L’ascesa dell’intelligenza artificiale ha dato il via a quella che gli analisti definiscono la più grande trasformazione strutturale dei mercati energetici dall’epoca dell’industrializzazione che investe i data center. Secondo il Data Center Report 2026 di Rystad Energy, la costruzione di infrastrutture digitali ha subito un’accelerazione eccezionale: solo tra il 2023 e il 2025, la capacità installata è cresciuta del 50%, raggiungendo i 141 GW, un volume pari a tutto ciò che era stato costruito prima del 2020.

Una montagna di capitale che sfida il settore petrolifero
Gli investimenti annuali nel settore hanno ormai superato la soglia dei 690 miliardi di euro, una cifra che rivaleggia con i picchi storici registrati dall’industria del petrolio e del gas nel 2014. Questa enorme massa di capitale sta riconfigurando non solo i flussi di cassa, ma le intere catene di approvvigionamento globali e la pianificazione delle reti di trasmissione.
Nel solo 2025, la spesa per infrastrutture IT è stata dominata dai server, con i costi dei semiconduttori che continuano a salire vertiginosamente a causa della domanda di carichi di lavoro legati all’IA. I grandi operatori, i cosiddetti hyperscalers, si trovano oggi a competere direttamente con i settori energetici tradizionali per accaparrarsi attrezzature critiche, manodopera specializzata e, soprattutto, l’accesso alla rete elettrica.
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Data center: la fame insaziabile di gigawattora
Le previsioni per il prossimo decennio delineano uno scenario di crescita esponenziale. Entro il 2030, la capacità dei progetti considerati a rischio – ossia quelli con un’alta probabilità di realizzazione – dovrebbe toccare i 262 GW. Questo comporterà un consumo energetico stimato in circa 1.300 TWh, equivalente a oltre il 4,5% dell’intera domanda elettrica mondiale. Il cuore pulsante di questa espansione rimangono gli Stati Uniti, che manterranno la leadership mondiale con un consumo derivante dai data center che arriverà a pesare per il 14% sulla loro domanda elettrica totale entro il 2030.
Tuttavia, nuove aree stanno emergendo rapidamente: se la Cina e l’India consolidano le loro posizioni, nazioni come Finlandia, Portogallo, Canada e Thailandia si stanno ritagliando spazi importanti grazie alla disponibilità di energia pulita e terreni.
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Il collo di bottiglia della rete e le nuove strategie energetiche
Il vero ostacolo a questa corsa non è la mancanza di capitali o di domanda, ma la saturazione delle infrastrutture elettriche. In molti mercati, i tempi di attesa per la connessione alla rete si sono dilatati fino a superare i quattro anni, costringendo gli operatori a cambiare paradigma. Molti stanno diventando veri e propri produttori di energia dietro il contatore (behind-the-meter), installando autonomamente turbine a gas, impianti solari, sistemi di stoccaggio a batterie e persino piccoli reattori nucleari.
Questa convergenza tra il mondo tech e quello dell’energia sta creando un nuovo modello di business in cui le aziende informatiche finanziano direttamente la transizione verso tecnologie pulite per alimentare i propri algoritmi.
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Oltre il 2030: scenari di un futuro automatizzato
Guardando ancora più avanti, l’incertezza aumenta ma le proporzioni restano titaniche. Rystad Energy ipotizza scenari divergenti per il 2040: nel caso di un’adozione moderata dell’IA (AI Winter), la domanda si attesterebbe sui 2.100 TWh. Al contrario, se dovessimo entrare nell’era della AI Overdrive – dove le macchine diventeranno i principali consumatori di calcolo superando gli umani – il fabbisogno potrebbe schizzare a 5.700 TWh.
In quest’ultimo scenario, i data center arriverebbero a consumare quasi un quinto dell’elettricità mondiale odierna, più di quanto consumino attualmente gli interi Stati Uniti in un anno. La sfida non sarà solo tecnologica, ma ambientale: se l’intera pipeline di progetti prevista per il 2030 venisse realizzata, le emissioni generate potrebbero eguagliare quelle prodotte oggi dalle attività di estrazione di idrocarburi, ponendo un dilemma colossale per gli obiettivi di decarbonizzazione globale.
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