati risparmi idrici, incrementi produttivi oppure miglioramenti di alcuni parametri qualitativi, come il contenuto proteico o la digeribilità della biomassa vegetale.
Naturalmente il punto centrale rimane sempre il corretto bilanciamento tra luce disponibile, tipologia colturale e configurazione dell’impianto. Per questo motivo l’agrivoltaico avanzato non può essere considerato un modello standardizzato, ma richiede valutazioni agronomiche specifiche in funzione delle colture praticate, del clima locale e degli obiettivi produttivi dell’azienda agricola.
E.B. Molti progetti falliscono perché i trattori non riescono a fare manovra. Avete previsto uno studio degli ingombri basato sui raggi di sterzata reali delle macchine agricole che useremo, o vi basate su misure standard da manuale?
La progettazione del layout non viene impostata su valori standardizzati o teorici, ma segue un approccio agronomico e operativo progressivo, in cui la prima variabile di riferimento è la coltura prevista all’interno dell’impianto. Questo perché la compatibilità tra produzione agricola e produzione energetica rappresenta un requisito fondamentale del sistema agrivoltaico avanzato.
In questo senso, anche alla luce degli aggiornamenti normativi più recenti che richiedono il mantenimento di una produzione lorda vendibile (PLV) non inferiore all’80% rispetto alla situazione pre-impianto, la definizione della geometria dell’impianto – in particolare del pitch tra le file – viene dimensionata proprio per garantire la continuità e la sostenibilità economica dell’attività agricola.
Una volta definito l’assetto colturale, è possibile individuare con precisione le tipologie di macchine agricole necessarie alle diverse fasi di lavorazione. In questa fase il progetto non si basa su ipotesi astratte, ma su un confronto diretto con il conduttore del fondo, al fine di comprendere quali mezzi siano già disponibili in azienda, quali possano essere eventualmente integrati e quali attività siano invece affidate a contoterzisti.
Solo a questo punto si procede alla verifica tecnica degli ingombri operativi, includendo i raggi di sterzata reali dei mezzi agricoli effettivamente utilizzati. Questo consente di modellare in modo realistico le corsie di manovra, i raggi di curvatura e gli spazi di inversione, evitando impostazioni basate esclusivamente su valori standard da manuale che potrebbero non essere rappresentativi della reale gestione aziendale.
Un ulteriore elemento di supporto è rappresentato dall’evoluzione tecnologica delle macchine agricole moderne, sempre più spesso dotate di sistemi di guida assistita o automatizzata basati su GPS, sensori e sistemi di visione. Queste tecnologie permettono una maggiore precisione nelle lavorazioni e una riduzione significativa del margine di errore nelle manovre, contribuendo a minimizzare il rischio di interferenze con le strutture dell’impianto.
E.B. Le strutture permettono il recupero dell’acqua piovana dai pannelli per l’irrigazione? È possibile integrare sensori di umidità del suolo connessi al sistema di gestione?
Il recupero dell’acqua piovana direttamente dalle superfici dei moduli fotovoltaici è, in linea teorica, un’opzione tecnicamente possibile, ma nella pratica progettuale risulta complessa da implementare in modo efficiente all’interno di impianti agrivoltaici moderni. La principale criticità è legata alla configurazione strutturale oggi più diffusa, basata su sistemi a inseguimento (tracker), che modificano continuamente l’inclinazione dei moduli nel corso della giornata. In determinate condizioni, i pannelli possono disporsi in posizione quasi orizzontale o comunque variabile rispetto al terreno, rendendo difficoltosa la progettazione di sistemi di captazione e convogliamento dell’acqua coerenti e costanti nel tempo.
Per questo motivo, anziché raccogliere l’acqua direttamente dai pannelli, nella maggior parte dei casi si preferisce intercettare le acque meteoriche una volta raggiunto il terreno. Attraverso canalette di raccolta e sistemi di drenaggio, l’acqua viene convogliata verso vasche o bacini di accumulo, dove può essere trattenuta e successivamente riutilizzata per l’irrigazione o per altre necessità dell’azienda agricola.
Diverso è invece il tema dell’integrazione dei sistemi di monitoraggio del suolo, che rappresenta un elemento pienamente compatibile e sempre più diffuso nei sistemi agrivoltaici avanzati. È infatti possibile installare sensori di umidità del suolo (igrometri) all’interno delle aree coltivate, connessi a piattaforme digitali di gestione dell’irrigazione.
