La transizione energetica europea si decide sul terreno del pragmatismo. Tra i tavoli di Bruxelles e le realtà locali, la sfida climatica non è più solo una questione di obiettivi ideali, ma di infrastrutture: non basta produrre più energia pulita, serve una rete intelligente capace di accoglierla e un mercato che non penalizzi le fasce sociali più deboli. Dai ritardi sulla geotermia, al potenziale del biometano, alle spine della direttiva sulle “case green” e della povertà energetica, i nodi da sciogliere sono complessi.
Per capire dove si sta dirigendo l’Unione, abbiamo analizzato la linea del CESE (Comitato Economico e Sociale Europeo) con Marcin Nowacki, presidente della sezione per i Trasporti, l’Energia, le Infrastrutture e la Società dell’Informazione (TEN) del Comitato Economico e Sociale Europeo (CESE).

Il nodo della rete e la risorsa biometano
Parlare di crisi energetica significa affrontare sia un problema contingente sia una questione strutturale di fondo, costruendo la capacità di essere più efficienti, quindi sprecando meno e utilizzando meglio l’energia disponibile e la capacità di generarla. Tutto ciò implica una visione che l’Europa sembra avere in parte nei vari pacchetti dedicati alla resilienza delle reti, ma che poi scivola su questioni più locali.
Per esempio, avere più reti non basta a renderle più efficienti; devono anche essere commisurate al loro reale utilizzo, costruendo meglio dove e quando serve, e forse devono essere più intelligenti, in modo da consentire facilmente l’immissione nella rete da fonti alternative. Senza guardare troppo lontano, penso al biometano. Se ogni area agricola dell’UE potesse produrre e immettere in rete il proprio biometano, non ci daremmo un importante sospiro di sollievo riguardo alla risorsa gas? In Italia vediamo difficoltà di allacciamento e anche la difficoltà di fare impresa se i costi iniziali non sono coperti dal pubblico. Come vi state orientando su questo?
Il CESE (Comitato Economico e Sociale Europeo) concorda sul fatto che l’espansione delle sole reti non sia sufficiente. L’Europa dovrebbe prima di tutto ottimizzare le infrastrutture esistenti attraverso una maggiore efficienza, flessibilità e digitalizzazione, in linea con i piani nazionali per l’energia e il clima.
Questo significa anche implementare reti intelligenti (smart grids), che includano il monitoraggio in tempo reale, previsioni avanzate e sistemi di dati interoperabili, in particolare a livello di distribuzione, dove viene collegata la maggior parte dell’energia rinnovabile.
Il CESE vede inoltre la generazione decentralizzata, le comunità energetiche, lo stoccaggio e l’autoconsumo energetico come elementi chiave per ridurre la pressione sulla rete, migliorando al contempo la resilienza e il sostegno pubblico alla transizione energetica. Inoltre, sottolinea la necessità di allineare meglio la pianificazione dell’energia rinnovabile e quella delle reti, trattando lo sviluppo di queste ultime e la protezione del clima come interessi pubblici prevalenti.
In un’ottica di neutralità tecnologica, il biometano è identificato come un importante contributo all’approvvigionamento di gas rinnovabile, all’economia circolare e allo sviluppo regionale, specialmente attraverso l’uso di residui e sottoprodotti agricoli. Per superare ostacoli come le difficoltà di allacciamento alla rete e gli elevati costi iniziali, il CESE chiede un maggiore investimento pubblico e un assetto del mercato più idoneo a un sistema energetico basato sulle rinnovabili.
Documenti di riferimento CESE:
Il potenziale inespresso della geotermia
L’Europa mira a utilizzare tutte le risorse energetiche che ha a disposizione o si sta fossilizzando su alcune fonti esclusive? Ad esempio, mi chiedo: la crescita lenta della geotermia è dovuta ai costi iniziali, ma dato che si tratterebbe poi di una fonte energetica a costo ed emissioni zero, non avrebbe più senso per uno Stato, o per l’Europa, proteggere e garantire questo tipo di ricerca esplorativa, utile anche per il raffrescamento e il riscaldamento delle case, che attualmente rappresenta una delle principali cause di inquinamento?
