È l’acqua che distrugge o siamo noi a non essere in grado di fare tesoro di quanto ci arriva dalla natura? Ce lo siamo chiesto nel corso dell’intervista a Massimiliano Pardi, bioarchitetto di Portoferraio (Isola d’Elba – LI), con cui abbiamo esplorato il tema della città olistica — o “città spugna”, erano definite in prima battuta — e della necessità di guardare a paesaggio e architettura in modo sinergico. Un approccio capace di valorizzare le diverse specificità senza danneggiare il complesso funzionamento degli ecosistemi e la nostra stessa sopravvivenza. Perché vivere queste giornate di caldo intenso in città non piace a nessuno. Possiamo fermarci? Abbiamo contromisure?
In realtà sì, e con tecnologie facilmente attuabili. E i costi? Il costo vero è quello necessario a riparare “gli errori passati” come sottolinea Pardi, mentre il ritorno riguarda tutto ciò che tocca la vita quotidiana in una città. “Dal singolo cittadino che spenderebbe meno in energia, fino alla vivibilità e alla sicurezza urbana il costo finale sarebbe molto, ma molto più basso”. Allora perché si agisce così lentamente?
Città spugna vs città olistica
Come può una “città spugna” contrastare il riscaldamento climatico: in pratica, si tratta di fare in modo che il cemento non contribuisca ad amplificare l’effetto calore della città trasformandola in un “forno a cielo aperto”. Ma cosa significa esattamente? È un concetto nato oggi a causa del grande caldo o esisteva già prima? Ne abbiamo parlato proprio con Pardi, che recentemente ha presentato a Bruxelles un progetto di grande interesse.
“Quello delle città spugna è un modello studiato inizialmente dai cinesi, che hanno problemi diversi dai nostri”, spiega Pardi. “Vitruvio (architetto e ingegnere romano vissuto nel I secolo a.C. Celebre soprattutto per essere l’autore del De architectura, l’unico trattato di architettura dell’antichità giunto integro fino a noi n.d.r.) guardava all’architettura basandosi su tre pilastri: solidità, fruibilità (o gestione degli spazi) ed estetica. Quando questi tre pilastri vengono settorializzati, il risultato zoppica su una delle tre dimensioni. A volte ci sono edifici che funzionano, ma non sono integrati nel contesto. Qui entra in gioco la visione olistica. Questa mette in connessione reciproca: così l’architettura funziona meglio, viene percepita meglio dalla società e diventa performante sia dal punto di vista energetico sia da quello sociale.“
Un altro passaggio chiave riguarda la condivisione pubblica dei progetti: “Oggi si parla molto di architettura partecipata, ma spesso si tratta solo di semplici presentazioni, non di vera partecipazione. È fondamentale ascoltare le idee della comunità: anche se c’è un professionista che guida la discussione, il progetto deve diventare realmente partecipato.”
Per Pardi non si tratta di teoria. A seguito di un corso di formazione, è stato fondatore della sezione provinciale di Bioarchitettura a Livorno in Toscana e negli anni ha vinto diversi concorsi nelle isole minori, come Capraia e Lipari. A Capraia ha lavorato a un progetto per renderla autosufficiente dal punto di vista energetico (promosso con Marevivo, ENEA e GSE), mentre a Lipari si è occupato della riconversione dell’ex cava di pomice in un centro talassoterapico, sfruttando la risorsa mare.
“Serve una visione olistica“, prosegue Pardi. “Ovviamente con la tecnologia di cui disponiamo oggi. A Portoferraio era pieno di cisterne per raccogliere l’acqua meteorica: loro sapevano come gestirla, noi la buttiamo nelle fogne. Da un certo punto di vista siamo involuti.”
Idrotermia marina con le cisterne medicee
Su questa cittadina fortificata, realizzata da Cosimo I de’ Medici nel 1548, si potrebbe realizzare un progetto di idrotermia marina con teleriscaldamento e raffrescamento nelle abitazioni, realizzato la squadra del suo studio Tecne2000 gli architetti Valentina Tosi,e l’ing. Giampaolo Munafò. Il progetto sfrutta la temperatura del mare e proprio le cisterne di origine medicea. “Il teleriscaldamento agirebbe per caduta, usando una minima quantità di energia a questo punto solo elettrica per l’adduzione all’interno delle cisterne.” Una soluzione a ciclo chiuso che non andrebbe a riscaldare l’ambiente circostante, ma che tornerebbe direttamente in mare. Insieme al teleriscaldamento, sottoterra potrebbero andare tutta una serie di infrastrutture: internet, TV via cavo, reti elettriche. “Insomma, torneremmo alle facciate ottocentesche, senza cavi a vista e parabole.”
Per i diffidenti, Pardi ricorda che un impianto simile è stato realizzato a Stoccolma negli anni ’80. “Ma si potrebbe fare su tutta la costa”, aggiunge. “L’energia blu, per noi che con lo Stivale ci affacciamo sul Mediterraneo, dovrebbe essere la base dell’innovazione.”
Sul da farsi sembra ci sia già il via libera da Bruxelles; ora serve quello della Regione. “Fa un po’ tristezza sapere che progetti del genere non si vedono spesso a Bruxelles, come ci hanno riferito nel corso della presentazione. Al momento ci ascoltano molto le persone che non decidono, mentre ci servirebbe più attenzione da parte di chi ha il potere di scegliere. C’è interesse, ma c’è ancora tanto lavoro da fare.“
Un’ispirazione che nasce dall’essere un architetto vissuto sempre in un’isola verde e ricca di natura, un valore che Pardi e la sua squadra composta da ha portato in tutti i suoi progetti e che speriamo di vedere realizzato quanto prima.
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