Questi dispositivi consentono un controllo puntuale delle condizioni idriche del terreno e possono contribuire a una gestione più efficiente delle risorse irrigue. Tuttavia, dal punto di vista tecnico, è importante considerare che tali sensori rilevano condizioni molto localizzate: l’umidità del suolo può variare sensibilmente anche a pochi metri di distanza, soprattutto in contesti caratterizzati da alternanza tra aree ombreggiate dai moduli e aree maggiormente esposte alla radiazione solare.
Per questa ragione, il sistema di monitoraggio viene generalmente impostato su una logica integrata, che non si basa esclusivamente sugli igrometri, ma combina più fonti informative. In particolare, l’utilizzo di pluviometri consente di quantificare gli apporti meteorici effettivi, mentre modelli software di bilancio idrico possono elaborare i dati disponibili per stimare il fabbisogno irriguo delle colture e supportare la gestione dell’irrigazione in modo più coerente con le condizioni reali del campo.
E.B. Che tipo di interventi attuate per minimizzare il consumo di suolo e favorire la biodiversità o il benessere animale (in caso di pascolo)?
Uno dei principali vantaggi dell’agrivoltaico avanzato è proprio la capacità di ridurre al minimo il consumo effettivo di suolo. A differenza di altre tipologie di infrastrutture, infatti, la quasi totalità della superficie continua a mantenere una funzione agricola produttiva. Le strutture vengono installate su pali infissi nel terreno e occupano direttamente soltanto una porzione molto limitata dell’appezzamento, rappresentata essenzialmente dai pali stessi, dalle cabine elettriche e dalla viabilità interna necessaria per la gestione dell’impianto. Il resto della superficie rimane disponibile per le coltivazioni o per il pascolo.
Nel caso dei sistemi destinati all’allevamento estensivo, le Linee Guida ministeriali prevedono specifici requisiti dimensionali, tra cui un’altezza minima dei moduli da terra pari a 1,3 metri. Questa configurazione consente agli animali di continuare a utilizzare l’intera superficie pascolabile e, al tempo stesso, di beneficiare delle zone d’ombra create dai pannelli. Diversi studi hanno evidenziato come gli animali tendano naturalmente a ricercare aree ombreggiate durante i periodi più caldi, riducendo lo stress termico e migliorando il benessere complessivo del bestiame.
Anche sotto il profilo della biodiversità gli impianti agrivoltaici possono rappresentare un’opportunità di miglioramento rispetto alla situazione agricola preesistente. È infatti importante considerare che la maggior parte dei progetti viene realizzata su superfici agricole intensive spesso caratterizzate da monocolture, dove la diversità vegetale e faunistica risulta generalmente limitata.
La realizzazione dell’impianto consente frequentemente di introdurre una maggiore diversificazione colturale e, in molti casi, di destinare le superfici sottostanti ai pannelli a inerbimenti permanenti o a miscugli di specie erbacee mellifere, lasciando le coltivazioni principali nelle aree comprese tra le file. Queste soluzioni favoriscono la presenza di insetti impollinatori e contribuiscono ad aumentare la complessità ecologica dell’ecosistema agricolo.
A ciò si aggiungono gli interventi di mitigazione ambientale normalmente previsti lungo i confini dell’impianto, costituiti da fasce arboree e arbustive realizzate con specie autoctone. Oltre a svolgere una funzione paesaggistica, queste aree creano microhabitat idonei alla fauna locale, offrono rifugio e siti di nidificazione per numerose specie e rappresentano una fonte di alimentazione per insetti, uccelli e piccoli mammiferi.
C.C. Qual è il costo livellato dell’energia (LCOE) previsto rispetto a un impianto fotovoltaico tradizionale a terra? Qual è il tempo di ritorno dell’investimento considerando sia la vendita dell’energia che la produzione agricola?
Come detto in precedenza, ad oggi non disponiamo ancora di una casistica abbastanza ampia di impianti agrivoltaici, avanzati e non, in esercizio da anni, tali da poter confermare i tempi di ritorno e i valori di LCOE in comparazione con impianti fotovoltaici tradizionali e risulta anche complesso considerare anche i proventi dalla produzione agricola in quanto questi sono fortemente dipendenti dalle zone e dal tipo di colture. Da uno studio del Politecnico di Milano (fonte: Energy & Strategy Group, Renewable Energy Report 2026) si può stimare un LCOE per impianti agrivoltaici compresi tra i 60 e i 90 €/MWh, contro la forbice 55-75 €/MWh degli impianti fotovoltaici utility scale (valori ottenuti per un impianto tipo da 30MW, considerando il caso di FV tradizionale o agrivoltaico avanzato con tracker). Il delta è dovuto principalmente all’incremento dei CAPEX oltre che alla minore densità di installazione dei pannelli (posizionati con maggiori distanze fra le file).