Il CESE sostiene fermamente il principio della neutralità tecnologica: l’Europa non dovrebbe fare affidamento solo su un numero limitato di tecnologie energetiche, ma dovrebbe sfruttare tutte le fonti di energia rinnovabili e a basse emissioni di carbonio praticabili.
In questo contesto, il CESE ha evidenziato l’energia geotermica come una risorsa importante ma ancora sottosviluppata, con un significativo potenziale inespresso in Europa. Già nel 2024 il Comitato ha chiesto una strategia europea dedicata all’energia geotermica per sfruttarne al meglio i vantaggi. Ora, nel 2026, speriamo di vedere presto questa strategia tradursi in realtà.
La geotermia può rafforzare l’autonomia strategica e la sicurezza energetica dell’Europa perché fornisce una fonte costante e affidabile di calore ed elettricità che non dipende dalle condizioni meteorologiche. Può inoltre supportare il teleriscaldamento, il riscaldamento dell’acqua, i processi industriali e lo stoccaggio di energia.
Il CESE riconosce che gli elevati costi di investimento iniziale rimangono una delle barriere principali allo sviluppo della geotermia. Per questo motivo, i governi nazionali e l’UE devono fornire finanziamenti, incentivi e meccanismi di condivisione del rischio per attrarre investimenti privati e ridurre i rischi legati all’esplorazione e allo sviluppo delle infrastrutture. Al contempo, il Comitato sottolinea che gli impatti ambientali e le preoccupazioni locali devono essere adeguatamente valutati attraverso un forte coinvolgimento delle comunità locali, al fine di aumentare l’accettazione pubblica.
Documento di riferimento CESE:
Povertà energetica, ristrutturazioni e l’accessibilità della casa
Rimanendo sul tema delle abitazioni, il fenomeno della povertà energetica è in crescita. Anche in questo caso si cerca di attuare misure di compensazione economica di “qualità energetica”, ma si fa poco per affrontare l’impatto che si potrebbe avere con un approccio strutturale. L’esempio, anche negativo, del Superbonus in Italia ha mostrato come le persone possano essere spinte all’azione se la spesa per gli adeguamenti degli investimenti viene alleviata. Mi chiedo se questa idea avrebbe potuto essere colta rendendo gli Stati le ESCo dei privati, spingendo così verso un adeguamento delle infrastrutture private (con prezzi calmierati, altrimenti si ripeterà la speculazione avvenuta in Italia) i cui primi ritorni economici, in termini di risparmio, vadano agli Stati stessi?
Inoltre, per come è strutturato il regolamento sulle case green, che esenta parzialmente le infrastrutture pubbliche, non si rischia di escludere proprio gli alloggi di edilizia popolare che hanno più bisogno di interventi di riqualificazione?
L’accessibilità economica degli alloggi richiede un quadro di investimenti più solido piuttosto che ulteriori regolamentazioni. Il ruolo primario dell’Unione Europea dovrebbe essere quello di migliorare l’accesso ai finanziamenti, facilitare gli investimenti privati e promuovere lo scambio di buone pratiche tra gli Stati membri, in particolare nella pianificazione del territorio, nella disponibilità di aree edificabili e in procedure di autorizzazione più rapide ed efficienti. Rimuovere le barriere amministrative è uno dei modi più efficaci per aumentare l’offerta di alloggi, riducendo al contempo i costi di investimento e i ritardi dei progetti.
I crescenti standard ambientali e tecnici hanno anche aumentato significativamente i costi di costruzione e ristrutturazione degli edifici residenziali. Sebbene la decarbonizzazione rimanga un obiettivo importante, le ambizioni ambientali devono essere attuate in modo tecnologicamente neutrale ed economicamente proporzionato per preservare l’accessibilità economica degli alloggi. La legislazione futura dovrebbe valutare sistematicamente il proprio impatto cumulativo sui costi di costruzione e sulla redditività degli investimenti.
