Decarbonizzazione, l’Italia guida l’ottimismo europeo

Ma soffre il ritardo negli investimenti e le incertezze dei fondi pubblici: i dati del barometro Argos-Bcg

Il tessuto imprenditoriale di medie dimensioni si trova di fronte a uno snodo fondamentale nel processo di decarbonizzazione. In un panorama continentale in rapida evoluzione, l’Italia rappresenta il mercato europeo che guarda con maggiore ottimismo alla transizione ecologica. Secondo quanto emerge dalla quarta edizione del report Climate Transition Barometer 2026, condotto da Argos e Boston Consulting Group su un campione rappresentativo di 750 medie imprese distribuite in cinque macro-aree europee, ben l’87% delle realtà italiane considera la riduzione delle emissioni come un’opportunità di crescita, registrando contemporaneamente il tasso di accelerazione più alto del continente con il 47% delle aziende che intensifica gli sforzi, in aumento di 15 punti percentuali rispetto all’anno precedente.

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Tuttavia, questo spiccato entusiasmo culturale e strategico si scontra con una rigida realtà finanziaria. L’Italia detiene infatti la quota più bassa d’Europa per quanto riguarda gli investitori ad alto budget, con solo il 9% delle imprese che destina più del 10% della propria spesa annua a piani strutturati di decarbonizzazione. Questo divario tra la forte convinzione ideale e l’effettivo dispiegamento dei capitali è il più ampio riscontrato nell’indagine e affonda le sue radici in un quadro di supporto pubblico instabile. Le risorse del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza destinate alle medie imprese sono state oggetto di riallocazione a metà del 2025, mentre lo strumento principale della Transizione 5.0 ha visto l’esaurimento dei fondi erogabili entro il mese di novembre, lasciando numerose aziende in attesa di nuove risorse e penalizzate dalle continue revisioni normative.

Cambio di passo della media impresa europea

Spostando lo sguardo dal contesto nazionale alla panoramica generale, l’indagine evidenzia come la decarbonizzazione si sia ormai consolidata al vertice delle agende aziendali europee. A livello globale nell’area analizzata, l’88% dei dirigenti giudica la riduzione dei gas serra come una priorità importante o critica, mantenendo le posizioni storiche nonostante un quadro geopolitico ed economico complesso. L’85% delle imprese intende mantenere o accelerare la propria traiettoria di transizione, dimostrando che il processo non è più vissuto come un’iniziativa ciclica di sostenibilità, ma come una linea guida strategica e permanente.

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La riduzione delle emissioni figura come primo obiettivo ambientale per il 74% dei rispondenti, staccando nettamente il controllo dell’inquinamento al 59%, l’economia circolare al 56% e l’adattamento climatico al 27%. Complessivamente, il 73% delle medie imprese europee continua a identificare la transizione come un’opportunità, sebbene rispetto al picco dell’anno precedente sia aumentata la percezione dei rischi associati, sintomo di una visione più pragmatica e consapevole riguardo ai tempi di ritorno economico degli investimenti.

Dall’ottimizzazione alla trasformazione dei modelli di business

L’evoluzione del processo risiede nel passaggio dai primi interventi superficiali a trasformazioni strutturali. Avendo già assimilato i vantaggi operativi immediati, il 54% delle medie imprese in Europa ha modificato direttamente il proprio modello di business raddoppiando il valore dal 2023, mentre il 58% ha introdotto metodologie di ecodesign. Proprio l’ecodesign si sta affermando come leva primaria di margine e di mercato, sostenuto dalle normative europee e dalla domanda della grande committenza.

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I risultati operativi legati all’ecodesign mostrano incrementi del margine lordo tra il 2% e il 5%, risparmi negli approvvigionamenti tra il 5% e il 12% e riduzioni delle emissioni di gas serra fino al 65%. La creazione di valore si riflette chiaramente nei dati: il 56% delle aziende europee riscontra un vantaggio competitivo concreto derivante dalla decarbonizzazione, dato triplicato nell’arco di tre anni. Questo vantaggio si manifesta principalmente nell’efficienza energetica e di costo con impatto positivo diretto sul conto economico per il 70% dei casi, nell’ingresso in nuovi mercati per il 48% e nell’ottenimento di migliori condizioni di finanziamento per il 45% delle imprese.

