pelle
Inquinamento del sistema pelle

La pelle rimane uno dei materiali più controversi, alcuni brand lo hanno bandito dalle proprie collezioni, altri ricercano soluzioni alternative, ma non è così semplice farne a meno per via delle sue caratteristiche di vestibilità e morbidezza.

Secondo un report della Mordor Intelligence, il mercato della pelle registrerà un tasso di crescita annua del 6% da qui al 2025, quindi per quanto controversa, continuerà ad essere utilizzata nel prossimo futuro.

Sistema pelle: asse portante della moda italiana

Come emerge dal report di sostenibilità di Unic (Unione Nazionale Italiana Conciatori), le aziende italiane del comparto della concia sono ben 1.180 con 17.115 addetti. Il report evidenzia come le aziende abbiano fatto notevoli passi avanti negli ultimi anni dal punto di vista della sostenibilità della lavorazione. In Italia, i numeri della concia danno un’idea del valore del comparto: qui si realizza il 65% della produzione europea e il 23% del prodotto a livello mondiale. Se prima del Covid-19, che ovviamente ha inferto un duro colpo al settore, il costo di una pelle di vitellone acquistata presso il macello era di circa 100 euro, ora il prezzo è sceso a 20 euro.

Inquinamento su diversi fronti

L’industria conciaria lavora un prodotto che è un sottoprodotto della macellazione, pertanto la concia è un modo per smaltirlo, che paradossalmente potrebbe essere meno impattante rispetto ad altre metodologie di dismissione. Ovviamente, il fatto che l’industria della macellazione, e a monte quella dell’allevamento, produca tanta CO2 e uno sfruttamento del suolo indiscriminato, ci pone il problema della provenienza delle pelli e delle sue conseguenze. C’è sicuramente bisogno di una tracciabilità più trasparente, che non ci renda complici degli interessi sottesi agli allevamenti di bestiame, che ad esempio, sono una delle maggiori cause di deforestazione dell’Amazzonia. Gli allevamenti poi, sono causa della produzione di metano, con un ammontare per ogni singolo capo tra i 250 e 500 litri al giorno, contribuendo enormemente alla produzione di gas serra.

Il consumo di acqua e sostanze chimiche ha un impatto ambientale deleterio, ma la concia è per definizione il processo attraverso il quale la pelle animale viene trattata chimicamente per alterarne la consistenza e renderla più durevole, conferendole morbidezza. Nel processo di concia convenzionale vengono utilizzati tra i 1.500 e 2.000 litri di acqua per pelle a seconda delle dimensioni. In Italia, le aziende sono dotate di acquedotti industriali in grado di recuperare l’acqua ed evitare che quella contaminata finisca nella falda. Poi c’è il processo della chimica, sali di cromo o, fenoli tannini e tanti materiali che producono inquinamento attraverso gli scarichi delle acque reflue. In Italia, va sicuramente meglio di paesi come il Bangladesh, dove ci sono 113 concerie che producono oltre 5 milioni di galloni di effluenti di concerie al giorno, per intenderci otto volte il volume di una piscina olimpionica, che finiscono nelle acque sotterranee e danneggiano la salute umana e l’attività agricola.

Linee guida e certificazioni

Si diffondono linee guida e certificazioni che vietano l’impiego di sostanze chimiche nocive per la salute, come quelle dell’Unione Europea che vietano l’utilizzo del cromo 6, agente cancerogeno utilizzato per i capi in pelle, inserito tra le sostanze soggette a restrizione. Il programma Zdhc sulla sicurezza chimica impone standard per la produzione non tossica della pelle, il Leather Working Group ha creato un sistema di audit che ad oggi certifica 623 aziende, per garantire la tracciabilità delle pelli secondo il rispetto degli standard ambientali sulla corretta gestione della chimica. Anche la pelle ecologica ha una sua certificazione, rilasciata dalla Unic, che stabilisce dei requisiti minimi di processo e prodotto affinché la pelle possa essere definita con un basso impatto ambientale.

