L’Italia che affoga (e secca): perché salvare le zone umide è una questione di sicurezza nazionale

In occasione della "Primavera delle Oasi", il WWF lancia un allarme: abbiamo perso il 75% di lagune e paludi. Eppure, questi ecosistemi sono la nostra migliore difesa contro alluvioni e siccità.

Non sono solo distese di fango o specchi d’acqua stagnante. Lagune, stagni, paludi e risorgive sono i “reni” del pianeta e, insieme alle foreste tropicali e alle barriere coralline, rappresentano gli ecosistemi più ricchi di biodiversità della Terra. Eppure, la loro sopravvivenza in Italia è appesa a un filo: tre zone umide su quattro sono già scomparse e il 40% di quelle rimaste versa in uno stato di conservazione inadeguato.

Uno scudo naturale contro il clima impazzito

L’emergenza non riguarda solo la fauna, ma la nostra stessa sicurezza. Le zone umide svolgono funzioni vitali: assorbono l’acqua in eccesso durante le piogge torrenziali, riducendo il rischio di alluvioni, e contrastano la siccità ricaricando le falde acquifere. Inoltre, sono giganti silenziosi nella lotta al cambiamento climatico grazie alla loro straordinaria capacità di stoccare carbonio, superando in efficienza molti ecosistemi terrestri.

oasi alviano martin pescatore
Oasi Alviano Martin pescatore Foto di Agnese Cecchinia

Il declino di queste aree si traduce direttamente in una perdita di biodiversità senza precedenti. In Italia, il 38% degli anfibi e quasi la metà dei pesci d’acqua dolce sono a rischio estinzione. Per gli uccelli migratori, questi luoghi sono “stazioni di servizio” indispensabili lungo le rotte tra Europa e Africa.

Dalla Convenzione di Ramsar al modello Oasi

La consapevolezza globale è nata ufficialmente il 2 febbraio 1971 a Ramsar, in Iran, con la firma della Convenzione internazionale per la tutela di queste aree. Ma il WWF Italia aveva già anticipato i tempi: 60 anni fa, grazie alla visione di Fulco Pratesi, il Lago di Burano in Toscana diventava la prima Oasi dell’Associazione, salvando una zona umida strategica dal degrado e dalla caccia.

Vedi il report sulle oasi

Oggi il sistema conta oltre 100 aree protette, di cui 78 comprendono zone umide. Tra queste, ben 11 sono riconosciute come siti Ramsar di importanza internazionale.

Non solo protezione, ma rigenerazione

La sfida moderna ha un nuovo nome: Nature Restoration Law. Il regolamento dell’Unione Europea impone obiettivi vincolanti di ripristino ecologico entro il 2030. Non basta più “recintare” la natura; bisogna ricostruirla. Nelle Oasi WWF si lavora già in questa direzione, riportando specie simbolo come la testuggine palustre europea (Emys orbicularis), il raro pelobate fosco e la rana di Lataste. In Sicilia, il lavoro di ricercatrici come Stefania D’Angelo (premiata dalla Convenzione di Ramsar tra le 12 donne più influenti al mondo per la tutela delle acque) ha permesso di identificare specie endemiche uniche, come la Emys trinacris.

leggi anche: Rete Natura 2000, strategia EU per la resilienza degli ecosistemi

Primavera delle Oasi: gli appuntamenti

Per toccare con mano questo patrimonio, la “Primavera delle Oasi” propone un calendario fittissimo di eventi fino al 2 giugno:

  • 9 Maggio: laboratori sugli stagni all’Oasi Ca’ Brigida (Emilia-Romagna).

  • 10 Maggio: escursioni guidate alla Laguna di Orbetello (Toscana) e alle Cesine (Puglia).

  • 10 Maggio: incontri dedicati alla lontra al Lago di Campolattaro (Campania).

  • 24 Maggio: censimento delle orchidee spontanee alle Cesine.

Proteggere l’acqua significa proteggere il futuro. In un momento in cui la geopolitica globale è scossa dai conflitti, l’auspicio è che la città di Ramsar torni a essere, nel nome dell’ambiente, il simbolo di una collaborazione globale che non conosce confini.


Per saperne di più e consultare l’elenco completo degli eventi: www.wwf.it/primavera-delle-oasi


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