Perché una discarica deve essere per forza brutta? Ma soprattutto, in che modo la materia-rifiuto può essere trasformata in landmark territoriale e driver economico per la comunità che la ospita?
E’ questo il filo conduttore che ha informato il seminario Waste Architecture promosso dalla Dupont Energetica Spa a Ecomondo. Holding del Gruppo Maio, la Dupont Energetica ha voluto promuovere una riflessione che va oltre la dimensione tecnica della gestione rifiuti, per aprire un dibattito sull’impatto urbanistico, sociale e paesaggistico dei siti di smaltimento.
In Italia conosciamo fin troppo bene la sindrome NIMBY (Not In My Back Yard), additata come l’ostacolo principale alla realizzazione di opere controverse. Ma la diffidenza dei cittadini ha radici storiche anche legittime. Per anni siamo andati avanti a nascondere la polvere sotto il tappeto: impianti rigorosamente brutti, calati dall’alto, relegati ai margini, destinati a creare degrado sociale e ambientale. Il vento, però, sta cambiando: la discarica non può più essere un mostro da nascondere, piuttosto un progetto che nasce per integrarsi nel paesaggio e restituire valore alla città.

A parlarne sono esperti che con queste sfide hanno a che fare tutti i giorni, primo fra tutti il sindaco di Peccioli Renzo Macelloni, mente di un modello pioneristico capace di dimostrare che si può superare la sindrome Nimby e costruire accettazione sociale.
La sfida è stata affrontata fin dall’inizio con un approccio da artigiani, tiene a sottolineare Macelloni. Sarà per il suo passato di falegname, o per l’approccio diretto che può permettersi un comune di 5.000 abitanti, fatto sta che l’esame è stato superato a pieni voti, e che oggi, come ricorda il sindaco, il Museo d’Arte Contemporanea a Cielo Aperto (MACCA) di Peccioli attira circa 25 mila visitatori l’anno.
“Ci siamo presi il carico di una visione industriale del trattamento dei rifiuti partendo dall’idea che il rifiuto va trattato industrialmente. Solo così si può fare il bene dell’ambiente. Questa è stata la prima scelta. Dopodiché abbiamo considerato anche il fatto di dare alla discarica un garbo, ecco. Dare anche un senso estetico. E abbiamo pensato alla discarica come un museo d’arte contemporanea a cielo aperto, in continua trasformazione”, ha dichiarato ai microfoni di Canale Energia Renzo Macelloni.
La metafora è fortissima: una nuova umanità di giganti risorge dalla spazzatura. Sono le monumentali installazioni che animano la discarica di Peccioli. Una trovata di straordinaria efficacia mediatica, che è valsa al piccolo comune toscano il titolo di Borgo dei Borghi nel programma di Rai3. Ma è solo una di una lunga serie di ‘trovate artigianali’ che hanno puntellato un percorso lungo oltre 30 anni.

Piccolo è bello: una public company unica in Italia
Legoli, frazione di Peccioli, Provincia di Pisa, anni Ottanta del Novecento. Nel territorio c’è una discarica locale complessa. Poi la crisi del 1986, quando l’inceneritore di Firenze chiude per i picchi di diossina, costringendo la Regione a riorganizzare i flussi. Eletto per la prima volta alla guida del Comune nel 1988, Renzo Macelloni coglie l’occasione: offre la discarica di Legoli come sito per accogliere parte dell’emergenza e chiede alla Regione nuove volumetrie.
“C’era una vecchia discarica, vecchissima, che inquinava. Doveva essere chiusa. E allora decidemmo noi di fare un intervento di bonifica. E per fare la bonifica recuperammo nuove volumetrie, perché ci mancavano i soldi per bonificare”, racconta il sindaco.
Una decina di anni dopo, nel 1997, nasce la Belvedere Spa con un’idea precisa, quella di fare utili. Detta così, niente di nuovo. Se non fosse per un particolare: la società si basa su modello partecipativo, un azionariato diffuso che coinvolge direttamente i cittadini. In pratica, sono i cittadini stessi ad essere gli azionisti, arrivando a coprire circa il 36-39% del pacchetto azionario, con la restante maggioranza che fa capo all’Amministrazione Comunale.
Con oltre 900 cittadini diventati soci della S.p.A., il modello si regge su un capitale tutelato. Chi poi volesse cedere le azioni, non ha che da ridarle al Comune, salvo che in pochi avrebbero interesse a farlo, visto che gli utili sono elevati. Non solo, i benefici per la comunità che derivano dall’impianto si traducono anche in agevolazioni fiscali e risparmi in bolletta. Negli anni, la Belvedere S.p.A. ha installato impianti di cogenerazione da biogas, moduli fotovoltaici sui lotti esauriti e piattaforme di upgrading per la produzione di biometano, convertendo l’intero sito in un polo di produzione energetica a servizio del territorio.
I dati camerali parlano chiaro: oggi, la Belvedere S.p.A. muove un fatturato di 52.494.042 di euro con un utile di 7.584.206, affidandosi a una squadra di 45 dipendenti.
Oltre la discarica
È l’evoluzione di una discarica verso un modello integrato. Una trasformazione tesa a superare la dipendenza dall’invaso primario; la fossa, cioè, in cui sotterrare i rifiuti. Una soluzione necessaria per evitare le emergenze, certo, ma non più sufficiente di per sé.
E allora la transizione del sito ha già preso forma, e si è evoluta per moduli successivi. Prima con l’impianto di Trattamento Meccanico Biologico, che lavora la quota secca per ridurre le volumetrie da sotterrare. Poi con la piattaforma organica da 100.000 t/anno, capace di convertire l’umido da raccolta differenziata in biometano. Il tassello finale sarà l’impianto di ossidazione termica. A settembre è stata data l’autorizzazione definitiva per la costruzione dell’impianto, una tecnologia che sfrutta ossigeno puro e l’assenza di fiamma per convertire i rifiuti residui in syngas e materia prima secondaria, azzerando le emissioni e chiudendo il ciclo di smaltimento.
Con questo impianto, sarà possibile recuperare quel 20% di scarti che altrimenti finirebbe dritto in discarica. Già oggi il polo genera il triplo dell’energia consumata dai 5.000 residenti di Peccioli. Un’autonomia che crescerà con l’entrata in funzione dell’ossicombustione e con l’avvio di quattro nuovi impianti fotovoltaici da 1 MW ciascuno, destinati ad alimentare anche la nascente comunità energetica.

“Abbiamo cominciato a pensare di andare oltre la discarica. Ci vuole per evitare emergenze, ma è obbligatorio e di buon senso trovare nuovi impianti […]. Ora abbiamo avuto l’autorizzazione per l’impianto di ossidazione termica […]. Così la parte di rifiuto del 20% che dovrebbe andare in discarica la possiamo recuperare, e abbiamo già l’autorizzazione End of Waste. Oggi produciamo circa tre volte quello che consumano i nostri cinquemila cittadini. Però l’impianto di ossidazione termica produrrà 54 MWh annui di energia residuale. Stiamo facendo quattro impianti di un MW ciascuno di fotovoltaico che alimenteranno una grande CER comunale”, conclude il Sindaco Macelloni.
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