Il 2026 segna un traguardo fondamentale per il Wwf Italia: il sessantesimo anniversario della sua fondazione e, contemporaneamente, i 40 anni di attività dell’Ufficio Tutela Giuridica della Natura. Il Dossier Giustizia e Ambiente ripercorre quattro decenni di battaglie legali, evoluzioni normative e impegno civile per dare voce alla natura nelle aule di tribunale e nelle istituzioni.

In questo contesto di profonda trasformazione, segnato dalla riforma costituzionale del 2022, Canale Energia ha intervistato il direttore affari legali e istituzionali del Wwf Italia, Dante Caserta.
Oggi che la tutela di ambiente, biodiversità, ecosistemi ed animali è esplicitata nella Costituzione, quali sono i primi segnali concreti di questo “salto di qualità” in ambito giuridico e nell’approccio dei giuristi con cui collaborate?

La riforma costituzionale del 2022, con la modifica degli articoli 9 e 41, ha rappresentato un passaggio storico non solo simbolico, ma sistemico. Per la prima volta l’ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi entrano nei principi fondamentali della Costituzione, con un esplicito riferimento all’interesse delle future generazioni. Questo ha determinato un mutamento profondo del quadro di riferimento giuridico, offrendo a giudici, pubbliche amministrazioni e operatori del diritto un parametro costituzionale chiaro e non più mediato esclusivamente dalla giurisprudenza.
I primi segnali concreti di questo salto di qualità si colgono soprattutto nell’evoluzione del contenzioso e nel linguaggio giuridico. Sempre più spesso, nei ricorsi amministrativi, nei procedimenti penali e nelle valutazioni ambientali, la tutela dell’ambiente non viene più trattata come interesse “comparabile” o residuale, ma come valore primario dell’ordinamento, destinato a orientare il bilanciamento tra interessi pubblici e privati. La riforma costituzionale ha rafforzato e reso espliciti principi già affermati dalla Corte costituzionale, ma oggi questi principi sono finalmente iscritti nella Carta e diventano immediatamente operativi.
Non tutto è andato positivamente, bisogna riconoscerlo. Dopo la modifica costituzionale il Parlamento e le Regioni hanno approvato norme e provvedimenti spesso totalmente discordanti con questi principi e questo potrebbe indurre a pensare che la riforma sia stata inutile. Tuttavia, è proprio grazie alla riforma che oggi nel combattere queste derive, sappiamo di poter confidare su un alleato ancora più forte e solido, la nostra Costituzione.
Parallelamente, si registra un cambiamento significativo anche nell’approccio dei giuristi con cui il Wwf collabora. Cresce una generazione di avvocati, magistrati e studiosi del diritto che considera la tutela ambientale non come una specializzazione marginale, ma come una chiave di lettura trasversale dell’ordinamento. È un’evoluzione che il Wwf intercetta e accompagna da anni attraverso la rete degli Avvocati del Panda, le attività formative, i progetti europei e il confronto costante con la magistratura e le forze dell’ordine. La giustizia ambientale non è più solo reazione al danno, ma strumento di prevenzione, pianificazione e garanzia dei diritti fondamentali, a partire dal diritto a vivere in un ambiente sano.
Nel documento si parla della necessità di una Valutazione dell’Impatto Generazionale più estesa di quella attuale per garantire che l’attività economica non comprometta il futuro. In che modo il Wwf Italia intende trasformare questo concetto tecnico in uno strumento legale vincolante per fermare opere che oggi appaiono lecite ma che potrebbero essere insostenibili nel lungo periodo?
La domanda cosa lasceremo a chi verrà dopo di noi non rappresenta un esercizio retorico, ma dovrebbe essere un atto etico e civile.
La sfida al centro della Valutazione dell’Impatto Generazionale è quello trasformare oggi un concetto tecnico in uno strumento capace di orientare e, quando necessario, limitare le scelte che oggi trasferiamo silenziosamente sulle spalle delle generazioni future.
