Mentre i prezzi alla pompa continuano a erodere il potere d’acquisto delle famiglie italiane, l’industria del petrolio si prepara a un anno record. Secondo l’ultimo rapporto dell’osservatorio di Transport & Environment (T&E), il conflitto in Medio Oriente scoppiato lo scorso febbraio ha innescato un meccanismo di speculazione che porterà nelle casse delle raffinerie e dei distributori circa 4 miliardi di euro di extraprofitti solo in Italia entro la fine del 2026.
Il caro-pieno: i numeri della crisi
Dall’escalation militare tra Stati Uniti, Israele e Iran, i prezzi dei carburanti hanno subito un’impennata verticale. Nella settimana del 13 aprile, il gasolio ha toccato la soglia critica di 2,15 euro al litro, rendendo un pieno da 55 litri più caro di ben 26 euro rispetto ai livelli pre-conflitto.
Ma a preoccupare gli analisti di T&E non è solo l’aumento del greggio, bensì il margine di guadagno delle aziende:
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Gasolio: le compagnie incassano 46 centesimi extra per ogni litro venduto.
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Benzina: il guadagno straordinario è di 24 centesimi al litro.
In totale, le sole attività di downstream (raffinazione e vendita) hanno già generato 800 milioni di euro di utili in eccesso dall’inizio delle ostilità.
L’appello: tassare i profitti, non sussidiare i consumi
Di fronte a questo scenario, T&E chiede con forza al governo italiano l’introduzione di una tassa nazionale sugli utili straordinari. L’obiettivo è duplice: colpire chi sta beneficiando della volatilità dei prezzi e recuperare risorse per la transizione energetica.
Andrea Boraschi, direttore per l’Italia di T&E, critica duramente le attuali politiche di mitigazione:
“Il governo deve smettere di spendere fondi pubblici per sterilizzare il prezzo dei carburanti alla pompa. È una strategia che, come confermato da molti economisti, avvantaggia iniquamente le classi più abbienti. Quei soldi dovrebbero essere investiti in misure strutturali per ridurre la dipendenza dal petrolio e sostenere le famiglie vulnerabili nell’elettrificazione dei consumi.”
Uno sguardo all’Europa
La situazione italiana è lo specchio di una tendenza continentale. Se i margini attuali dovessero persistere, gli extraprofitti del settore downstream a livello UE raggiungeranno i 24 miliardi di euro quest’anno. A questi si aggiungono i profitti delle attività di upstream (estrazione), stimati in 67 miliardi di euro entro la fine del 2026, di cui quasi 9 miliardi derivanti dal solo mercato italiano.
Il fronte delle ONG
La richiesta di un intervento fiscale non arriva solo da T&E. Una coalizione di 31 ONG europee, tra cui Oxfam, WWF e CAN Europe, ha inviato una lettera formale all’Unione Europea. La richiesta è chiara: implementare un prelievo sugli extraprofitti (superiore a quello già tentato nel 2022) per finanziare la transizione verso l’energia pulita. Solo così, sostengono le organizzazioni, l’Europa potrà liberarsi dal ricatto della volatilità dei mercati fossili e proteggere i cittadini da future crisi energetiche.
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