A fine gennaio la Commissione europea ha presentato un documento di riflessione per un’Europa più sostenibile entro il 2030. Si tratta di un testo la cui stesura si inserisce nel quadro del dibattito sul futuro dell’Europa avviato con il Libro bianco della Commissione del 1º marzo 2017.

Insieme a Marco Affronte, europarlamentare dei Verdi e membro della Commissione per l’Ambiente, la sanità pubblica e la sicurezza alimentare del PE, abbiamo approfondito alcune questioni relative agli obiettivi europei in tema di sostenibilità, con particolare riferimento ai Sustainable Development Goals (SDGs) dell’Organizzazione delle Nazioni Unite.

Su quali ambiti e con quali strategie l’Ue deve puntare di più per promuovere in modo efficace il raggiungimento degli obiettivi di sviluppo sostenibile alla luce  delineato dal documento?

Chiarisco subito di ritenere gli obiettivi dell’Agenda ONU 2030 un autentico faro verso cui dirigersi nelle agitate acque della politica europea attuale. Di fatto da tempo mi sto battendo perché anche in Italia se ne parli nel dibattito politico quotidiano, ma le resistenze sono forti.

Credo che molti degli obiettivi siano intrinsecamente connessi al numero 13, quello che prevede misure urgenti per combattere il Climate Change e le sue conseguenze. Ecco, proprio su questo punto si potrebbe fare qualcosa di più. Sicuramente l’Unione Europea sta guidando le altre Nazioni verso un approccio improntato alla sostenibilità, specialmente dopo l’uscita degli Stati Uniti dai negoziati in sede ONU (sin dalla COP23 gli USA non sono più al tavolo delle Parti), tuttavia non si sta agendo con la determinazione sufficiente, con l’ambizione sufficiente e, soprattutto, ci si sta muovendo in ritardo. Avere raggiunto i poco ambiziosi obiettivi del 2020 (il famoso 20-20-20) non ci deve illudere. Il recente report dell’International Panel on Climate Change ci dice che abbiamo 12 anni per reagire al cambiamento climatico con decisione, o i cambiamenti risulteranno irreversibili. Dai sussidi alle fonti fossili alle esitazioni sui trasporti aerei e marittimi, agli allevamenti intensivi, troppe sono le esitazioni. Il tempo passa e l’Europa non affronta un tema che ne porta con se’ tanti altri. Occuparsi di climate change vuol dire infatti anche pensare ai migranti climatici, vuol dire cambiare agricoltura, vuol dire rivoluzionare il nostro rapporto con le risorse naturali. E io non vedo il coraggio di abbracciare questa rivoluzione necessaria.

Dal  report emerge come  gli Stati membri dell’UE registrino mediamente il punteggio più basso per l’OSS 12 (Garantire modelli sostenibili di produzione e di consumo) e per l’OSS 14 (Conservare e utilizzare in modo durevole gli oceani, i mari e le risorse marine per uno sviluppo sostenibile) come ci si sta muovendo a livello europeo per affrontare questi temi?

Come ho detto sopra, ci si muove a rilento. I nostri sistemi di produzione, seppur migliorati nell’efficienza energetica, sono ancora basati sull’energia fossile, che viene coperta da 112 miliardi di aiuti pubblici all’anno. E’ una follia, vanno chiusi i rubinetti subito. Inoltre il 60% delle materie prime che utilizziamo viene dall’estero, perché ancora non conosciamo il concetto di materia prima seconda: non devono esistere rifiuti, ma li dobbiamo considerare materiali diversi ancora utili a produrre qualcos’altro.

Siedo in Commissione Pesca, e sono di formazione un naturalista scientifico che si è sempre occupato di mare. Il modo nel quale trattiamo mari e oceani è disgustoso: contribuiscono ad assorbire circa un terzo della CO2 che produciamo, eppure ci sforziamo in ogni modo di inquinarli, contaminarli e depredarli, portandoli sempre più vicini alla morte. Anche qui, spiace dirlo, la tardiva mossa della Plastic Strategy della Commissione è indebolita dai tanti compromessi e non si accompagna a politiche di sostenibilità adeguate nel campo, ad esempio, della pesca. Vige ancora il concetto di pesca industriale, che domina i nostri mari, a discapito della sostenibilità e dei pescatori artigianali.

Tra gli scenari volti a stimolare un dibattito lungimirante sui temi allo sviluppo sostenibile il documento menziona l’ Integrazione continua degli OSS in tutte le pertinenti politiche dell’Ue. Come si può favorire questo processo?

Sarebbe logico e molto utile adottare un approccio di questo tipo. Invece devo constatare che negli ultimi anni la Ue ha sostituito la parola “decarbonizzazione”, molto forte, con la ben più debole “neutralità climatica”. Non è questo il modo di imporsi alla guida di chi vuole davvero vincere la lotta contro il cambiamento climatico.

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