Basta guardare a ciò che già accade per capire l’urgenza. I Sussidi Ambientalmente Dannosi – risorse pubbliche che ogni anno finanziano attività inquinanti – sono una dimostrazione plastica di come le esternalità negative vengano sistematicamente socializzate e rinviate nel tempo.
L’inquinamento delle falde acquifere è forse l’esempio più emblematico: una falda contaminata non si bonifica in un anno, né in dieci. I costi sanitari, economici e sociali di quella scelta si propagano per decenni, ricadendo su comunità che spesso non hanno avuto alcuna voce in capitolo. È un debito ecologico che non compare in nessun bilancio pubblico, ma che qualcuno dovrà comunque pagare (in futuro).
Come Wwf Italia siamo convinti che il punto cruciale non sia tanto aggiungere nuovi vincoli all’esistente, ma aggiornare i criteri stessi di legalità. Ciò che è formalmente lecito, oggi, non dovrebbe essere automaticamente compatibile con l’interesse di chi non ha ancora voce nei processi decisionali. Si tratta, in altri termini, di riscrivere le regole del gioco.
Qual è il percorso che immaginate?
Si articola su più livelli, partendo da ciò che già esiste. Ad esempio, la Valutazione di Impatto Ambientale e la Valutazione Ambientale Strategica sono strumenti operativi consolidati: si tratta di ampliarli, non di sostituirli. Estenderne l’orizzonte temporale, arricchirne gli indicatori, includere il debito ecologico e i costi esterni che oggi vengono semplicemente rinviati. Non è una rivoluzione normativa: è un aggiornamento necessario.
Fondamentale, in questo quadro, è dare alla valutazione generazionale una base quantitativa solida. Gli indicatori di Benessere Equo e Sostenibile elaborati dall’Istat, e le metriche europee sulla sostenibilità, offrono una prima base di strumenti per uscire dall’astrazione e ancorare le decisioni a dati misurabili. Il Pil da solo non basta: occorre misurare la qualità dello sviluppo, la sua resilienza nel tempo, la distribuzione dei benefici e costi tra generazioni.
Ma il vero salto di qualità avviene quando la valutazione diventa vincolante. Non necessariamente attraverso un diritto di veto automatico – sarebbe ingenuo pensarlo – ma introducendo obblighi motivazionali rafforzati per le amministrazioni che decidano di procedere nonostante impatti negativi documentati; criteri di non regressione e non deterioramento significativo anche in chiave intergenerazionale; e soprattutto la possibilità concreta di impugnare quelle decisioni, anche da parte di organizzazioni della società civile e di rappresentanze giovanili. Non è fantascienza giuridica: in Germania la Corte costituzionale ha già riconosciuto che politiche climatiche insufficienti comprimono i diritti delle generazioni future.
Accanto alla dimensione giuridica, però, conta altrettanto quella della partecipazione: la Valutazione dell’Impatto Generazionale deve dialogare con strumenti come lo Youth Check europeo e non deve rappresentare un adempimento tecnocratico, ma diventare un processo realmente partecipato.
C’è un collegamento con la finanza pubblica?
È il nodo più delicato. Un cambiamento di paradigma autentico avviene solo quando questi strumenti incidono sull’allocazione concreta delle risorse. Integrare la dimensione generazionale nei documenti di bilancio significa orientare la spesa verso investimenti che creano valore nel lungo periodo e disincentivare quelli che generano costi futuri nascosti, le esternalità negative che oggi non compaiono nei bilanci, ma che domani qualcuno dovrà pagare.
In questo scenario, la Valutazione dell’Impatto Generazionale diventa un criterio strutturale di qualità delle decisioni. Alcuni progetti oggi ritenuti leciti potrebbero non superarne più il vaglio, non perché vietati in astratto, ma perché semplicemente incapaci di dimostrare la propria sostenibilità nel tempo.
