Il settore della concia in Italia si fonda su un modello industriale basato su  distretti costituiti da piccole imprese, spesso a conduzione familiare, a cui si affiancano realtà di maggiori dimensioni.

Nello specifico, ci sono tre distretti conciari in Italia:

Il distretto veneto, sede di uno dei maggiori distretti conciari del mondo è il più importante in Italia per produzione e numero di addetti. Comprende Arzignano e l’area del Chiampo da Crespadoro a Montebello, da Montorso a Zermeghedo fino a Montecchio Maggiore. Questo distretto si caratterizza per la presenza di imprese medio-piccole e grandi gruppi industriali all’avanguardia. È specializzato sulle pelli bovine medio-grandi che vengono principalmente destinate ai settori dell’automotive, arredamento, calzatura e pelletteria.

Il distretto toscano comprende i comuni di S.Croce sull’Arno, Bientina, Castelfranco di Sotto, Montopoli Val d’Arno, San Miniato, Santa Maria a Monte in provincia di Pisa e Fucecchio in provincia di Firenze. In questo distretto, le lavorazioni riguardano soprattutto le pelli bovine di medie e piccole dimensioni, con una buona percentuale anche di pelli caprine. Queste concerie si caratterizzano per l’elevato grado di artigianalità delle produzioni, destinate soprattutto all’alta moda.

Infine, il distretto campano, specializzato nella concia di piccole pelli, ovine e caprine, per abbigliamento, calzatura e pelletteria. Le imprese si localizzano principalmente nella zona di Solofra (Avellino), Montoro Inferiore, Montoro Superiore e Serino, vicino ad Avellino, con alcune importanti presenze anche nei dintorni di Napoli (Arzano, Casandrino, Casoria).

Per meglio comprendere quale sia lo stato di salute del settore e quali richieste e proposte avanza, per affrontare un momento di crisi che si sta prolungando ulteriormente, anche a causa della guerra, Canale Energia ha intervistato la segreteria nazionale FilctemCgil, Sonia Paoloni. 

Qual è lo stato di salute del settore della concia in Italia, come è cambiata negli anni la sua produzione nell’ottica della sostenibilità? 

Il settore della concia in Italia possiamo dire che gode di ottima salute, nonostante i contraccolpi dovuti alla pandemia e, in questo momento, dovuti anche alle ripercussioni e ai costi generali della guerra. 

La concia italiana è leader nel mondo e, soprattutto in Europa, dove ha conquistato e mantenuto questa sua leadership, poiché ha saputo negli anni adeguare la propria struttura all’evoluzione sia del mercato, che della sostenibilità ambientale. 

Noi abbiamo nel distretto di Solofra (AV), il più piccolo dei tre in Italia, una Stazione sperimentale che lavora per tutti e tre i distretti, dunque ha una valenza nazionale, dove si fanno le indagini sulla sostenibilità del settore. 

Quest’ultimo, considerato un settore altamente inquinante e dannoso per l’ambiente, invece è uno dei settori più controllati e sottoposto a stretta vigilanza, poiché non si può permettere di avere dei valori che non rientrino in quelli fissati dalla normativa. In caso contrario, c’è la chiusura degli stabilimenti.

Poi, è vero che negli anni la normativa è cambiata, e quindi l’azienda deve avere il lasso di tempo necessario per adeguarsi, ad esempio dal punto di vista della depurazione.

La conceria italiana lavora principalmente per la moda e per l’automotive, e in parte per l’arredo. Siccome Santa Croce in Toscana lavora per lo più per i brand dell’alta moda, così come Arzignano, in Veneto, i brand più famosi pretendono la certificazione di qualità del prodotto e di sostenibilità. Se azienda e prodotto non sono certificati, la casa madre non commissiona più il lavoro.

Le faccio un esempio: il presidente Unic– Concerie Italiane, Fabrizio Nuti, è stato in Albania per visionare una conceria da acquistare e aggiungere come polo a quelle italiane. Dopo aver visionato tutta l’azienda, si è chiesto dove fosse l’impianto di depurazione, ma gli è stato risposto candidamente che, dal tubo i reflui finivano direttamente in mare. Ecco, in Italia, una cosa del genere non sarebbe permessa, pena la chiusura dell’azienda e la perdita del committente. 

Dunque, in Italia la normativa è molto avanti rispetto al resto d’Europa, senza nemmeno considerare i Paesi emergenti, da noi, seppur maleodorante, si tratta sempre di uno scarico filtrato.

Come coniugare allinterno del comparto sviluppo e innovazione? La formazione a che punto è, si allinea a questi due parametri?

Per quanto riguarda la formazione c’è da lavorare ancora molto, perché siamo indietro proprio come Sistema Paese. I fondi ci sono, ma sono pochi, insufficienti e soprattutto non sono di facile utilizzo, per questo inadeguati. 

