A ridosso del grande esodo di agosto – e nel pieno dell’ennesima ondata di calore che investe l’Italia – si è tenuta ieri 30 luglio alla Sala Zuccari del Senato la conferenza sui tre anni del Commissario Straordinario Unico per la depurazione e il riuso delle acque reflue, Fabio Fatuzzo. A tirare le somme, presenti in aula anche i ministri Adolfo Urso, Nello Musumeci e Gilberto Pichetto Fratin, titolare del Ministero di riferimento.
Il dato che emerge – al di là del consueto tono celebrativo e dei reciproci complimenti – è l’inerzia delle politiche governative degli ultimi vent’anni, trasversali, dunque, a qualunque colore politico. Il Commissario Straordinario Unico è stato infatti istituito dallo Stato italiano proprio per gestire, con l’obiettivo di superarle, le pesanti procedure d’infrazione relative alla Direttiva 91/271/CEE in materia di fognatura e depurazione.

“Noi abbiamo dagli 8 ai 10 miliardi di metri cubi di acque reflue nel nostro Paese. E riutilizziamo, sì e no, 400-500 milioni di metri cubi. Siamo al 5-6% nel riutilizzo delle acque reflue. Una percentuale bassissima. In certi casi, alcuni paesi europei sono al 50%, con i più grandi comunque attorno al 40%. Questo perché? Perché se ne aveva disponibilità. Si utilizzava senza curarsi della quantità”, ha commentato Gilberto Pichetto Fratin, ministro dell’Ambiente e Sicurezza Energetica.
Geopolitica dell’acqua
Perché l’acqua sta diventando sempre più importante dal punto di vista geopolitico? La domanda è retorica quanto è ovvia la risposta: l’acqua è un bene strategico che influenza lo sviluppo economico, la produzione energetica e la sicurezza alimentare. Temi enormi — basti pensare alla fame idrica dei data center – che impongono un salto culturale radicale in fatto di riuso delle acque reflue. È il refrain degli interventi istituzionali che si susseguono in aula.

“Stiamo diventando un paese in cui è conveniente investire in data center. Lo dimostrano le ultime dichiarazioni – articolo 13 – del Consiglio dei ministri, che hanno riguardato recentemente due data center molto importanti in Lombardia e in Piemonte. E si potrà dimostrare anche nelle dichiarazioni di interesse strategico che faremo nel prossimo Consiglio dei ministri”, ha rimarcato con soddisfazione il ministro del Made in Italy Adolfo Urso nel suo intervento.
La sfida è dunque quella di trasformare le acque reflue da scarto a vantaggio competitivo. Fin qui tutto bene. Ma quando si ascolta la frase del video di presentazione, commentato da una voce sintetica artificiale, la sensazione è quella di essere piombati all’improvviso in un futuro distopico:
“Chiudiamo con questa provocazione: siamo pronti a bere acqua riusata? Oggi la tecnologia ci permette tranquillamente di rendere le acque reflue potabili e sicure per il consumo umano. Ma – e questo è il punto cruciale – serve un salto culturale enorme. Serve educazione e trasparenza, prima che la nostra società accetti pienamente questa che, di fatto, è la soluzione definitiva per la crisi climatica. Insomma, la tecnologia è pronta, ma noi lo siamo?”
Sulla spinta tecnologica che promette di rendere le acque reflue adatte al consumo umano, si apre un varco che meriterebbe ben altra profondità d’analisi. Ma andiamo avanti.
Sanare il debito strutturale
L’analisi degli interventi evidenzia come la concentrazione degli sforzi al Sud risponda all’urgenza di convertire polverosi progetti sulla carta in cantieri operativi. Per quanto le sinergie professionali puntino a blindare l’efficacia delle opere, resta da capire se poi i vari programmi riusciranno davvero a colmare un vuoto operativo ventennale.

Il bilancio triennale del Commissario
La struttura commissariale ha impostato una strategia fondata sulla rimozione dei nodi procedurali e sull’accelerazione delle gare, concentrando l’azione sulle Regioni che pesavano maggiormente sulle procedure d’infrazione. La lente prioritaria è stata su Campania, Calabria, Basilicata e Sicilia, poiché è in questi territori che si concentrava il più alto numero di opere bloccate da contenziosi o carenze progettuali.
La copertura economica del Piano si regge su cifre pesanti: gli interventi ammontano a un totale di oltre 3 miliardi di euro, con soldi già assegnati per 2 miliardi di euro. A questa dotazione complessiva, si aggiungono poi altri fondi per sbloccare i cantieri più urgenti. Tra le nuove risorse, spiccano i 120 milioni di euro deliberati dal CIPESS — l’organo governativo di programmazione economica per le risorse pubbliche e lo sviluppo — e i 280 milioni di euro stanziati dallo Stato con la legge n. 207/2024. A dare ulteriore spinta a livello locale, ci ha pensato nel 2026 la anche Regione Siciliana, che ha messo sul piatto altri 350 milioni di euro per far partire una trentina di cantieri. Entrando nel dettaglio dei vari interventi regionali emerge:
- Sicilia: il cuore dell’emergenza
E’ il nodo più pesante del commissariamento con 64 interventi mappati: 20 realizzati, 19 in corso, 12 pronti per l’affidamento e 13 in progettazione. Di particolare rilievo l’area catanese: i contenziosi legati al gestore privato SIE si sono chiusi il 30 giugno 2026 con la revoca della convenzione da parte dell’ATI di Catania, consentendo di riprendere le gare ordinarie.
- Campania: sblocchi metropolitani e il freno di Ischia
Dei 7 interventi ereditati in fase progettuale, si registrano 2 contrattualizzati, 1 in gara e 4 in fase di autorizzazione definitiva. Napoli Est rappresenta uno dei risultati più complessi sul piano tecnico e ambientale, superando un contenzioso e giungendo alla firma del contratto con l’operatore economico. D’altro canto, a Ischia resta critica la situazione. Nonostante i progetti siano giunti alla fase autorizzativa, i procedimenti subiscono rallentamenti per le resistenze nel ridefinire i siti di localizzazione degli impianti.
- Calabria: una mappatura capillare
La regione calabrese ha visto una trasformazione del perimetro operativo, passato da un nucleo di 8 interventi a una mappatura complessiva di 39 opere. Tra i risultati conseguiti figurano la conclusione degli interventi nei comuni di Oppido Mamertina e San Roberto, affiancati da 12 cantieri in corso. Parallelamente, si consolida la traiettoria per 21 interventi progettuali, puntando a superare il presidio frammentato del passato.
- Basilicata: governance condivisa
In Basilicata l’azione si è mossa su un perimetro di 9 interventi individuati nel 2026. Il modello è stato la governance condivisa con il gestore unico Acquedotto Lucano e l’ente di settore EGRIB. Sul piano operativo, i principali interventi riguardano l’aggiudicazione della gara per il depuratore di Pisticci, il raggiungimento della conformità sul trattamento delle acque reflue urbane a Grassano e l’imminente chiusura dei cantieri a Matera Sarra e in Val d’Agri. Critico invece il caso di Irsina, dove la realizzazione dell’opera impone verifiche geologiche condotte con l’Università della Basilicata e l’Ufficio per il Dissesto Idrogeologico per prevenire rischi di movimenti franosi.
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