La sfida, in definitiva, è giuridica, ma soprattutto culturale. Si tratta di spostare il baricentro della decisione pubblica: dal breve al lungo periodo, dal percepito all’invisibile, dal conveniente all’equo. Rendere giuridicamente rilevante ciò che oggi resta fuori dal perimetro delle valutazioni ma che ha un impatto reale e misurabile sulla vita di chi non ha ancora voce. È, in fondo, una questione di civiltà.
La vostra rete legale non si limita al contenzioso, ma agisce anche “fuori dalle aule”. In un contesto di “indebolimento del consenso per la transizione ecologica”, citato nel dossier, come si bilancia l’indipendenza tecnica del giurista con la necessità di fare azione attiva sulle istituzioni?
L’indipendenza è uno dei valori del Wwf: in questi 60 anni di storia in Italia, abbiamo dimostrato di essere in grado di dialogare con tutti e al tempo stesso di non fare sconti a nessuno. La sfida per la transizione ecologica impone a tutti – società civile, istituzioni e imprese – di collaborare al fine di trovare luoghi di confronto e strade comuni per individuare soluzioni condivise. Ovviamente, si deve essere consapevoli della necessità di agire in modo equo e rapido perché la perdita di biodiversità e il cambiamento climatico sono ormai due vere emergenze che non riguardano il futuro, ma il presente.
Chi cerca contrapposizioni politiche in questo o non è in grado di cogliere gli allarmi che la scienza lancia da decenni o, peggio, è in malafede e cerca di tutelare interessi e rendite di potere che stanno compromettendo l’ambiente e il nostro stesso benessere.
Non abbiamo paura a relazionarci con il mondo delle istituzione e neppure con il mondo politico, perché le proposte e le critiche che portiamo avanti sono basate su dati scientifici e sempre con una impostazione tesa al dialogo.
Il dossier evidenzia una “crescente tendenza alla deregolamentazione” in sede europea e nazionale. Alla luce di questo scenario, e della nuova Direttiva UE sulla tutela penale dell’ambiente, quali modifiche legislative ritenete urgenti per evitare che l’impianto della Legge 68 sugli ecoreati venga depotenziato?
Il rischio di un arretramento normativo è oggi concreto e per certi versi paradossale: mentre la crisi climatica e la perdita di biodiversità si aggravano, assistiamo a un indebolimento delle regole, giustificato in nome della competitività economica, dell’emergenza energetica o della semplificazione amministrativa. Questo clima culturale e politico costituisce una minaccia diretta anche per uno dei risultati più importanti della storia recente della giustizia ambientale italiana: la Legge n. 68 del 2015 sugli ecoreati.
Per evitare che l’impianto della legge venga svuotato o reso inefficace, riteniamo urgenti almeno tre linee di intervento. La prima riguarda il pieno e corretto recepimento della nuova Direttiva europea sulla tutela penale dell’ambiente, che impone un rafforzamento delle fattispecie di reato, delle sanzioni e degli strumenti investigativi. Questo recepimento è stato solo parziale minimalista, portando l’Italia a sprecare una occasione storica per ampliare e chiarire il campo di applicazione dei delitti ambientali, superando le incertezze interpretative emerse in questi anni.
La seconda linea riguarda la tutela della tenuta complessiva del sistema penale ambientale. È fondamentale evitare interventi che riducano i tempi di prescrizione, depotenzino le pene o frammentino la risposta sanzionatoria. I reati ambientali sono per loro natura complessi, spesso collegati a organizzazioni criminali e a danni che emergono nel tempo: indebolire gli strumenti repressivi significa garantire di fatto l’impunità.
Infine, è necessario affiancare alla dimensione penale strumenti strutturali di prevenzione e coordinamento. Per questo il Wwf propone da tempo l’istituzione di un Garante per la Natura, un’autorità indipendente che assicuri l’unitarietà e l’effettività dell’applicazione della normativa ambientale, anche alla luce della riforma costituzionale. Senza un presidio forte, scientificamente qualificato e sottratto alle contingenze politiche, il rischio è che la legislazione ambientale – e la stessa legge sugli ecoreati – resti avanzata sulla carta ma fragile nella pratica.
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