I dati appena rilasciati da Copernicus delineano un clima globale di estremi senza precedenti per l’inizio di questo 2026. Il mese di gennaio si è posizionato come il quinto più caldo mai registrato a livello planetario, ma questa statistica nasconde una frattura climatica profonda tra i due emisferi. Mentre gran parte della terraferma mondiale ha sofferto temperature ben sopra la media, l’emisfero settentrionale è stato teatro di una dinamica atmosferica anomala che ha riportato il gelo artico nel cuore dell’Europa e dell’America del Nord, creando un paradosso termico in un Pianeta che continua a surriscaldarsi.
La temperatura globale media dell’aria superficiale ha toccato i 12,95°C, attestandosi a un preoccupante +1,47°C rispetto ai livelli preindustriali, sfiorando la soglia critica dei trattati internazionali sul clima.
L’anomalia europea e la corrente a getto ondulata
Nonostante la tendenza generale al riscaldamento, l’Europa ha vissuto il suo gennaio più freddo degli ultimi sedici anni. Con una temperatura media di -2,34°C sulla terraferma, il valore si è attestato a 1,63°C sotto la media del periodo 1991-2020. Questa situazione è stata innescata da una corrente a getto polare insolitamente ondulata che, nelle ultime settimane del mese, ha perso la sua traiettoria lineare permettendo a massicce correnti di aria gelida artica di scivolare verso sud.
Tale fenomeno ha colpito duramente la Fennoscandia, i Paesi Baltici, la Russia occidentale e gli Stati Uniti centrali. Al contrario, l’Artico ha registrato picchi di calore insoliti, specialmente nell’arcipelago canadese e in Groenlandia, a dimostrazione di come il freddo non sia sparito dal sistema terra, ma sia stato semplicemente ridistribuito geograficamente in modo caotico.
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Incendi e inondazioni nel caos dell’emisfero meridionale
Mentre il nord congelava, l’emisfero meridionale affrontava l’altra faccia dell’emergenza climatica. Le temperature record hanno alimentato siccità estreme che sono degenerate in incendi boschivi devastanti nella seconda metà del mese. Australia, Cile e Patagonia sono stati i territori più colpiti, con roghi di intensità tale da causare numerose vittime e danni incalcolabili agli ecosistemi.
Parallelamente, il ciclo idrologico ha mostrato segni di forte accelerazione: l’Africa meridionale, e in particolare il Mozambico, è stata investita da piogge torrenziali che hanno provocato inondazioni catastrofiche, distruggendo i mezzi di sussistenza di intere popolazioni. Questa combinazione di calore estremo e precipitazioni violente conferma la crescente volatilità dei fenomeni atmosferici stagionali.
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Clima: oceani bollenti e ghiaccio marino in ritirata
Il monitoraggio delle temperature superficiali del mare rivela dati altrettanto allarmanti. La media globale tra 60°S e 60°N è stata di 20,68°C, il quarto valore più alto mai documentato per gennaio. In particolare, vaste porzioni dell’Atlantico settentrionale e del Mare di Norvegia hanno stabilito nuovi record assoluti di calore per questo periodo dell’anno.
Questa energia termica oceanica ha avuto ripercussioni dirette sui ghiacci: nell’Artico, l’estensione del ghiaccio marino è risultata del 6% inferiore alla media, con perdite marcate nel Mare di Barents e nella Baia di Baffin. Anche l’Antartide ha mostrato una riduzione dell’8%, segnalando uno stato di sofferenza costante della criosfera globale, nonostante la presenza di una debole La Niña nel Pacifico equatoriale che solitamente tende a mitigare le temperature globali.
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L’Europa divisa tra alluvioni e siccità localizzata
Le variabili idrologiche di gennaio 2026 hanno disegnato un’Europa spaccata in due. Le regioni occidentali e meridionali, tra cui l’Italia, la penisola iberica e i Balcani, hanno dovuto fronteggiare un mese estremamente umido, con piogge incessanti che hanno causato danni strutturali e disagi idrogeologici. Al contrario, una vasta fascia che comprende l’Europa centrale, la Scandinavia e la Finlandia ha vissuto condizioni molto più secche della norma.
Questo squilibrio nelle precipitazioni si è riflesso su scala mondiale, con siccità persistenti nel Sud degli Stati Uniti e nella Cina meridionale, contrapposte a eccessi pluviometrici in Giappone e Brasile sud-orientale, confermando come la crisi climatica stia riscrivendo la distribuzione delle risorse idriche sul pianeta.
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