Il principio europeo del “chi inquina paga” rischia di trasformarsi, nel cuore del Veneto, nell’ennesima ingiustizia ambientale. Un’opera strategica e monumentale, definita dagli esperti come il “prototipo dell’irrigazione del futuro”, rischia infatti di arenarsi a un passo dal traguardo per una carenza finanziaria di circa 5 milioni di euro.
A lanciare l’allarme è il Consorzio di bonifica Adige Euganeo, che ha approvato una delibera politicamente chiarissima: il mondo agricolo e i cittadini del comprensorio non sborseranno un euro in più per coprire gli extracosti di un’opera nata per rimediare a un disastro provocato da altri.
Il contesto: una barriera contro i veleni industriali
La condotta sotterranea in questione è un maxi-progetto da oltre 44 milioni di euro, ideato per rispondere a una delle più gravi emergenze ambientali della storia italiana: la contaminazione da sostanze perfluoroalchiliche (PFAS) del fiume Fratta/Gorzone. Un avvelenamento causato per decenni dagli scarichi industriali – provenienti soprattutto dalla valle vicentina del Chiampo – che ha devastato le comunità e l’agricoltura a valle.
L’infrastruttura serve a questo: prelevare acqua pulita dal fiume Adige (attraverso il canale L.E.B.) e portarla direttamente ai distretti irrigui di Guà, Monastero e Fratta. Parliamo di 5.000 ettari di campagne salvaguardate, 15.000 residenti, 2.000 imprese agricole e storiche eccellenze vitivinicole come la D.O.C. Merlara.
“Appare profondamente ingiusto che il costo residuo per completare un’opera di interesse generale sia posto a carico dei consorziati,” dichiara con fermezza Francesco Vincenzi, Presidente di ANBI (Associazione Nazionale dei Consorzi di Gestione e Tutela del Territorio e delle Acque Irrigue). “Caricare su di loro i costi di un’infrastruttura simile violerebbe qualsiasi principio di equità.”
Il Consorzio ricorda che parte dei 92.000 contribuenti e i 200.000 cittadini residenti nel territorio hanno già pagato per anni il conto in termini sanitari, sociali ed economici dell’inquinamento da PFAS.
Una corsa a ostacoli: i motivi del “buco” finanziario
I cantieri, partiti nel mese di aprile del 2022, si sono trovati ad affrontare una tempesta perfetta di imprevisti globali e locali che ha fatto lievitare i costi:
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Geopolitica e inflazione: i rincari delle materie prime scatenati dalla guerra russo-ucraina avevano inizialmente aperto un “buco” da 9 milioni di euro, ridotto poi a 2,5 milioni accorciando il tracciato e attingendo ai fondi del Decreto Aiuti.
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L’imprevisto geologico della sabbia: nel 2023 si è scoperto che la terra originaria dello scavo non era idonea a ricoprire la trincea poiché rischiava di deformare il “tubone” principale. Il consorzio è stato costretto ad acquistare d’urgenza sabbia di cava.
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Meteo estremo: i violentissimi eventi meteorologici che hanno flagellato il Veneto nel corso del 2024 hanno ripetutamente allagato e rallentato i cantieri, generando ulteriori spese straordinarie.
L’opera è al 70%: l’appello alle istituzioni
Nonostante le avversità, i lavori sono in una fase avanzatissima, avendo superato il 70% dell’esecuzione contrattuale. A pieno regime, l’infrastruttura immetterà fino a 2.500 litri al secondo di acqua ad alta qualità e a bassa pressione, azzerando le dispersioni idriche e garantendo alle aziende prodotti irrigati con acque pulite e certificabili.
I presupposti tecnici per finire ci sono tutti; mancano solo gli ultimi dettagli economici. Per sbloccare i 5 milioni mancanti, il Consorzio di bonifica Adige Euganeo ha inviato un documento ufficiale ai vertici della Regione Veneto, ai Ministeri competenti e ai parlamentari del territorio.
“Lasciare l’opera incompiuta significherebbe sprecare gli oltre 44 milioni di euro pubblici già spesi,” conclude Massimo Gargano, Direttore Generale di ANBI. “Un paradosso inaccettabile soprattutto di fronte alla tutela della salute pubblica e alla crescente necessità di rendere efficiente l’utilizzo delle risorse idriche.”
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