C’è una evidente contraddizione nella strategia internazionale dell’Italia sul fronte delle normative comunitarie. Mentre il governo sottoscrive un documento informale per chiedere all’Unione Europea di rallentare la produzione di nuove leggi e concentrarsi sulla semplificazione, nel Paese si attende l’entrata in vigore di una storica stretta proprio a tutela degli animali allevati.
La mossa diplomatica, che vede l’Italia tra i quindici Stati membri promotori di un “Anno europeo dell’attuazione e del consolidamento”, rischia di frenare l’attesa riforma europea sul benessere animale. Un’iniziativa che la Commissione europea aveva promesso di presentare entro il 2026 e che include tappe fondamentali come l’abolizione delle gabbie e lo stop all’abbattimento dei pulcini maschi.
Il cortocircuito nazionale
Il punto di frizione più evidente riguarda proprio la filiera avicola. L’Italia si trova a poche settimane da un traguardo epocale: il prossimo 31 dicembre 2026 entrerà infatti in vigore il divieto nazionale di uccisione dei pulcini maschi nell’industria delle uova.
La norma, approvata nel 2022 e giunta alle linee guida attuative nell’ottobre del 2025 dopo anni di ritardi e pressioni da parte delle associazioni animaliste, consentirà di risparmiare circa 34 milioni di pulcini all’anno.
Mentre il Paese sceglie di compiere questo passo pionieristico a livello domestico, la firma del governo italiano sul documento presentato a Bruxelles chiede alla Commissione di congelare o rallentare le nuove proposte legislative, compresa quella riforma che estenderebbe il divieto a tutti i Paesi dell’Unione.
La mobilitazione e la voce di Animal Equality
La presa di posizione del governo ha scatenato la dura reazione delle organizzazioni per i diritti degli animali. Animal Equality, che nelle scorse settimane ha guidato tre giorni di proteste ininterrotte davanti ai palazzi della Commissione a Bruxelles — inclusi gli edifici Berlaymont e la DG SANTE —, punta il dito contro quella che definisce una pericolosa incoerenza politica.
«Se l’Italia sa far sentire con chiarezza la propria voce su fondi, PAC e reciprocità commerciale, perché quella stessa chiarezza sparisce quando si tratta di onorare, a livello europeo, un impegno che l’Italia ha già scelto di rispettare a livello nazionale?»— Matteo Cupi, vice presidente di Animal Equality Europa.
La polemica si inserisce in un quadro di incontri istituzionali intensi. Solo lo scorso 25 settembre, il Commissario europeo per l’Agricoltura Christophe Hansen e il ministro italiano Francesco Lollobrigida si sono incontrati a Sorrento per discutere di risorse contro la peste suina africana, fondi per la PAC post-2028 e tutela delle produzioni interne. In quell’occasione, Lollobrigida aveva ribadito con forza la centralità della posizione italiana in Europa.
Le richieste al vaglio di Bruxelles
La Commissione europea è ora chiamata a definire il proprio Work Programme 2027. Le organizzazioni di tutela animale chiedono che le promesse fatte in risposta all’Iniziativa dei Cittadini Europei “End the Cage Age” e alla Livestock Strategy non vengano ulteriormente diluite.
Le richieste avanzate dai manifestanti vertono su due punti chiave:
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Misure immediate per il 2026: l’introduzione di una proposta ambiziosa per il divieto delle gabbie per le galline ovaiole, lo stop ai pulcini maschi e standard di importazione equi, senza lunghi periodi di transizione o scappatoie economiche.
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Un cronoprogramma certo: impegni vincolanti con scadenze precise per la revisione delle norme sul benessere delle femmine di maiale e l’eliminazione delle gabbie di gestazione.
«L’Italia questa legge l’ha già approvata in casa propria — conclude Cupi —. Non c’è motivo per cui l’Europa debba aspettare, e non c’è scusa per chiederglielo. Restiamo presenti nelle piazze e nei tavoli istituzionali fino a quando la riforma promessa non sarà una legge, non una frase».
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