Il Comitato sottolinea che per affrontare la crisi abitativa serve un approccio equilibrato che combini sostenibilità, accessibilità economica e competitività economica. La transizione ecologica non dovrebbe compromettere l’accesso alla casa o aumentare in modo sproporzionato i costi per le famiglie. I costi della decarbonizzazione dovrebbero quindi essere condivisi equamente tra autorità pubbliche, proprietari e inquilini, evitando oneri normativi eccessivi che scoraggino gli investimenti.
Dalla mia prospettiva l’accesso ai finanziamenti rimane una delle principali barriere agli investimenti e alle ristrutturazioni nel settore residenziale. Gli strumenti finanziari dell’UE dovrebbero concentrarsi sempre più sulla riduzione dei costi di investimento iniziali attraverso garanzie, finanza mista (blended finance), fondi di rotazione e meccanismi di anticipo del finanziamento, consentendo a famiglie, associazioni edilizie e investitori privati di intraprendere progetti di ristrutturazione senza vincoli di capitale eccessivi.
Il Comitato sostiene un maggiore utilizzo degli strumenti finanziari dell’UE, tra cui il Fondo sociale per il clima, il Fondo per una transizione giusta e il Fondo sociale europeo Plus, garantendo al contempo che queste risorse mobilitino volumi significativamente maggiori di capitale privato anziché sostituire il finanziamento di mercato.
I partenariati pubblico-privati, gli investitori istituzionali e i modelli di edilizia abitativa a profitto limitato dovrebbero svolgere un ruolo maggiore nell’incrementare l’offerta di alloggi a prezzi accessibili. Quadri normativi stabili, condizioni di investimento prevedibili e procedure amministrative efficienti sono essenziali per mobilitare investimenti privati a lungo termine sia nelle nuove costruzioni sia nelle ristrutturazioni su larga scala.
Documenti di riferimento CESE:
Nuova mentalità e indipendenza energetica
Le crisi non aspettano, altrimenti non sarebbero crisi ma problemi strutturali. Forse non sarebbe il caso di affrontare ciò che sta accadendo rispetto all’energia in Europa con una nuova mentalità? In parte il Green Deal sembrava aver previsto questo scenario in prospettiva, ma poi mi pare siano stati fatti importanti passi indietro. Quando ci si accontenta dello status quo, non si può cambiare davvero. Finché l’equilibrio è tra l’economia esistente e i nuovi obiettivi ambientali, e non l’adeguamento della nuova economia a questi ultimi con una totale transizione ecologica, non pensa che tutto sia destinato a fallire?
Il Comitato Economico e Sociale Europeo sostiene da tempo che la vera sicurezza energetica derivi dall’indipendenza energetica, e che quest’ultima nasca dall’energia prodotta localmente. Questo approccio si è riflesso sempre più in iniziative politiche dell’UE come REPowerEU e, più di recente, AccelerateEU.
Tuttavia, realizzare questa trasformazione richiede molto più della sola diffusione delle rinnovabili. L’Europa ha bisogno anche di un nuovo assetto del mercato energetico in grado di realizzare una vera Unione dell’Energia, garantendo solidarietà, resilienza e accessibilità economica tra gli Stati membri.
Al contempo, la pianificazione delle infrastrutture energetiche deve evolversi per accogliere la produzione di energia decentralizzata e le rinnovabili dipendenti dalle condizioni meteorologiche, includendo reti più forti, capacità di stoccaggio e interconnessioni.
La transizione deve inoltre prevedere percorsi di decarbonizzazione realistici e praticabili per le industrie ad alta intensità energetica, garantendo sia l’accessibilità economica dell’approvvigionamento sia la competitività a lungo termine dell’industria europea. Senza questo equilibrio, sarà difficile mantenere l’accettazione sociale e la stabilità economica.
Infine, la transizione non può avere successo senza riconoscere il ruolo di una cittadinanza energetica attiva. I cittadini non devono solo essere protetti dalla povertà energetica e da costi iniqui, ma devono anche essere messi in condizione di diventare partecipanti attivi della transizione, in qualità di produttori di energia, membri di comunità energetiche e consumatori di energia pulita.
In questo senso, la transizione ecologica non è soltanto un progetto ambientale, ma anche una trasformazione economica, sociale e democratica.
Documenti di riferimento CESE:
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