Il Mar Mediterraneo non è più solo una distesa d’acqua, ma un enorme serbatoio di energia termica che sta riscrivendo le regole del clima europeo. I dati presentati oggi dall’OGS (Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale) durante le Giornate dell’Ambiente di ECOMED lanciano un monito senza precedenti: per salvare le nostre coste dalla forza distruttrice dei “medicane” (uragani mediterranei), non bastano più i singoli studi. Serve una “cabina di regia” istituzionale che coordini la prevenzione, esattamente come accade con la Protezione Civile per i terremoti.
Il caso “Harry”: la tempesta vista dal profondo
Il cuore dell’incontro è stata l’analisi del Ciclone Harry, che ha colpito il bacino tra il 19 e il 22 gennaio scorso. Grazie al progetto PNRR Itineris, l’OGS ha messo in campo una flotta tecnologica d’avanguardia: 25 robot sottomarini (Argo float) e boe di superficie hanno “radiografato” la tempesta dall’interno.

I risultati sono inquietanti: l’energia del ciclone ha spinto il calore superficiale fino a 400 metri di profondità. Questo fenomeno genera un effetto a catena devastante:
-
Espansione termica: l’acqua calda aumenta di volume, “gonfiando” letteralmente il mare.
-
Inondazioni aggravate: il mare più alto aumenta la portata delle inondazioni costiere, rendendo i porti e le banchine vulnerabili.
-
Shock ecosistemico: se da un lato i moti sottomarini riportano in superficie nutrienti che alimentano le alghe (fondamentali per assorbire CO2), dall’altro l’acidificazione dei mari — che potrebbe crescere dell’80% entro il 2100 — minaccia la biodiversità e le economie legate alla pesca.
Oltre il dato: il rischio per l’economia costiera
“L’oceano sta assorbendo la maggior parte dell’energia in eccesso causata dai gas serra”, ha spiegato Cosimo Solidoro, direttore della Sezione di Oceanografia dell’OGS. Il problema non è solo ambientale, ma sociale ed economico. Se le banchine finiscono sott’acqua o il mare diventa troppo acido, saltano interi comparti industriali e alimentari.
Secondo gli esperti, non possiamo più considerarci “onnipotenti” grazie alla tecnologia: siamo vincolati a leggi fisiche che stanno cambiando rapidamente. L’innalzamento del livello del mare obbligherà, nei prossimi decenni, a una riprogrammazione totale delle città costiere.
L’appello: una regia politica per i sindaci
Nonostante l’eccellenza della ricerca italiana, esiste un pericoloso “vuoto” tra il dato scientifico e l’azione sul territorio. La Direttrice Generale dell’OGS, Paola Del Negro, e lo stesso Solidoro hanno rivolto un appello diretto al Governo:
“La scienza sa prevedere dove e come un’inondazione colpirà un porto. Ma un sindaco non ha gli strumenti per interpretare dati complessi. Serve una cabina di regia governativa che trasformi i modelli scientifici in valutazioni del rischio chiare e operative.”
Cosa serve oggi per il domani?
L’OGS chiede tre interventi urgenti:
-
Coordinamento nazionale: un braccio politico che unifichi i dati di OGS e altri enti di ricerca.
-
Pianificazione adattiva: smettere di progettare opere rigide e passare a infrastrutture ingegneristiche modulabili, capaci di adattarsi all’innalzamento del mare previsto per i prossimi 50 anni.
-
Rete scientifica: consolidare il modello siciliano (con la sede di Milazzo in prima linea) come laboratorio permanente per il clima mediterraneo.
La sfida del 2026 è chiara: la conoscenza per proteggere il Paese esiste già, ora serve la volontà politica di metterla a sistema prima della prossima, inevitabile, tempesta.
Per ricevere quotidianamente i nostri aggiornamenti su energia e transizione ecologica, basta iscriversi alla nostra newsletter gratuita
e riproduzione totale o parziale in qualunque formato degli articoli presenti sul sito.















