Decarbonizzare i porti italiani, siglata l’intesa tra Gse e Ontm

Il nuovo corso della sostenibilità portuale italiana: intervista all'ad del Gse, Vinicio Mosè Vigilante

L’intesa tra il Gestore dei Servizi Energetici (Gse) e l’Osservatorio Nazionale Tutela del Mare (Ontm) segna un passaggio decisivo nel percorso di accelerazione verso la decarbonizzazione e l’efficientamento dei porti italiani. Questa partnership ad ampio raggio nasce per definire una cornice capace di supportare concretamente la trasformazione del comparto, integrando in un’unica visione integrata la pianificazione degli investimenti, l’innovazione tecnologica e le forme di sostegno. Attraverso questo percorso di durata triennale, le due realtà intendono offrire a Enti pubblici, Autorità portuali e operatori privati gli strumenti formativi, tecnici e scientifici necessari per guidare la transizione energetica delle infrastrutture marittime del Paese.

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Foto di Olga Subach su Unsplash.

L’impegno congiunto si concentra sulla diffusione di modelli energetici avanzati per far fronte alle sfide ambientali dei porti e delle aree costiere. Per approfondire le linee programmatiche, gli strumenti operativi e le prospettive di sviluppo aperte dall’accordo, ne abbiamo parlato con l’amministratore delegato del Gse, Vinicio Mosè Vigilante.

Il Protocollo con l’Osservatorio Nazionale Tutela del Mare si affianca all’Accordo già avviato con l’Autorità di Sistema Portuale del Mar Ionio. Come si integrano le due iniziative e quale modello intendete costruire per i porti italiani?

Le due iniziative rispondono a una logica unitaria e complementare. Il Protocollo sottoscritto con Ontm il 21 aprile scorso costruisce una cornice di sistema per l’intero comparto marittimo-portuale: mette in rete istituzioni, Autorità di Sistema Portuale, operatori, imprese, ricerca e territori e promuove formazione, studi, diffusione degli strumenti del Gse e valorizzazione delle migliori pratiche. L’Accordo con l’Autorità di Sistema Portuale del Mar Ionio traduce questa cornice in attività, analisi e progetti concreti nel Porto di Taranto.

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L’amministratore delegato del Gse, Vinicio Mosè Vigilante.

Il modello che intendiamo consolidare non è una somma di iniziative isolate, ma un percorso comune capace di collegare pianificazione strategica, investimenti, strumenti di sostegno e competenze tecniche. Taranto rappresenta un primo laboratorio operativo, dal quale ricavare soluzioni e metodologie replicabili, sempre adattandole alle caratteristiche dei singoli scali.

I porti italiani, infatti, sono molto diversi per dimensione, traffici, configurazione fisica, disponibilità di aree e rapporto con i territori. Per questo non esiste una soluzione standard, occorre partire dall’analisi dei fabbisogni energetici e delle specificità locali, per costruire percorsi realistici, sostenibili e misurabili.

Quali sono oggi le principali opportunità della transizione energetica per i porti e come può il Gse accompagnarne la realizzazione?

Le opportunità riguardano anzitutto l’efficienza energetica di edifici, magazzini, terminal, impianti e sistemi di illuminazione. Interventi di questo tipo consentono di ridurre i consumi, migliorare le prestazioni ambientali e generare risparmi strutturali; strumenti come il Conto Termico e i Certificati Bianchi possono rappresentare leve importanti per sostenerli.

C’è poi il grande capitolo delle fonti rinnovabili. Le aree portuali possono ospitare nuova capacità produttiva, dal fotovoltaico sulle superfici compatibili alle applicazioni innovative del fotovoltaico galleggiante, e contribuire allo sviluppo dell’eolico offshore e delle relative filiere industriali. Queste soluzioni possono integrarsi con sistemi di accumulo, mobilità elettrica, gestione intelligente dei consumi ed elettrificazione delle banchine. Il coldironing, in particolare, permette alle navi in sosta di collegarsi alla rete elettrica di terra, riducendo le emissioni locali prodotte dai motori ausiliari.

