La Cop26 si è conclusa e tra i più significativi traguardi ci sono il taglio del 45% delle emissioni di anidride carbonica nei prossimo dieci anni rispetto al 2010 e zero emissioni nette al 2050. A ciò si aggiunge la sollecitazione a incrementare la produzione da fonti energetiche rinnovabili e a ridurre la dipendenza dal carbone e i sussidi alle fonti fossili.

Cop26 tra luci e ombre

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Sono state promosse le linee guida previste nell’Accordo di Parigi che finora erano rimaste inattuate:

  1. Il mercato globale delle emissioni di carbonio.
  2. Il documento formale con le norme con cui gli stati comunicano i loro risultati nella decarbonizzazione.
  3. Le norme per l’attuazione dell’Accordo stesso.

Inoltre, il testo finale invita i paesi ricchi a raddoppiare i loro stanziamenti e prevede un nuovo obiettivo di finanza climatica per il 2024, ma è privo di una data per attivare il supporto da 100 miliardi di dollari l’anno previsto dall’Aaccordo di Parigi e mai attivato. Anche dopo Glasgow, il fondo rimane una promessa.

Il commento dell’esperto

Il professore Nicola Scafetta, docente presso il dipartimento di Scienze della terra, ambiente e georisorse dell’università Federico II di Napoli, spiega a Canale Energia le sue perplessità riguardo obiettivi e strumenti proposti dalla Cop26.

Professor Scafetta, la volontà di abbandonare i combustibili fossili senza fissare una data come ne disincentiverà l’uso?

Il fatto stesso che non sia stata fissata una data credo significhi che oggi non sia oggettivamente realistico abbandonare i combustibili fossili. Il motivo è semplice: non si dispone ancora di forme di energia sufficientemente efficaci che possano sostituire i combustibili fossili in un modo accettabile o credibile. Se ci fossero, la transizione energetica avverrebbe senza necessità di disincentivare.

Quali benefici porterà in Unione europea la riduzione prevista del 55% di emissioni entro il 2030 rispetto al 1990? È un’ipotesi reale la neutralità climatica al 2050, posticipata dall’India al 2070 e da Cina, Russia e Arabia Saudita al 2060?

Non credo che l’Europa riesca a ridurre il 55% delle proprie emissioni di CO2 entro il 2030, a meno che non costruisca un numero sufficiente di nuove centrali nucleari, e simultaneamente mantenere l’attuale livello della qualità di vita. Per lo stesso motivo credo non sia realistico raggiungere lo zero netto nel 2050 o 2070 o altro. Il problema è sempre trovare forme di energia alternative ed efficaci, oggi solo quella nucleare potrebbe veramente sostituire la fossile ma non è popolare. Riguardo all’effetto climatico di politiche mitigatorie applicate dalla sola UE credo sarà modestissimo, probabilmente trascurabile. L’Europa emette circa il 10% delle missioni mondiali e l’effetto delle politiche europee di riduzione drastica dell’uso dei combustibili fossili sarà solo quello di spostare la produzione in paesi come la Cina e l’India, dove le emissioni aumenteranno di conseguenza.

Cosa pensa delle cifre richieste dai Paesi emergenti per spingere la transizione energetica, 1.000 miliardi entro il 2030 solo dall’India?

Non credo che siano giustificate sotto nessun profilo. Il motivo però è scientifico: il clima continuerà a cambiare anche per motivi naturali e probabilmente l’effetto delle emissioni dell’uomo sui cambiamenti climatici è sovrastimato per diversi motivi, che ho discusso nelle mie pubblicazioni scientifiche. Qui mostro i limiti dei modelli climatici usati dall’Ipcc. Quindi, non credo necessaria una transizione energetica veloce bensì credo in politiche finalizzate a uno sviluppo veramente sostenibile e contro l’inquinamento da sostanze tossiche, nella ricerca scientifica e – per quanto riguarda i cambiamenti climatici – in politiche di adattamento.

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Domenico M Calcioli
Pubblicista dal 2007, scrive per il Gruppo Italia Energia.