Hormuz, blocco dello Stretto sta ridisegnando equilibri economici

Geopolitica e mercati globali: rapporto The Asia Group

Le recenti e prolungate interruzioni del transito marittimo attraverso lo Stretto di Hormuz, registrate a partire da marzo 2026, non hanno soltanto scosso i mercati energetici tradizionali, ma hanno innescato un effetto domino distruttivo sulle catene globali del valore. A fare chiarezza sulla reale entità e sulla profondità di questa faglia geoeconomica è il rapporto intitolato No Safe Harbor: Asia’s Continued Exposure to Disruptions in the Strait of Hormuz, pubblicato dal centro studi internazionale The Asia Group. L’analisi evidenzia come lo Stretto non sia semplicemente un canale di passaggio per il greggio, bensì un nevralgico centro di distribuzione di semilavorati e materie prime essenziali per l’industria globale, dai petrolchimici all’elio purificato, la cui paralisi sta colpendo in modo profondamente asimmetrico le principali economie dell’Indo-Pacifico.

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Mappa della resilienza e primato strategico della Cina

Prima della crisi attuale, circa l’80% del petrolio e quasi il 90% del gas naturale liquefatto in transito da Hormuz era destinato ai mercati asiatici. Tuttavia, il rapporto sottolinea come la Cina stia emergendo da questa tempesta con evidenti vantaggi competitivi e strategici rispetto ai partner regionali. La Cina ha saputo assorbire lo shock energetico grazie a un’imponente strategia di diversificazione e all’accumulo preventivo di riserve strategiche, stimate in circa 1,4 miliardi di barili prima del blocco.

Questo enorme cuscinetto teoricamente consentirebbe al colosso asiatico di coprire fino a otto mesi di importazioni perdute utilizzando esclusivamente le scorte domestiche. Le importazioni cinesi di greggio sono scese dagli 11,5 milioni di barili al giorno registrati nel maggio 2025 agli attuali 7,8 milioni del 2026, una contrazione gestita mediante la riduzione dell’output delle raffinerie e l’imposizione di rigidi controlli sulle esportazioni di carburanti raffinati. Sfruttando la transizione verso la mobilità elettrica e l’enorme capacità rinnovabile installata, pari a 1,4 terawatt, il governo cinese sta capitalizzando la crisi per promuoversi come il partner commerciale più stabile della regione, accelerando gli investimenti nei settori della tecnologia pulita in cui detiene già il monopolio globale.

Hormuz, materie prime nascoste ed effetto domino sull’India

La vulnerabilità delle economie asiatiche non si limita alla disponibilità di combustibili pronti all’uso, ma riguarda i sottoprodotti chimici che alimentano comparti industriali strategici. L’India si trova ad affrontare un’esposizione complessa e stratificata. Più del 40% delle sue importazioni di greggio e circa il 60% dei flussi di gas naturale liquefatto e gas di petrolio liquefatto transitavano dallo Stretto prima del conflitto. Il blocco del Gpl colpisce direttamente la spesa quotidiana delle famiglie indiane, poiché oltre il 60% della popolazione dipende da questa risorsa per scopi domestici e di riscaldamento.

Inoltre, l’India acquista dal Golfo circa l’84% del suo fabbisogno di zolfo, un elemento cardine per la produzione di fertilizzanti sintetici. Questa carenza si sta scaricando interamente sul settore agricolo, che impiega il 42% della forza lavoro nazionale, in un momento già reso critico dalle previsioni di un monsone inferiore alla media.

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Anche l’industria farmaceutica indiana, leader mondiale nella produzione di farmaci generici e vaccini, risente duramente del rincaro dei principi attivi e dei costi logistici. Nonostante le difficoltà nei settori tradizionali, l’India registra un’accelerazione eccezionale nella transizione energetica, con il mercato dei veicoli elettrici interni proiettato verso una crescita straordinaria che lo porterà dagli attuali 1,84 miliardi di euro fino a toccare i 151 miliardi di euro entro il 2033.

La crisi della nafta in Giappone e il sacrificio dell’automotive

Per il Giappone, il blocco di Hormuz ha fatto emergere un punto cieco strutturale della propria sicurezza industriale. Pur disponendo di riserve di greggio capaci di coprire la domanda nazionale ben dentro il 2027, Tokyo ha dovuto fare i conti con l’improvvisa penuria di nafta chimica, un derivato essenziale per la produzione di plastiche, fibre sintetiche e componentistica avanzata. Con il 70% della nafta proveniente dal Golfo e in assenza di scorte strategiche dedicate, colossi industriali hanno già accusato un impatto negativo sui profitti operativi pari a circa 92 milioni di euro.

Le ripercussioni hanno colpito violentemente l’industria automobilistica, motore trainante dell’economia nipponica che rappresenta il 3% del Pil e il 14% della produzione manifatturiera. La carenza di alluminio e derivati plastici provenienti dal Medio Oriente ha costretto Toyota a tagliare la produzione di oltre ottantamila veicoli, trascinando in territorio negativo anche le previsioni di profitto di Honda, Nissan e Subaru. Sul fronte politico, le forti pressioni inflazionistiche limitano lo spazio di manovra del governo giapponese, alle prese con rendimenti obbligazionari ai massimi da trent’anni e con un bilancio statale gravato per un quarto dal servizio del debito pubblico.

Il collasso dei sussidi statali nel Sud-Est asiatico

I mercati emergenti del Sud-Est asiatico, privi delle riserve valutarie e dello spazio fiscale delle economie avanzate, stanno subendo gli effetti più rapidi e dolorosi della crisi. La necessità di congelare i prezzi al consumo per evitare tensioni sociali sta devastando i bilanci pubblici della regione. L’Indonesia ha stanziato ben 12,9 miliardi di euro per mantenere bloccati i prezzi dei carburanti e del Gpl fino alla fine del 2026, una misura che mette a serio rischio la sostenibilità fiscale del paese. La Thailandia ha dovuto approvare un pacchetto di indebitamento d’emergenza da 11,2 miliardi di euro per far fronte alle medesime necessità, mentre le Filippine hanno mobilitato oltre 322 milioni di euro in sussidi diretti al settore dei trasporti.

Questa massiccia allocazione di risorse pubbliche rischia di frenare l’attrattività dell’intera area come hub alternativo per gli investimenti diretti esteri, che nel 2024 avevano raggiunto la cifra record di 216 miliardi di euro superando persino la Cina. Le tensioni si riflettono anche sulla stabilità dei governi locali, accelerando ipotesi di elezioni anticipate in Malaysia e rinfocolando i conflitti politici interni nelle Filippine, a dimostrazione del fatto che la chiusura delle rotte marittime mediorientali non è più una mera questione di approvvigionamento, ma un fattore destabilizzante per la sicurezza interna delle nazioni dell’Indo-Pacifico.

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