Green jobs, asset strategico per la sicurezza nazionale

Il commento di Alessandro Brizzi, general manager di Renovis

L’attuale scacchiere internazionale, funestato dai conflitti in Ucraina e Medio Oriente e dalle tensioni commerciali tra Stati Uniti e Cina sulle terre rare, ha sancito la fine dell’illusione di una globalizzazione senza attriti. In un contesto mondiale di mercati volatili in cui le superpotenze invece di cooperare si osteggiano, la transizione verso le fonti rinnovabili ha smesso di essere una scelta solamente ambientale, trasformandosi rapidamente in una necessità strategica per ogni nazione che ha affidato la propria stabilità energetica alla globalizzazione. Come suggerito da Alessandro Brizzi, general manager di Renovis, la nuova rotta da intraprendere è chiara: “la transizione verso un sistema energetico sostenibile non rappresenta soltanto una scelta a favore dell’ambiente, ma un modo per consolidare la sicurezza economica e l’autonomia strategica dell’intero continente”.

L’Italia, pur scontando una lentezza burocratica nella riconversione verso il rinnovabile, mostra segnali di accelerazione incoraggianti. Se nel 2023 le rinnovabili avevano coperto il 36,8% della domanda elettrica, il primo semestre del 2024 ha segnato un punto di svolta; con una crescita del +27,3%, la produzione da fonti pulite ha raggiunto il 43,8% del fabbisogno energetico nazionale, superando per la prima volta la quota generata dai combustibili fossili.

Questo exploit è anche dovuto da una cornice normativa europea sempre più stringente formata da un lato dal Green Deal, che punta alla neutralità climatica entro il 2050; dall’altro il piano REPowerEU, nato per affrancare l’Europa dalla dipendenza dal gas russo. Nonostante i numeri descrivano una crescita tangibile, Brizzi non nasconde le criticità del sistema nazionale, evidenziando che “il percorso di riconversione dell’economia italiana risulta ancora troppo lento per garantire una piena indipendenza energetica e una stabilità dei prezzi”.

Va tuttavia precisato che la trasformazione industriale è tangibile, lo si vede dal numero di nuove figure professionali e competenze specifiche che stanno già rivoluzionando il mercato del lavoro. Il quindicesimo Rapporto GreenItaly conferma questa tendenza rilevando che alla fine del 2022 ben il 13,4% degli occupati in Italia era impiegato nella green economy. Nel solo 2023, i nuovi contratti legati a queste figure hanno raggiunto quasi i due milioni, rappresentando il 34,8% delle assunzioni totali. La domanda di competenze specifiche nel settore delle rinnovabili è ormai trasversale inglobando molti settori quali quello della logistica e della progettazione e sviluppo nei settori tecnici, e riguarda quasi l’80% dei 5,5 milioni di contratti previsti complessivamente. A guidare la classifica territoriale è la Lombardia, con oltre 440 mila nuovi contratti green, seguita da Veneto, Emilia-Romagna e Lazio, regioni che insieme catalizzano il 52% delle assunzioni a livello nazionale.

Dalla manutenzione di impianti solari ed eolici, all’agricoltura che sperimenta soluzioni di agrivoltaico e monitoraggio tramite droni, fino all’edilizia orientata alla bioarchitettura, il panorama occupazionale sta cambiando volto. Crescono inoltre le opportunità nell’economia circolare, nella gestione avanzata dei rifiuti e nella mobilità sostenibile, con una forte richiesta di esperti in infrastrutture per veicoli elettrici.

Il vero ostacolo a questa crescita è tuttavia rappresentato dal “mismatch” tra domanda di forza lavoro e offerta formativa. Il sistema Excelsior stima che entro il 2027 circa 4 milioni di lavoratori dovranno possedere competenze green avanzate o intermedie, ma l’offerta di percorsi specialistici è ancora insufficiente per coprire le richieste delle imprese. In questo contesto, gli investimenti del PNRR e nei fondi europei diventano cruciali per sostenere la formazione e l’aggiornamento professionale. Nelle conclusioni della sua analisi, Brizzi ribadisce la valenza sociale di questo cambiamento, affermando che “i green jobs rappresentano quindi non solo una risposta concreta alla crisi climatica, ma anche un vettore di sviluppo e un’opportunità strategica per il Paese”, specialmente in un’Italia che deve rispondere a sfide epocali come l’attuale incertezza geopolitica, il cambiamento dei principi della globalizzazione, la deindustrializzazione e il declino demografico.


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