Il settore del tessile italiano si trova in una fase di “stallo operoso”. Da un lato, le aziende attendono con ansia il via libera definitivo al decreto sull’EPR (Responsabilità Estesa del Produttore), dall’altro la filiera cerca di anticipare i tempi per non farsi trovare impreparata. Sara Faccioli, presidente di Redress, traccia un quadro netto della situazione: tra ritardi burocratici, sfide tecnologiche e la necessità di riscoprire antichi mestieri.

Il nodo normativo: un continuo posticipare

sara faccioli  e agnese cecchiniNonostante le rassicurazioni istituzionali, la tabella di marcia per l’approvazione del decreto legislativo ha subito diversi rallentamenti. “Siamo in ritardo sulla tabella di marcia“, spiega Faccioli. “Inizialmente l’entrata in vigore doveva essere fine anno scorso, poi entro marzo di quest’anno. In realtà a marzo è partita solo la fase di approvazione della bozza concertata tra Mase e Mimit, che ora è ferma in Conferenza Stato-Regioni”.

L’auspicio è che l’iter si concluda entro il 2026, ma l’attesa logora il sistema. “I produttori vivono nell’incertezza. Devono prepararsi alla dichiarazione dell’immesso al consumo e al contributo ambientale, e questo continuo rinvio non è positivo né per loro né per il sistema di raccolta, che è già in crisi”.

La crisi della raccolta e il mito del “Second Hand”

Attualmente, il sistema di raccolta differenziata del tessile è obbligatorio, ma i margini economici stanno svanendo. “Oggi gli operatori hanno contratti con le municipalizzate che sono diventati svantaggiosi“, sottolinea la Presidente di Redress. “Quello che raccolgono ha sempre meno valore: il ricavo dalla vendita del materiale selezionato per il second hand spesso non copre più i costi di raccolta e igienizzazione. Quando parliamo di cassonetti stradali parliamo di abiti usati, mentre il riciclo vero e proprio riguarda oggi soprattutto scarti di produzione e invenduto”.

Proprio sull’invenduto sta per abbattersi una novità fondamentale: “Dal 19 luglio entrerà in vigore il divieto di distruzione dei prodotti invenduti. Le aziende dovranno trovare alternative come l’upcycling o il second hand, cercando di evitare l’incenerimento, che deve restare l’ultima opzione della catena”.

Tecnologia e nuovi (vecchi) mestieri

Secondo Faccioli, la transizione verso un tessile sostenibile non è frenata dalla tecnologia, ma richiede un cambio di paradigma produttivo. “Non è un freno, è un’opportunità di innovazione. Le nuove normative spingeranno verso prodotti più riciclabili, durevoli e riparabili”.

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Questa spinta verso la riparabilità potrebbe avere un effetto sociale inaspettato: il ritorno di professioni dimenticate. “Il decreto spinge molto sulla riparabilità. I produttori dovranno mettere a disposizione servizi per riparare i capi, riscoprendo figure come il sarto o il calzolaio. Oggi facciamo fatica a trovare manodopera specializzata perché tutti vogliono fare lavori d’ufficio, ma l’EPR creerà nuovi posti di lavoro, sia negli impianti di riciclo che nell’artigianato”.

Il Passaporto Digitale contro il “Fast Fashion”

Una delle sfide più complesse resta il contrasto ai capi a basso costo e bassa qualità che inondano il mercato. In questo senso, la tecnologia offrirà uno strumento di trasparenza: il Passaporto Digitale del Prodotto. “Permetterà ai cittadini di scegliere consapevolmente”, afferma Faccioli. “Conterrà informazioni sulla catena di produzione, sui materiali e sulla provenienza. Dovremo educare l’utilizzatore finale, proprio come è stato fatto per le bottiglie di plastica: dobbiamo far arrivare la cultura del riciclo anche nel vestire, facendo capire perché un capo che costa qualche euro in più ha un valore ambientale diverso”.

Il futuro: progetti pilota e materie prime seconde

Nonostante il costo delle materie prime riciclate sia attualmente superiore a quello delle vergini “È assolutamente antieconomico oggi per un produttore usare materiale riciclato”, ammette, la strada è tracciata. L’obiettivo è sviluppare un’infrastruttura nazionale per non dover più esportare rifiuti all’estero.

Nell’attesa che la “bandierina del via” arrivi dal Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica (Mase), Redress non resta a guardare. “Stiamo attivando dei progetti pilota su base volontaria con i nostri produttori per iniziare a raccogliere e dare messaggi agli utenti ancora prima che il decreto entri in vigore. Oggi raccogliamo solo il 20% delle 900.000 tonnellate di rifiuti tessili prodotte in Italia; il resto finisce nell’indifferenziata. C’è tantissima strada da fare, ma la consapevolezza sta crescendo”.

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Giornalista, video maker, sviluppo format su più mezzi (se in contemporanea meglio). Si occupa di energia dal 2009, mantenendo sempre vivi i suoi interessi che navigano tra cinema, fotografia, marketing, viaggi e... buona cucina. Direttore di Canale Energia; e7, il settimanale di QE ed è il direttore editoriale del Gruppo Italia Energia dal 2014.