Un esempio, è il Fondo per le nuove competenze: questo contempla una formazione principalmente fatta in aula e non sul posto di lavoro, limitando la possibilità degli operatori diretti della concia di utilizzare quel Fondo per rinnovarsi, perché certi tipi di innovazione tecnologica si fanno sul posto di lavoro e non in aula.

Pertanto, sulle competenze della nuova digitalizzazione, il Fondo è stato pensato per chi si occupa di servizi, non per i settori manifatturieri, ecco perché è di difficile utilizzo. 

Se si passa da un macchinario manuale ad uno digitalizzato, per imparare ad utilizzarlo lo si deve fare sul posto di lavoro, non in aula. 

Allora, sulla formazione ci sarebbe molto bisogno di adeguare gli strumenti normativi che abbiamo per i finanziamenti necessari, altrimenti le aziende provano ad arrangiarsi con la formazione sul posto, però poi, che tipo e qualità di formazione viene fuori? 

Le certificazioni esistenti vi tutelano sufficientemente nel realizzare prodotti di valore sostenibili e circolari che contraddistinguono il nostro Made in Italy? In caso contrario, come si può intervenire in merito?

Sulle certificazioni, quando si parla di Made in Italy, trattasi di una battaglia storica persa. Le certificazioni che ora ci sono non sono sufficienti a tutelare la vera produzione italiana, in seguito al fatto che, in realtà, non esiste una norma precisa. 

La normativa dice che, se un prodotto viene confezionato in Italia, può ottenere il marchio Made in Italy, anche se il processo produttivo è stato svolto da un’altra parte. Quindi, si ha un prodotto fatto ovunque nel mondo e confezionato in Italia, e questo genera confusione rispetto ad un prodotto  completamente Made in Italy, che il consumatore non riesce a distinguere.

Perciò noi, sulla questione del Made in Italy, siamo costantemente impegnati e in lotta con l’Unione Europea, insieme alla parte sana degli imprenditori, perché occorre l’unanimità per queste norme, ma i Paesi del nord Europa, che non sono produttori, ma solo importatori, non votano all’unanimità su questa normativa.

Sicuramente, a livello europeo, si sta facendo qualcosa per il sistema moda nel suo complesso e sulla certificazione digitale dei prodotti. Attraverso un codice infatti, nel prossimo futuro si potranno evincere tutte le informazioni su quel prodotto, dove è avvenuto il processo produttivo, qual è l’origine e da dove provengono i materiali. 

Però sul tema delle certificazioni, possiamo dire che sono per ora insufficienti sulla tutela del Made in Italy, così come è abusata la dicitura “vera pelle”. 

Quali sono nello specifico le vostre necessità e richieste al Governo?

Noi abbiamo fatto un documento comune per quanto riguarda il Governo, su tutto il Sistema Moda, presentato già sia al Mise che al Ministero del Lavoro. Questo perché per tutelare il lavoro, in un primo momento abbiamo chiesto ammortizzatori sociali contro i licenziamenti e li abbiamo ottenuti. 

Ora che è passata la fase emergenziale, abbiamo chiesto congiuntamente un intervento urgente anche per quanto riguarda l’aumento dei costi energetici.

Inoltre, altre cose che chiediamo sono: investimenti sulla formazione, sull’occupazione, favorendo il reshoring da parte delle aziende che magari hanno delle parti di produzione esternalizzate e vogliono reinternalizzarle in Italia. 

Infine, forme di incentivazione e sostegno per il ricambio generazionale, agevolando l’ingresso dei giovani e l’uscita delle persone vicine alla pensione, con dei part-time finanziati. 

Rimane la richiesta di finanziamenti per l’innovazione, nel senso detto precedentemente, e degli investimenti per creare sinergie a livello di distretti, dato che il settore è già organizzato in questo senso, si potrebbe creare ad esempio, un hub del risparmio energetico o comunque di aggregazione delle imprese, sarebbe importante. Oltre a ciò, la possibilità di utilizzare i fondi del Pnrr per lo sviluppo della digitalizzazione delle imprese.

Il Pnrr per il settore può essere uno strumento “risolutore”? È sufficiente a far fronte alle vostre esigenze?

Se fosse utilizzato nelle maniera corretta sì, perché i fondi ci sono e sono tanti, ma devono essere utilizzati nella maniera corretta, cosa di cui purtroppo non abbiamo una certa garanzia.

Quali sono invece le vostre proposte e iniziative comuni, per realizzare dei progetti volti allo sviluppo del settore e all’economia circolare?

Le proposte sull’economia circolare le stiamo portando avanti congiuntamente con la Stazione Sperimentale, che è fisicamente adiacente al distretto di Solofra (AV), ma che lavora per tutti e tre i distretti, e qui lavoriamo insieme per i progetti di sviluppo dell’economia circolare.

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Professionista delle Relazioni Esterne, Comunicazione e Ufficio Stampa, si occupa di energia e sostenibilità con un occhio di riguardo alla moda sostenibile e ai progetti energetici di cooperazione allo sviluppo. Possiede una solida conoscenza del mondo consumerista a tutto tondo, del quale si è occupata negli ultimi anni.