A prescindere dalla certificazioni, esiste un sistema alternativo a quello tradizionale della concia, è quello vegetale, basato su una lavorazione eseguita in Toscana. Si utilizzano i tannini naturali che permettono alla fine del ciclo di vita del capo, di poter essere smaltito più facilmente grazie alle sue caratteristiche. Il consorzio toscano Vera Pelle Conciata al Vegetale garantisce il riutilizzo della maggior parte delle sostanze usate durante la lavorazione delle pelli. La pelle conciata al vegetale garantisce l’assenza di sostanze tossiche come il nichel o il cromo 6.

Pelle o Pvc? Questo è il dilemma

Si stima che, entro il 2027, l’industria della pelle sintetica o vegana vedrà una notevole crescita, con un valore che si attesterà intorno ai 40 miliardi di dollari.

Ad essere precisi però, non possiamo chiamarla pelle vegana o sintetica, infatti secondo una legge italiana del giugno 2020 è stato stabilito che, per non confondere il consumatore, possiamo chiamare pelle “solo un prodotto di origine animale”. I materiali alternativi alla pelle possono essere prodotti con materiali plastificati, vegetali o riciclati. Bisogna essere estremamente attenti: spesso, i sostituti della pelle sono peggio della stessa, perché ricavati da materiali sintetici, come l’ecopelle o il Pvc, che sono sostanzialmente plastica. I tessuti plastificati non sono la scelta più sostenibile, tra essi i più diffusi sono il Pvc (cloruro di polivinile) o il PU (poliuretano). Secondo Greenpeace, il Pvc è la plastica più dannosa per l’ambiente, il suo intero ciclo di vita  rilascia sostanze chimiche tossiche a base di cloro che emettono tossine. Il suo smaltimento è a dir poco problematico, motivo per cui molti brand non lo utilizzano più. Il poliuretano invece è dannoso durante la sua produzione, ma può essere riciclato. Comunque, entrambi durano molto meno di un capo in pelle, che se di buona qualità, può durare per tutta la vita. Attualmente, si riscontra una buona diffusione dei materiali realizzati con base vegetale, come il pinatex fatto dalle foglie di ananas o il desserto dalle foglie di cactus. Si trovano anche tanti tipi di materiali riciclati dalla plastica, gomma o sughero, che possono essere trasformati e diventare simili alla pelle. Anche il riciclaggio della vera pelle, inizia ad affermarsi, evitando che gli scarti vengano buttati in discarica. Ad oggi però, il Pvc rimane il materiale più utilizzato.

Innovazione e sostenibilità con la prima pelle metal-free al mondo

Be Green Tannery, azienda di Avellino, ha brevettato la pelle metal-free, che perciò non contiene alcun tipo di metallo, contrariamente a quanto avviene in genere. E’ una pelle a ridotto impatto ambientale, che richiede 12 ore di produzione in meno rispetto a quella al cromo, con un risparmio di 180 kW e 3.000 litri d’acqua a parità di materiali lavorati. Si utilizzano dei pre-concianti sintetici, ma anche di estrazione naturale, provenienti da materiale di riciclo con le stesse performance che prevedono le conce con i metalli. Il risultato è: meno inquinamento e meno carico inquinante quando ci sono i reflui conciari. Per essere ancora più sostenibili, anche l’energia elettrica utilizzata proviene tutta da fonti rinnovabili. La pelle della conceria campana è ottenuta grazie ad un processo brevettato, il primo al mondo ad aver ottenuto la certificazione di prodotto metal-free dalla stazione sperimentale per l’industria delle pelli (organismo di ricerca). Questo processo permette di abbattere il 33% del tempo impiegato, dell’energia consumata e il 30% dell’acqua consumata. I prodotti ottenuti sono altrettanto performanti rispetto a quelli precedentemente forniti, pur differenziandosi per la modalità produttiva.

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Carla Pillitu
Professionista delle Relazioni Esterne, Comunicazione e Ufficio Stampa, si occupa di energia e sostenibilità con un occhio di riguardo alla moda sostenibile e ai progetti energetici di cooperazione allo sviluppo. Possiede una solida conoscenza del mondo consumerista a tutto tondo, del quale si è occupata negli ultimi anni.