Agrifoodtech guida la riscossa del made in Italy

Italia hub d'eccellenza: focus sul report di Verona Agrifood Innovation Hub

L’agroalimentare italiano non è più soltanto una questione di tradizione e sapori, ma è sempre più in una scelta strutturale di posizionamento industriale che vede il nostro Paese passare da mercato emergente a punto di riferimento europeo per l’agrifoodtech. Con un valore dell’export che ha raggiunto i 73 miliardi di euro e una produzione industriale in crescita del 4,5% su base annua, il settore si pone come leva centrale di resilienza economica. Lo certifica il report Lo stato dell’Agrifoodtech in Italia 2025, elaborato da Eatable Adventures per il Verona Agrifood Innovation Hub: il documento fotografa un ecosistema solido che contribuisce per circa il 15% al Pil nazionale, dimostrando una tenuta superiore rispetto alla media dell’economia italiana.

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Foto di Adrian Infernus su Unsplash.

La transizione in corso non mira a sostituire l’eredità imprenditoriale esistente, ma a riattivarla attraverso l’integrazione di startup tecnologiche e modelli di open innovation, rendendo il made in Italy più efficiente, sostenibile e competitivo.

Investimenti e capitali: fase di maturazione selettiva

Il 2025 segna un punto di svolta per i capitali destinati alle tecnologie alimentari in Italia. Gli investimenti hanno raggiunto i 121,6 milioni di euro, registrando un incremento del 18% rispetto all’anno precedente. Questo dato non è un semplice rimbalzo congiunturale, ma riflette una riallocazione del capitale verso modelli di business più solidi e tecnologie più vicine alle reali esigenze del mercato.

Mentre a livello continentale si osserva una contrazione degli investimenti, l’ecosistema italiano mostra una traiettoria differente, caratterizzata da operazioni più numerose e ticket medi di finanziamento più elevati. Questa crescita è sostenuta da attori strategici come il programma FoodSeed di Cdp Venture Capital, che con una dotazione di 15 milioni di euro ha già accelerato 21 startup, capaci di raccogliere oltre 10 milioni di euro in investimenti privati e attivare 50 collaborazioni industriali.

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Il paradosso del capitale umano e la fuga dei cervelli qualificati

Nonostante il dinamismo economico, il settore deve fare i conti con una criticità strutturale legata alla disponibilità di competenze avanzate. Tra il 2011 e il 2024, l’Italia ha perso circa 630 mila giovani, con una perdita di capitale umano stimata in 159,5 miliardi di euro, pari a circa il 7,5% del Pil. Il dato più allarmante riguarda la qualità di questa migrazione verso l’estero: nel triennio 2022-2024, oltre il 42% dei giovani che hanno lasciato il Paese era laureato.

Parallelamente, si osserva però un segnale di speranza nel ricambio generazionale interno: lo scorso anno, l’occupazione giovanile under 35 in agricoltura è cresciuta del 18%, indicando un rinnovato interesse dei nuovi professionisti verso la filiera primaria come fattore di inclusione e coesione territoriale.

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Agrifoodtech, dal laboratorio al mercato: le fragilità del trasferimento tecnologico

Il sistema della ricerca italiana nell’agrifoodtech eccelle nella produzione scientifica, con le pubblicazioni in ambito Stem cresciute del 60% negli ultimi quindici anni, ma fatica a trasformare queste conoscenze in valore industriale. Il rapporto evidenzia fragilità croniche negli uffici specifici che si occupano di trasferimento tecnologico, dove l’83% del personale risulta insufficiente rispetto alle attività richieste e solo il 20% del tempo viene dedicato alla protezione della proprietà intellettuale.

Questa situazione si traduce in una scarsa capacità di industrializzazione: solo una quota compresa tra il 10% e il 20% degli spin-off universitari detiene almeno un brevetto europeo. Inoltre, nel 2023 il numero di nuovi spin-off è crollato del 47% rispetto al 2018, aggravando un’asimmetria territoriale che vede il 70% delle realtà innovative concentrate esclusivamente nel Centro-Nord.

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Tecnologie emergenti e nuove frontiere della sostenibilità

L’innovazione agrifood si sta orientando massicciamente verso le biotecnologie, l’intelligenza artificiale e l’economia circolare. Tra le realtà più promettenti censite spiccano startup che trasformano i sottoprodotti dell’industria, come il siero di latte o le bucce di pistacchio e patate, in ingredienti ad alto valore aggiunto per la cosmesi e la nutraceutica. Anche la gestione del rischio climatico è diventata una priorità, con l’impiego di dati satellitari e algoritmi predittivi per ottimizzare i trattamenti in campo e tutelare il reddito degli agricoltori attraverso soluzioni assicurative parametriche.

In questo scenario, il Pnrr gioca un ruolo fondamentale, avendo mobilitato risorse per il settore primario passate da 3,6 miliardi iniziali a circa 15 miliardi di euro complessivi, con l’obiettivo di rafforzare la digitalizzazione e la transizione ecologica delle filiere.

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