L’industria del fashion si trova di fronte a un bivio cruciale: continuare a considerare la sostenibilità come un mero strumento di marketing o integrarla nei processi produttivi come fattore strategico di efficienza e competitività industriale.
È questo il messaggio principale emerso dalla ricerca “Sustainability in Fashion Value Chains”, presentata a Napoli e realizzata da Tecno SpA (società benefit quotata su Euronext Growth Milan e player di riferimento nel settore SustainTech) in collaborazione con la Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa e l’Istituto Marangoni.
Lo studio analizza numeri, inefficienze e prospettive di una filiera chiave per l’economia globale e italiana, evidenziando come la gestione ambientale stia diventando a tutti gli effetti una leva per il controllo industriale.
Il peso dei rifiuti tessili e la centralità del design
I dati quantificano con chiarezza la portata dell’impatto ambientale nel nostro Paese e in Europa:
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In Italia si generano ogni anno circa 615.000 tonnellate di rifiuti tessili, ma solo 154.000 tonnellate (pari a circa il 25%) vengono intercettate dalla raccolta differenziata.
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A livello europeo, nel 2022 il consumo pro-capite di prodotti tessili è stato di 19 chili, a fronte di 12 chili scartati per persona.
L’impronta individuale associata ai consumi di abbigliamento e tessuti ammonta annualmente a 355 kg di CO₂, 12 m³ di acqua e 523 kg di materie prime.
Un aspetto chiave messo in luce dal report riguarda la fase iniziale di creazione del prodotto: oltre l’80% dell’impatto ambientale viene determinato già nella fase di design, quando si scelgono materiali e processi. Nelle analisi di Life Cycle Assessment (LCA), l’impatto legato all’estrazione e lavorazione delle materie prime arriva a coprire oltre il 97-99% dell’impatto totale del capo.
«Per il settore della moda la sfida non è aggiungere un nuovo livello di compliance, ma utilizzare la maggiore conoscenza della filiera per migliorare il modello industriale», commenta Salvatore Amitrano, CFO e CInO di Tecno Group. «I dati usati per governare il rischio aiutano a individuare inefficienze e gestire meglio le dipendenze dai fornitori. È qui che sostenibilità e performance economica convergono, con il modello SustainTech come abilitatore del cambiamento».
Trasparenza della filiera e il dilemma del consumatore
Uno dei nodi critici emersi dal report è la scarsa tracciabilità: meno del 19% dei brand di moda vanta una piena visibilità lungo l’intera catena del valore, mentre solo il 52% pubblica l’elenco dei fornitori di primo livello.
Allo stesso tempo, i consumatori manifestano bisogni contrastanti:
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Il 40% di Gen Z e Millennials dichiara di non ricevere sufficienti informazioni sulla realizzazione dei capi, sebbene per oltre il 60% del campione i criteri ESG influenzino le decisioni di acquisto.
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Tuttavia, di fronte a un capo sostenibile ma più costoso (prendendo ad esempio un cappotto), solo il 24% sceglie l’opzione ecologica, mentre il 40% preferisce l’alternativa economica e il 36% orienta la scelta altrove.
Nelle decisioni di acquisto reali, gli indicatori tradizionali continuano a dominare: il prezzo guida il 74% delle scelte, seguito dal comfort (69%) e da qualità e durata (64%). Gli attributi strettamente ambientali incidono solo per il 15-30%.
La ricerca suggerisce quindi che la sostenibilità non funziona se proposta come unico valore aggiunto per giustificare un prezzo più alto, ma diventa vincente solo se integrata a benefici consolidati come qualità, manifattura, artigianalità e longevità. A dimostrazione di questa sensibilità per il valore nel tempo, il mercato della seconda mano (stimato in 50 miliardi di euro) sta crescendo a ritmi fino a tre volte superiori rispetto al mercato primario.
Stop al Greenwashing: serve la “Verifiable Product Value”
L’impatto complessivo del settore rimane profondo: l’industria tessile è responsabile di una quota compresa tra il 2% e l’8% delle emissioni globali di gas serra, mentre tintura e finissaggio causano circa il 20% dell’inquinamento dell’acqua dolce.
A fronte di questi numeri, si fa sempre più stringente la lotta alle comunicazioni ingannevoli. Un’analisi della Commissione Europea richiamata nello studio rivela che l’80% delle pubblicità in 15 Stati UE contiene claim ambientali, ma il 53% di questi è risultato vago, fuorviante o privo di fondamento scientifico.
La sfida futura per i brand sarà dunque il passaggio dal marketing alla “verifiable product value”: la capacità di dimostrare, attraverso dati certi e metodologie scientifiche certificate, l’effettiva sostenibilità del prodotto. Una garanzia indispensabile sia per rispondere ai vincoli normativi che per conquistare la fiducia delle nuove generazioni.
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