IL23 settembre scorso si è celebrata la Giornata europea dell’agricoltura biologica, istituita dall’UE nel quadro della strategia che punta a favorire la crescita del settore. In occasione della ricorrenza, il Consorzio Marche Biologiche, realtà che riunisce le principali cooperative della filiera cerealicola biologica marchigiana, ha puntato l’attenzione sulle esigenze di un comparto da rendere “sempre più un modello e uno strumento per lo sviluppo rurale delle nostre regioni”. Ci sono tuttavia molto sfide da affrontare, su tutte il caro energia e l’impennata dei prezzi delle materie prime.

Non di minore importanza sono gli orizzonti di politiche coerenti con gli obiettivi del Green deal europeo che siano capaci di creare sostegno alle comunità locali, alla produttività, oltre che richiamare gli investimenti necessari per supportare interventi come la manutenzione degli invasi. Su come mettere a frutto queste eccellenze del made in Italy, alla luce degli investimenti energetici e per l’innovazione del settore agroalimentare, Canale Energia ha intervistato il presidente del Consorzio, Francesco Torriani.

L’impennata dei costi energetici e delle materie prime sta seriamente impattando sulle imprese agricole. In questo contesto, cosa bisogna fare per garantire la tenuta del comparto e sostenere la loro competitività?

Francesco Torriani
Nella foto, Francesco Torriani, presidente Consorzio Marche Biologiche.

La crisi in atto mette in evidenza che è necessario lo sviluppo di un approccio olistico: non si può produrre cibo senza porsi il problema di chi produce l’energia e da dove viene la materia prima. Finora, nell’attuale impostazione del modello produttivo industriale, l’energia era considerata un input esterno, si acquistava fuori e la materia prima una commodity e pertanto acquistabile indifferentemente sul mercato globalizzato dove costava meno.

La grave crisi energetica e l’aumento dei costi delle materie prime registrate negli ultimi mesi mette in crisi questa impostazione e rafforza la necessità di costruire filiere in grado di integrare le diverse fasi del ciclo produttivo, capaci di tenere in considerazione, con una congrua programmazione, sia l’approvvigionamento della materia prima che la produzione di energia necessaria all’impresa per produrre cibo.

Pertanto, per garantire la tenuta del comparto e sostenere la loro competitività va data massima priorità alla costruzione di filiere agroalimentari capaci di valorizzare la materia prima nazionale e contemporaneamente investire nella produzione di energia necessaria per i processi di trasformazione.

In questo senso, le comunità energetiche potrebbero essere una risposta importante, così come sottolineato più volte dalla cooperazione, perché rappresentano un modello innovativo per la produzione, la distribuzione e il consumo di energia proveniente da fonti rinnovabili. Al nuovo Governo si dovrebbe chiedere di accelerare sui decreti attuativi.

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Per superare la crisi basteranno i contributi della Pac e del Pnrr?

Un limite di chi praticava agricoltura bio è stato quello di pensare che la conversione al metodo biologico fosse una sorta di bacchetta magica per lo sviluppo del settore e invece ci si è resi conto che non basta.

Anche nel bio bisogna costruire filiere forti e strutturate, basate sulla capacità di progettazione e innovazione. Il prodotto deve essere stoccato, trasformato e commercializzato e questi passaggi non sono semplici né scontati nella loro gestione. In una situazione di crisi come quella attuale, alle ragioni economiche e sociali, che sono alla base dell’approccio di filiera, si aggiunge la maggiore resilienza di una filiera ben strutturata rispetto alle distorsioni del mercato.

È molto probabile, infatti, che a fare le spese della crisi in atto saranno le piccole aziende che non sono inserite all’interno di un sistema aggregato. E a dare respiro a queste piccole realtà non basteranno più i contributi comunitari della Pac né quelli del Pnrr, già falsati dagli aumenti di prezzi delle materie prime e del gas.

Servono quindi organizzazioni efficienti, capaci di ridistribuire il valore lungo tutta la filiera per resistere alle distorsioni ed alle speculazioni.

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Sostenibilità e biologico vanno di pari passo? Cosa si deve fare per garantire una maggiore conoscenza e consapevolezza dei prodotti bio nei consumatori?

Rispetto a qualche anno fa, quando il marchio bio era considerato l’unico distintivo di sostenibilità, oggi i marchi green si sono moltiplicati. Le definizioni legate alla sostenibilità abbondano e per il consumatore il rischio di cadere in confusione o di essere tratti in inganno dal cosiddetto greenwashing è davvero elevato. È quindi necessario che il biologico, che finora non ha avuto bisogno di particolari azioni di promozione per vendere i propri prodotti, riveda la propria comunicazione e le azioni di promozione a sostegno della domanda.

Per accrescere il peso dei prodotti agroalimentari biologici nel mercato interno la comunicazione rappresenta una leva fondamentale. Occorre raggiungere e informare quell’ampia platea di consumatori interessati al metodo di coltivazione biologico e che hanno bisogno di approfondirne la conoscenza: secondo gli ultimi dati, l’89% delle famiglie italiane ha acquistato bio almeno una volta. Per questo bisogna procedere al più presto con campagne di comunicazione rivolte in particolare alle famiglie, ma anche ai giovani, per i quali la salute e la tutela dell’ambiente sono fondamentali, ed a tutti coloro che, per mancanza di conoscenza o per scetticismo, non hanno ancora mai comprato bio. Le istituzioni hanno quindi il compito di sostenere la domanda con campagne di promozione tese ad aumentare e rafforzare la considerazione da parte del consumatore verso l’agricoltura biologica e le sue caratteristiche.

Come cooperazione agroalimentare italiana abbiamo da poco lanciato in occasione del recente Sana di Bologna, principale fiera nazionale del comparto biologico, delle proposte per sostenere il settore, ma non c’è dubbio che, in un momento difficile come quello attuale per le imprese, la promozione è la spinta che serve. Lo dimostra il monitoraggio realizzato da Nomisma per l’osservatorio Sana 2022 che ha fatto emergere in modo chiaro alcune aree di lavoro fondamentali per incrementare la conoscenza, la consapevolezza e l’interesse verso il comparto del biologico. Quasi 6 consumatori su 10 vorrebbero avere informazioni più dettagliate sulle caratteristiche, sul metodo di produzione e sui valori nutrizionali degli alimenti biologici: nello specifico, il 58% vuole saperne di più sui benefici che il prodotto può apportare a dieta e salute; la stessa percentuale chiede anche ulteriori dettagli sulla distintività del biologico rispetto al convenzionale. Più di 6 consumatori su 10, inoltre, vogliono avere informazioni più dettagliate sul contributo alla sostenibilità (ambientale, sociale ed economica) legate al metodo biologico.

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Freelance nel campo della comunicazione, dell’editoria e videomaker, si occupa di temi legati all’innovazione sostenibile, alla tutela ambientale e alla green economy. Ha collaborato e collabora, a vario titolo, con organizzazioni, emittenti televisive, web–magazine, case editrici e riviste. È autore di saggi e pubblicazioni.