Guardando al medio-lungo termine, i grandi scali sono inoltre candidati a diventare hub energetici del Mediterraneo: punti di accesso, trasformazione, stoccaggio e distribuzione di idrogeno e nuovi combustibili a basse emissioni, necessari per decarbonizzare il trasporto marittimo e l’industria energivora. Il Gse può accompagnare questi percorsi mettendo a disposizione competenze, conoscenza dei meccanismi di sostegno e supporto tecnico-operativo, in coordinamento con tutti i soggetti responsabili della pianificazione e delle reti.

In questo quadro, quale ruolo possono svolgere le Comunità Energetiche Portuali e le altre configurazioni di autoconsumo? Esistono già applicazioni concrete?

Le aree portuali presentano condizioni particolarmente favorevoli come superfici utilizzabili per impianti a fonti rinnovabili, consumi elettrici significativi e una pluralità di soggetti che possono condividere l’energia prodotta localmente. Le configurazioni di autoconsumo possono quindi rendere più efficiente l’uso delle risorse, ridurre l’esposizione ai costi energetici e generare benefici economici, ambientali e sociali per operatori, imprese e territori.

La condivisione avviene virtualmente attraverso la rete esistente e ciascun partecipante mantiene il proprio contratto di fornitura e la propria autonomia. Il nodo decisivo è la governance, cioè la capacità di definire con chiarezza chi partecipa, quali investimenti vengono realizzati, come si ripartiscono benefici e responsabilità e chi coordina la configurazione.

Come mettere in pratica questa visione?

Su questo terreno siamo già al lavoro. Il Gse sta affiancando l’Autorità di Sistema Portuale del Mar Ionio con un supporto tecnico mirato all’analisi dei fabbisogni energetici e alla valutazione delle possibili configurazioni di Cacer, anche in relazione alla partecipazione ai bandi regionali. L’obiettivo è accompagnare l’Ente nella definizione di un modello energetico evolutivo, coerente con le prospettive di sviluppo del Porto di Taranto e potenzialmente replicabile in altri scali.

Le Comunità Energetiche Portuali rappresentano una straordinaria opportunità per trasformare queste infrastrutture strategiche in ecosistemi energetici avanzati, capaci di generare valore economico, ambientale e sociale.

Il Protocollo ha una durata triennale. Quale risultato concreto vorreste vedere al termine di questo percorso?

Il successo non potrà essere misurato soltanto in megawatt installati. Dovremo valutare la capacità della collaborazione di coinvolgere Autorità portuali, operatori e istituzioni, accrescere le competenze tecniche e generare progettualità mature. Guarderemo al numero e alla qualità degli interventi sviluppati, agli investimenti attivati e, progressivamente, alla capacità rinnovabile realizzata, ai consumi coperti da fonti rinnovabili, all’energia condivisa, ai risparmi conseguiti e alle emissioni evitate.

L’obiettivo è passare dalla conoscenza delle opportunità a un portafoglio di progetti concreti, realizzabili e replicabili. Se un tempo i porti rappresentavano il punto di ingresso delle merci e delle persone, oggi possono diventare il luogo in cui l’Italia può mostrare concretamente la propria capacità di integrare innovazione, sostenibilità e sviluppo industriale. È nei porti che può prendere forma una delle immagini più moderne del Made in Italy: un Paese che investe nella transizione energetica, nella competitività delle proprie imprese e nella valorizzazione delle sue eccellenze.

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Freelance nel campo della comunicazione, dell’editoria e videomaker, si occupa di temi legati all’innovazione sostenibile, alla tutela ambientale e alla green economy. Ha collaborato e collabora, a vario titolo, con organizzazioni, emittenti televisive, web–magazine, case editrici e riviste. È autore di saggi e pubblicazioni.