I tempi di ritorno dell’investimento, sempre da fonte Energy&Strategy Group, si collocano fra gli 8 e i 12 anni per gli impianti fotovoltaici tradizionali, mentre si allungano a 10-14 anni per impianti agrivoltaici in assenza di incentivi. Tuttavia, la presenza di meccanismi incentivanti (derivanti da DM Agrivoltaico e FER X) o contratti di Power Purchase Agreement (PPA) favorevoli, può riportare il payback time a tempi analoghi al fotovoltaico tradizionale.
Ad ogni modo risulta importante, come anche richiamato dall’ENEA (Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile) e dall’AIAS (Associazione Italiana Agrivoltaico Sostenibile), effettuare le analisi economiche dell’agrivoltaico considerando un modello duale che integri produzione energetica ed agricola, migliorando così la stabilità dei flussi di cassa e la resilienza economica.
C.C. Quanto incide l’innalzamento delle strutture (acciaio, fondamenta speciali) sul costo finale dell’impianto rispetto a un sistema tradizionale? Questo extra-costo è realmente compensato dalla vendita dell’energia o rischia di erodere i margini dell’azienda agricola?
L’innalzamento delle strutture effettivamente è l’elemento che incide maggiormente sull’incremento dei CAPEX di un impianto agrivoltaico rispetto ad un fotovoltaico tradizionale, legato ad un maggior utilizzo di acciaio, alla necessità di fondazioni profonde e una maggior complessità ingegneristica.
L’incremento dei costi è strettamente legato alla tipologia impiantistica e di strutture utilizzata, oltre che alla tipologia di terreno del sito di installazione, che incide sulla tipologia di fondazioni (dovendo realizzare strutture più alte infatti, potrebbe non esser sufficiente l’infissione di pali prevista nella maggior parte dei casi per il fotovoltaico tradizionale). Per quanto in Stantec abbiamo progettato numerosi impianti fotovoltaici tradizionali ed alcuni agrivoltaici negli ultimi anni, le disomogeneità delle condizioni fra i vari progetti (per taglia, tipologia, tipo di installazione), non consentono di avere un dataset sufficiente a fornire una stima precisa. Tuttavia, utilizzando anche le informazioni raccolte dall’Energy & Strategy Group su una base più ampia di progetti, si può stimare un extra costo rispetto ad un impianto tradizionale tra il +10% e il +25% del CAPEX totale, con un incremento di circa 100–300 €/kW installato.
Tale incremento, come detto in precedenza, può essere sostenibile in presenza di incentivi o PPA favorevoli, ma può comunque ridurre i margini operativi soprattutto in condizioni “merchant”. La competitività dell’agrivoltaico dunque deve essere valutata non solo considerando i capex o il parametro LCOE, ma valutando il valore complessivo generato, in termini di energia, agricoltura e territorio.
C.C. In ambito agricolo la polvere è costante. Qual è il piano di manutenzione dei moduli? Se la pulizia non è automatizzata, il costo della manodopera agricola o specialistica è inserito nel piano finanziario?
L’effetto delle pratiche agricole sul “soiling” è complesso e sito-specifico Il fatto di trovarsi in ambiente agricolo introduce condizioni operative più complesse rispetto al fotovoltaico tradizionale, in particolare per la presenza di polveri, residui organici e attività meccaniche. Se da un lato la presenza di irrigazione può contribuire alla riduzione parziale dell’accumulo di polveri per meccanismi analoghi a quelli naturali (così detti di “natural rain cleaning”), comunque le attività agricole possono comportare un deposito maggiore e più persistente di residui minerali o materiali organici. Questo può comportare perdite di producibilità maggiori in assenza di adeguati interventi di manutenzione (di qualche punto percentuale anche dell’ordine del 10% o superiori su periodi prolungati senza pulizia).
Normalmente i piani O&M prevedono operazioni di pulizia dei moduli con frequenza variabile da 1 a 4 volte l’anno a seconda della zona. I costi di pulizia manuale rientrano negli OPEX, che complessivamente incidono per circa il 20–25% sul LCOE complessivo di impianti utility scale, dove la manutenzione incide per il 9-15% (Energy & Strategy Group, 2026).
Occorre dunque prestare attenzione nella definizione dei piani economici-finanziari, tenendo conto di un budget adeguato anche per la pulizia periodica dei moduli.
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