Investimenti strutturati e ruolo dei fondi di investimento

L’analisi del report suddivide le aziende in quattro categorie in base all’approccio strategico e di capitale. Le aziende definite leader o ad alto rendimento, che combinano piani programmatici basati sull’impronta carbonica a investimenti mirati superiori al 10% della spesa annua, registrano il livello più elevato di vantaggio competitivo raggiunto, pari al 77%. Al contrario, le imprese prive di pianificazione e di capitoli di spesa dedicati si fermano al 44%.

Un ruolo acceleratore è svolto dal capitale privato: le aziende affiancate da fondi di investimento mostrano un percorso molto più avanzato, investendo in modo strutturato nel 40% dei casi e modificando il modello di business nel 61% delle situazioni, consentendo al 95% di esse di ottenere o attendersi un chiaro margine competitivo. A livello di settori, i trasporti e la logistica emergono tra i settori più strutturati con il 40% di aziende virtuose, portando al 56% la quota di chi trae un vantaggio reale dalle politiche green.

I nodi del credito e le differenze geografiche tra i Paesi europei

Nonostante la maturazione strategica, le criticità finanziarie rimangono l’ostacolo principale all’azione per il 58% del totale europeo. Questa mancanza di fondi blocca soprattutto le imprese ritardatarie che, pur vedendo l’opportunità nel 77% dei casi, non riescono a compiere il salto operativo. Il quadro normativo mostra al contempo una doppia faccia: la recente direttiva di semplificazione ha ridotto la pressione burocratica escludendo molte medie imprese dagli obblighi diretti di rendicontazione, ma ha mantenuto alta la pressione indiretta lungo la catena di fornitura.

Nell’analisi comparata delle diverse nazioni, la Francia emerge come il Paese più orientato all’investimento con il 58% di aziende fortemente impegnate, ma registra il tasso più basso di percezione del vantaggio competitivo al 24%, a causa di un mercato già maturo e di un mix energetico storicamente decarbonizzato. La Germania fonda la sua accelerazione al 40% sulla spinta dei clienti della filiera industriale automobilistica e chimica, mentre l’area del Benelux mostra il tasso di vantaggio competitivo più alto d’Europa al 68%, unito però a forti limiti finanziari per le aziende non ancora strutturate. Il Regno Unito, infine, registra il tasso di rallentamento più elevato col 23%, penalizzato dalle incertezze geopolitiche e dalla complessità normativa, pur eccellendo nelle misure preventive contro i rischi fisici.

Decarbonizzazione, la sfida dell’adattamento al cambiamento climatico

L’ultima frontiera analizzata dal rapporto riguarda l’adattamento agli eventi climatici estremi, che rappresenta ancora un punto scoperto per la maggior parte del mercato. Sebbene il 63% delle medie imprese europee abbia subito l’impatto di eventi climatici negli ultimi tre anni e il 15% ne abbia riportato conseguenze gravi, solo l’8% ha predisposto misure preventive strutturate. Settori come l’agroalimentare e il chimico figurano tra i più esposti, con i due terzi delle aziende agricole colpite da siccità o inondazioni.

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Il ritardo generale nell’analisi dei rischi fisici lascia scoperte ampie porzioni della catena del valore, dimostrando come, accanto alla riduzione delle emissioni, la resilienza operativa debba diventare il prossimo tassello fondamentale per la competitività futura.

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Freelance nel campo della comunicazione, dell’editoria e videomaker, si occupa di temi legati all’innovazione sostenibile, alla tutela ambientale e alla green economy. Ha collaborato e collabora, a vario titolo, con organizzazioni, emittenti televisive, web–magazine, case editrici e riviste. È autore di saggi e pubblicazioni.