Parchi solari in UK hotspot per la biodiversità

Rapporto Solar Habitat 2026 di Solar Energy UK

I parchi solari non sono soltanto un pilastro per la transizione verso un sistema energetico pulito, ma rappresentano un’opportunità unica per la gestione del territorio e il ripristino ecologico della biodiversità. A confermarlo è la nuova edizione del rapporto Solar Habitat 2026: Ecological trends on solar farms in the UK, pubblicato da Solar Energy UK in collaborazione con la Lancaster University, Clarkson & Woods e Wychwood Biodiversity. Il documento raccoglie ed esamina i dati di monitoraggio ecologico condotti durante la stagione 2025 su 75 parchi solari operativi nel Regno Unito, pari a circa il 6% dei siti attivi nel Paese. I numeri confermano una tendenza fondamentale: se pianificati e gestiti con attenzione, gli impianti fotovoltaici possono stimolare la biodiversità e offrire preziosi servizi ecosistemici.

biodiversità

Metodologia standardizzata su scala nazionale

Tutti i dati raccolti all’interno dello studio si basano sull’applicazione del metodo standardised approach to monitoring biodiversity on solar farms. Questo protocollo standardizzato permette di combinare osservazioni locali per trasformarle in tendenze macroscopiche ad ampio spettro.

Il campione analizzato nel 2025 presenta un’età media degli impianti di dieci anni, un’estensione media di 16 ettari e una capacità media di 9 MW. La stragrande maggioranza dei parchi monitorati si trova in Inghilterra (95% dei siti, principalmente nel Sud-Ovest e Sud-Est), oltre ad alcuni impianti in Galles e Irlanda del Nord.

I siti analizzati sono stati suddivisi in cinque categorie gestionali principali. Oltre il 53% degli impianti rientra nella categoria 3 (caratterizzata da tagli o pascolo regolari con manto erboso corto e trattamenti diserbanti circoscritti), mentre il 32% appartiene alla categoria 2 (dove sono previsti interventi di conservazione con limitato uso di erbicidi e la presenza di habitat variegati). Solo il 3% raggiunge la categoria 1, ossia una gestione ottimale interamente orientata alla tutela della natura senza l’uso di sostanze chimiche e con l’asportazione dello sfalcio. Per quanto riguarda il mantenimento del prato attorno ai pannelli, il 60% dei siti ricorre allo sfalcio meccanico, il 27% al pascolo e il 13% a una combinazione di entrambi.

Leggi anche Biodiversità, fonte primaria di salute

La flora nei parchi solari: il prato che rigenera la biodiversità

Nel corso delle rilevazioni botaniche sono stati analizzati oltre 1.000 quadrati di monitoraggio (da 1 metro per 1 metro) posizionati sotto le strutture dei pannelli, tra le file, lungo i margini esterni e nelle aree espressamente arricchite per la fauna. In totale sono state identificate 259 specie vegetali (tra cui 172 specie a foglia larga e 58 graminacee), con una media di 28 specie per parco solare. Tra le graminacee più diffuse figurano la il fieno bianco (Holcus lanatus, presente nel 67% dei quadrati) e la Agrostis stolonifera (42%), segnali che indicano come le praterie all’interno degli impianti stiano gradualmente ritornando a comunità erbacee native rispetto alla prevalenza di loglio inglese (Lolium perenne) tipica dei terreni agricoli intensivi.

biodiversità-1

La maggior parte delle piante rilevate ha uno stato di conservazione favorevole, ma gli ecologi hanno registrato anche specie di notevole interesse: cinque specie quasi minacciate (tra cui Rumex acetosella ed Erica cinerea), cinque specie vulnerabili (come Briza media e Silene vulgaris) e persino due specie classificate a rischio estinzione (la camomilla romana, Chamaemelum nobile) e l’assenzio maggiore (Artemisia absinthium).

I dati indicano chiaramente che la ricchezza floristica è direttamente proporzionale al livello di attenzione ecologica nella gestione del sito: i parchi gestiti con criteri di categoria 2, ad esempio, hanno mostrato una media di 30 specie vegetali, rispetto alle 26 della categoria 3.

Leggi anche Oltre l’alveare: perché il “Beewashing” minaccia la vera biodiversità

Un’analisi da vicino: la vita sotto i pannelli fotovoltaici

Uno dei punti più interessanti trattati dal rapporto riguarda la caratterizzazione degli habitat che si sviluppano esattamente sotto la copertura dei moduli fotovoltaici. Le strutture creano un microclima unico, caratterizzato da minore irraggiamento solare diretto e diversa redistribuzione delle precipitazioni.

I dati raccolti su 414 quadrati situati sotto i pannelli hanno rilevato la presenza di ben 119 specie vegetali. Sebbene la media sia di circa 4 specie per metro quadrato, in tre impianti la diversità è risultata così elevata da classificare l’area come prateria ecologicamente ricca. Sotto le strutture la percentuale media di suolo nudo è più alta (11%) rispetto agli spazi interfilari (2%), ma si registra allo stesso tempo la presenza più bassa di erbe infestanti dannose (appena 0,6%).

Questa evidenza dimostra come le aree sotto-pannello non debbano essere considerate superfici prive di valore ecologico, sollecitando una revisione nelle valutazioni di impatto ambientale e nei calcoli del guadagno netto di biodiversità.

