Il bivio dell’auto elettrica in Europa: l’incognita delle materie prime

Analisi e prospettive sulla transizione energetica nell’analisi di Elodie Chrzanowski di Crédit Mutuel Asset Management

L’accelerazione è nei fatti, ma la strada verso una piena mobilità elettrica presenta curve insidiose legate all’approvvigionamento dei materiali. Secondo quanto evidenziato da Elodie Chrzanowski, deputy head of credit research and Esg presso Crédit Mutuel Asset Management, la transizione dell’Europa verso l’elettrico sta vivendo una fase di profonda mutazione strutturale. Se il 2024 era stato caratterizzato da una crescita timida, il 2025 ha segnato un punto di svolta con un incremento del 34%, sostenuto dall’ingresso sul mercato di modelli più accessibili. Tuttavia, come sottolinea con forza Chrzanowski, questa crescita sta ridisegnando i rapporti di forza industriali, spostando il valore del veicolo dal motore termico alla batteria e portando in primo piano il tema della dipendenza dalle materie prime critiche.

Il nuovo baricentro del valore automobilistico

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Elodie Chrzanowski, deputy head of credit research and Esg presso Crédit Mutuel Asset Management.

Le proiezioni illustrate da Elodie Chrzanowski delineano uno scenario di crescita costante: tra il 2025 e il 2030, le vendite di veicoli elettrici a batteria (Bev) e ibridi plug-in dovrebbero aumentare rispettivamente del 15% e del 18% su base annua. Questo significa che entro il 2030 i Bev potrebbero arrivare a coprire il 42% del mercato totale. Ma l’aspetto più rilevante riguarda la composizione stessa del valore economico delle vetture: in un’auto elettrica, la batteria incide per circa il 35% del valore totale e l’intero sistema di trazione per il 50%.

Si tratta di un cambiamento radicale rispetto ai motori a combustione, dove la meccanica tradizionale pesava appena per il 18%. Ne consegue che il controllo dei materiali per le batterie non è più solo una questione tecnica, ma una priorità strategica assoluta.

La dipendenza asiatica sulle catene di fornitura

Il quadro della dipendenza europea appare, nelle rilevazioni di Chrzanowski, particolarmente complesso. L’Europa importa attualmente quote bulgare di materiali essenziali: il 99% della grafite naturale, il 96% del manganese e oltre l’80% di litio e cobalto provengono dall’estero, con una dominanza schiacciante della Cina. Quest’ultima, controlla anche il 90% della produzione globale di magneti permanenti, vitali per i motori elettrici.

I rischi geopolitici sono già realtà, come dimostrato dai recenti controlli sulle esportazioni cinesi che potrebbero colpire i materiali per catodi e anodi. Eppure, specifica l’esperta, non mancherebbero le risorse geologiche in Europa. Il declino produttivo interno è stato causato da costi operativi più alti e normative ambientali stringenti, fattori che ora rendono il rilancio del settore estrattivo europeo una sfida legata a finanziamenti, velocità burocratica e accettazione sociale.

L’economia circolare e il nodo temporale del riciclo

Un pilastro fondamentale della strategia europea è rappresentato dal riciclo, un tema su cui Elodie Chrzanowski invita a una riflessione pragmatica. Sebbene il Critical Raw Materials Act del 2024 punti a coprire il 25% del fabbisogno tramite il recupero entro il 2030, l’impatto reale richiederà tempo. Il riciclo offre vantaggi ambientali enormi — produrre alluminio riciclato emette il 97% di CO2 in meno rispetto alla produzione primaria — ma, come viene ricordato, la durata media di una batteria è di circa 15 anni.

Questo implica che volumi di materiali riciclati realmente significativi non saranno disponibili prima del 2040. Fino ad allora, il mercato rimarrà inevitabilmente legato all’estrazione primaria, rendendo fondamentale la gestione dei flussi estrattivi correnti.

Il bivio dell’auto elettrica: politiche industriali e alleanze globali per la sovranità

Per rispondere a queste vulnerabilità, l’Unione Europea ha messo in campo una serie di strumenti normativi e finanziari. Elodie Chrzanowski cita il Critical Raw Materials Act e il piano ResourceEU come pilastri per promuovere l’estrazione domestica (obiettivo 10%) e la trasformazione in loco (40%). Con 47 progetti strategici già individuati e un fabbisogno di investimenti di 22 miliardi di euro, l’Europa tenta la via della reindustrializzazione.

Tuttavia, la visione di Chrzanowski chiarisce che l’autosufficienza totale è un miraggio: la sicurezza passerà necessariamente attraverso accordi di cooperazione internazionale con partner strategici come Canada, Australia, Indonesia e vari paesi dell’America Latina. In definitiva, conclude l’analisi, la transizione energetica deve essere letta come una duplice sfida: una questione di sovranità politica e, contemporaneamente, una delle più rilevanti opportunità di investimento a lungo termine del nostro secolo.

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