spreco alimentare

In un contesto di guerra come quello che stiamo vivendo, dove a rischio, oltre alla sicurezza energetica c’è anche quella alimentare, appare allarmante il dato secondo cui il valore del cibo che ogni anno si perde o si spreca ammonta a 620 miliardi di euro.

Senza dimenticare che, già prima della guerra in Ucraina, il nostro Pianeta viveva una situazione in cui 3,1 miliardi di persone si trovano in stato di insicurezza alimentare e 828 milioni soffrono la fame, secondo i dati pubblicati della Fao.

A fornire un quadro composito sullo spreco alimentare, il rapporto redatto da McKinsey dal titolo “Reducing food loss: what grocery retailers and manufacturers can do”, che oltre a ricordare i 620 miliardi di euro di cibo sprecato, quantifica in oltre due miliardi di tonnellate i beni alimentari persi o sprecati ogni anno. Si tratta di una percentuale che oscilla tra il 33 e il 40% della produzione totale. 

L’impatto su risorse idriche ed emissioni di gas serra

Secondo il rapporto, la metà degli sprechi avviene a monte della filiera, cioè nella fase di raccolta, movimentazione e stoccaggio post-raccolta o in fase di lavorazione.

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Ma lo spreco di cibo non è deleterio solo come fenomeno in sé, ma anche per i suoi effetti in termini di consumo di acqua, pari a circa un quarto delle riserve mondiali di acqua dolce, e in termini di emissioni di gas serra, queste costituiscono l’8% del totale globale.

L’impatto economico dello spreco alimentare

Oltre a costituire un’emergenza dal punto di vista sociale e ambientale, lo spreco alimentare lo è anche dal punto di vista economico. Lo studio rivela come, dietro a questa generalizzata inefficienza, ci siano costi nascosti addirittura superiori ai profitti netti dei rivenditori.

I prodotti maggiormente sprecati 

Ortofrutta e cereali sono i prodotti maggiormente sprecati, invece carne e prodotti lattiero-caseari, nonostante impattino notevolmente dal punto di vista ambientale per unità prodotta (per produrre un chilo di manzo servono più di 3mila litri d’acqua), costituiscono solo il 3 e il 5% degli sprechi totali. 

 

I pomodori sono il vegetale che a monte della filiera viene maggiormente sprecato, si tratta di una cifra che varia tra i 50 e i 75 milioni all’anno, per avere un’idea, su cento pomodori ne arrivano al mercato solamente 65.

 

La suddivisione delle perdite

Secondo lo studio, un terzo delle perdite avviene in fase di raccolta ed è dovuto alle eccedenze di produzione, un altro terzo è commestibile ma non rispecchia le richieste del cliente e, solo un terzo non è commestibile. Quindi ben due terzi delle perdite potrebbero essere reindirizzate al consumo umano.

Le cause dello spreco

La ricerca rivela che alcune perdite alimentari derivano da fattori esogeni, come gli eventi meteorologici, o da pratiche non ottimali all’interno di una fase specifica della filiera, come la scarsa manutenzione delle attrezzature, ma alcune perdite sono legate alle interdipendenze e alle interazioni tra gli attori della catena del valore. I coltivatori possono produrre in eccesso perché non sono sicuri della domanda di mercato, mentre i produttori e i rivenditori spesso non hanno molta trasparenza sull’offerta. Poi, le rigide specifiche dei clienti possono portare a un eccessivo declassamento post-raccolta e la maggior parte dei contratti di approvvigionamento non crea incentivi per ridurre le perdite alimentari.

Il ruolo dei produttori alimentari

La soluzione del problema della perdita di cibo richiederà quindi cambiamenti fondamentali nel modo in cui le parti interessate lavorano insieme.

Solo per i pomodori, l’impatto potenziale è di oltre 40 milioni di tonnellate risparmiate ogni anno. A livello globale, le emissioni di CO2 legate alla perdita di pomodori diminuirebbero del 60-80% e, se questo può essere fatto con i pomodori, può essere fatto anche con altre categorie di alimenti.

Cosa possono fare dunque i produttori di alimenti e i fruttivendoli? Molto, a quanto pare. Un piano d’azione efficace prevede innanzitutto la definizione di una base e di obiettivi, quindi lo sviluppo e l’attuazione sistematica di iniziative e, infine, la messa in atto di strumenti per un cambiamento duraturo.

È necessario un cambio di mentalità

In definitiva, per affrontare il problema della perdita di cibo sarà necessario un cambiamento di mentalità da parte di tutti i soggetti interessati. 

I produttori e i rivenditori di alimenti dovranno considerare la perdita di cibo come il risultato di inefficienze e opportunità mancate in tutti i settori della produzione, dell’approvvigionamento, della ricerca e sviluppo, della catena di fornitura e delle vendite, non come un costo inevitabile dell’attività o un argomento di nicchia che riguarda solo il dipartimento di sostenibilità.

Dovrebbero considerare la riduzione della perdita di cibo come un potenziale bacino di valore: un’opportunità per migliorare sia i profitti che le perdite.

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Essere trasparenti e fissare obiettivi chiari: le azioni più efficaci per ridurre le perdite di cibo

La quantificazione delle perdite alimentari e la creazione di responsabilità non sono ancora una scienza esatta, le tecniche di misurazione e le metriche sono ancora in fase di definizione e dibattito. Ma questa non è una scusa per le aziende per non fare nulla. Le aziende alimentari o i produttori di alimenti, devono:

  • cercare di raccogliere informazioni precise attraverso una serie di fonti e tecniche, come interviste ai team interni, esame dei dati dei fornitori e ricerca di terzi;
  • collaborare con i fornitori per comprendere e monitorare le perdite alimentari, magari utilizzando i protocolli di misurazione in azienda, facilmente reperibili online;
  • stabilire degli obiettivi sia per la propria azienda che per i fornitori e integrare la visibilità e la riduzione delle perdite alimentari nelle strutture di incentivazione;
  • tenersi informati o, meglio ancora, partecipare agli sforzi del settore per armonizzare gli standard di rendicontazione e certificazione;
  • trasformare le perdite alimentari in valore per quanto riguarda gli alimenti non commercilaizzabili.

Alcune aziende stanno sviluppando un database integrato delle prestazioni dei fornitori e la blockchain può avere certamente un ruolo per garantire la tracciabilità di tutto il ciclo produttivo.

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