Invertebrati e impollinatori: le farfalle guidano la rincorsa

I monitoraggi dedicati agli insetti si sono concentrati su oltre 400 tracciati percorsi dagli ecologi in 37 impianti. Nel complesso sono stati censiti 2.687 esemplari tra farfalle e bombi, appartenenti a 24 specie distinte.

biodiversità-3

Le farfalle sono risultate quasi dodici volte più abbondanti dei bombi (2.480 esemplari contro 207). Questo divario si spiega con il fatto che molte farfalle utilizzano le graminacee spontanee del parco solare come pianta nutrice per i bruchi, mentre i bombi richiedono fioriture ricche di nettare che si sviluppano soprattutto dove la gestione del prato è pianificata per favorire i fiori selvatici. La specie di farfalla nettamente più comune è la Maniola jurtina (oltre il 60% delle osservazioni), seguita da Melanargia galathea e Thymelicus sylvestris.

Non sono mancate le rilevazioni di specie protette o a rischio: la Coenonympha pamphilus (vulnerabile) è stata identificata nel 27% dei parchi solari analizzati, e la Cupido minimus (quasi minacciata) in due impianti. Le osservazioni occasionali fuori tracciato hanno rivelato la presenza anche di Plebejus argus, Thecla betulae e della rara Lasiommata megera, quest’ultima classificata come a rischio estinzione.

Un recente studio di modellizzazione spaziale condotto dalla Lancaster University e citato nel rapporto evidenzia come i parchi solari dotati di margini a fioritura spontanea potrebbero più che raddoppiare la popolazione di bombi entro il 2050 rispetto a impianti gestiti a pascolo intensivo, trasformando queste strutture in fondamentali rifugi climatici.

Avifauna e mammiferi: rifugio sicuro e risorsa di cibo

Le rilevazioni sull’avifauna condotte su 29 impianti hanno registrato 2.865 individui appartenenti a 77 specie differenti. Tra queste, il 22% appartiene alla lista rossa delle specie a massima priorità di conservazione e il 25% alla lista ambra. Tra le specie più abbondanti della prima, figurano lo storno, l’allodola e il fanello. L’allodola, pur non nidificando direttamente sotto i pannelli per via della struttura dell’impianto, utilizza frequentemente i parchi solari come area aperta priva di disturbi dove approvvigionarsi di cibo.

Tra i casi di studio più emblematici, citati nel documento, spicca quello del parco solare di Westmill, nell’Oxfordshire. I ricercatori vi hanno individuato e monitorato cinque nidi di strillozzo (Emberiza calandra), un volatile inserito nella lista rossa e in drammatico declino nei contesti agricoli europei. Tutti i nidi presenti all’interno del parco solare hanno avuto successo, a fronte del 60% di successo registrato nei terreni agricoli circostanti. Le recinzioni dell’impianto proteggono i nidi dai predatori terrestri (come volpi e tassi) mentre i pannelli offrono riparo dalle specie aeree.

Per quanto riguarda i mammiferi, sebbene non siano state condotte indagini mirate, osservazioni occasionali in 25 impianti hanno confermato la presenza di otto specie, tra cui volpi, tassi, capreoli e cervi. L’animale più frequentemente avvistato è la lepre comune, che trova all’interno delle recinzioni dei parchi solari un ambiente idoneo e privo della pressione venatoria tradizionale.

Il caso Bottom Plain e le prospettive future per l’Europa

Il rapporto dedica un approfondimento al parco solare di Bottom Plain (Dorset), un impianto da 10 MW costruito nel 2014 su un ex terreno agricolo intensivo adiacente a una brughiera protetta. A distanza di anni, la prateria dell’impianto si è trasformata in un lowland meadow ad alta diversità floristica, ospitando fino a 15 specie vegetali per metro quadrato e dando rifugio a 42 specie di uccelli (tra cui gheppi e barbagianni nidificanti in apposite cassette). Il sito è stato inoltre riconosciuto come key reptile site per la presenza di quattro specie autoctone di rettili: marasso, lucertola vivipara, biscia dal collare e orbettino.

In un’ottica di lungo periodo, la transizione verso una gestione nature positive degli impianti fotovoltaici sta superando i confini britannici. Attraverso il programma internazionale Cesab, la Lancaster University sta collaborando con istituti francesi e tedeschi per sviluppare un protocollo di monitoraggio ecologico standardizzato valido per tutta l’Europa. I dati raccolti in questo rapporto dimostrano in modo inequivocabile come la produzione di energia da fonti rinnovabili, la tutela dell’ecosistema e della biodiversità non siano obiettivi in contrasto, ma due facce della stessa medaglia in grado di coesistere e rafforzarsi a vicenda.

Leggi anche La biodiversità viaggia in tram e abita l’Italia


Per ricevere quotidianamente i nostri aggiornamenti su energia e transizione ecologica, basta iscriversi alla nostra newsletter gratuita

Tutti i diritti riservati. E' vietata la diffusione
e riproduzione totale o parziale in qualunque formato degli articoli presenti sul sito.
Un team di professionisti curioso e attento alle mutazioni economiche e sociali portate dalla sfida climatica.