Il sistema europeo di scambio delle quote di emissione di CO₂ ($ETS$) rischia di trasformarsi in un freno economico per l’industria manifatturiera hard-to-abate (difficile da decarbonizzare), privando le imprese proprio delle risorse necessarie a finanziare la transizione ecologica. È il verdetto dello studio “Valutazione del sistema ETS e indirizzi di riforma”, presentato oggi a Roma e realizzato dal CESISP (Centro Studi in Economia e Regolazione dei Servizi, dell’Industria e del Settore Pubblico dell’Università degli Studi di Milano-Bicocca).
La ricerca accende i riflettori sugli effetti collaterali del meccanismo UE sui comparti industriali più esposti, con un focus mirato sulla filiera del cemento e del calcestruzzo rappresentata da Federbeton (Confindustria).
I numeri della crisi: cementerie in calo e margini erosi
I dati emersi dall’analisi del CESISP tracciano un quadro di forte sofferenza per i produttori europei di cemento, stretto tra l’irrigidimento dei vincoli normativi e l’impennata dei costi ambientali:
-
Chiusure degli impianti: tra il 2013 e il 2024, il numero delle cementerie attive all’interno dell’Unione Europea si è ridotto del 6%.
-
Impatto sui bilanci: nel quadriennio 2021-2024, il costo per l’acquisto delle quote ETS ha assorbito, come valore mediano, ben il 16% dell’EBITDA delle imprese del comparto.
Questa progressiva contrazione evidenzia un cortocircuito strutturale: la spesa legata al pagamento delle emissioni drena liquidità aziendale, riducendo di fatto la capacità delle imprese di pianificare e sostenere gli ingenti investimenti industriali richiesti per l’abbattimento della CO₂.
Il nodo delle emissioni di processo e la carenza di infrastrutture
Il cemento presenta una complessità unica rispetto ad altre industrie. Come sottolineato dallo studio, si tratta di uno dei settori a più alto rischio residuo di esposizione all’Europa delle quote. Il motivo è chimico: una parte preponderante delle emissioni non dipende dai combustibili utilizzati, ma dalla decarbonatazione del calcare necessaria a produrre il clinker (il componente base del cemento). Di conseguenza, queste emissioni non possono essere azzerate semplicemente tramite l’elettrificazione o l’efficientamento energetico dei macchinari.
La vera decarbonizzazione del comparto è subordinata alla disponibilità di specifici fattori abilitanti esterni, che oggi scontano forti ritardi di sviluppo a livello infrastrutturale:
-
Reti per la cattura, il trasporto e lo stoccaggio geologico della CO₂ (tecnologie CCS);
-
Infrastrutture energetiche potenziate e fornitura stabile di vettori energetici decarbonizzati;
-
Canali di approvvigionamento sicuri per i combustibili alternativi.
«L’industria del cemento è pienamente impegnata nel percorso di decarbonizzazione e ha già individuato le leve tecnologiche necessarie. Tuttavia, molte di queste soluzioni richiedono tempo, investimenti e infrastrutture che non dipendono esclusivamente dalle imprese. Il rischio confermato dalla Bicocca è quello di trasformare l’ETS in un costo puramente punitivo. La transizione non si fa comprimendo la capacità produttiva europea, ma creando le condizioni per investire nelle tecnologie del futuro».
— Nicola Zampella, Direttore Generale di Federbeton
Le proposte di riforma: riutilizzare i proventi e frenare la speculazione
Pur condividendo il principio ispiratore dell’Europa sul prezzo del carbonio, Federbeton chiede un cambio di rotta e un’evoluzione normativa basata sul pragmatismo. La traiettoria del sistema ETS deve essere rimodulata sulla base della reale maturità delle tecnologie industriali disponibili sul mercato, evitando che benchmark eccessivamente severi e il taglio delle quote gratuite penalizzino le aziende prima che queste abbiano gli strumenti concreti per adeguarsi.
Per salvaguardare la manifattura europea, la Federazione individua tre pilastri d’azione immediata:
-
Reinvestimento dei proventi: una quota cospicua delle risorse raccolte tramite le aste delle quote ETS deve essere ridiretta e vincolata ai settori hard-to-abate, sostenendo i costi di adozione per la cattura della CO₂ (CCS), la digitalizzazione degli impianti e la transizione ai combustibili alternativi.
-
Stop alla speculazione finanziaria: è necessario limitare la crescente finanziarizzazione del mercato della CO₂, restituendo all’ETS la sua funzione originaria di leva industriale e garantendo una maggiore stabilità e prevedibilità del prezzo della tonnellata di carbonio.
-
Scudo anti-delocalizzazione: occorre implementare in modo rigoroso e tempestivo il CBAM (Carbon Border Adjustment Mechanism), la tassa sul carbonio alle frontiere europee. Lo strumento è vitale per neutralizzare il rischio di carbon leakage, ovvero lo spostamento della produzione (e delle relative emissioni) verso Paesi extra-UE con normative ambientali più blande, un fenomeno che danneggerebbe l’economia continentale senza produrre alcun beneficio per il clima globale.
Per ricevere quotidianamente i nostri aggiornamenti su energia e transizione ecologica, basta iscriversi alla nostra newsletter gratuita
e riproduzione totale o parziale in qualunque formato degli articoli presenti sul sito.













