Data center, tra corsa all’IA e rischio di paralisi delle rinnovabili

Il dilemma energetico nell'analisi dell'Australian Energy Council

L’espansione esponenziale dei data center, spinta dalla rivoluzione dell’intelligenza artificiale, sta delineando un paradosso energetico senza precedenti. Se da un lato queste infrastrutture sono viste come il volano ideale per gli investimenti in energia verde, dall’altro un approfondito rapporto dell’Australian Energy Council (Aec) solleva seri dubbi sulla fattibilità di una transizione totale verso le rinnovabili. Il nodo della questione risiede nelle proposte di modifica ai protocolli globali di rendicontazione delle emissioni che, se applicate senza flessibilità, rischiano di soffocare il mercato con costi insostenibili e una scarsità cronica di certificati energetici.

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L’impronta energetica e l’esplosione dei consumi al 2035

L’analisi dell’Aec parte da una fotografia dell’attuale panorama infrastrutturale australiano, che conta oltre 250 data center, concentrati per oltre il 50% tra Sydney e Melbourne. Sebbene le emissioni di Scope 1 (generazione di emergenza in loco) e Scope 3 (catena del valore e costruzione) siano rilevanti, l’attenzione dei regolatori è quasi interamente rivolta alle emissioni di Scope 2, ossia l’elettricità acquistata per alimentare i server.

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Attualmente, i data center assorbono circa l’1% del consumo elettrico totale, ma le proiezioni indicano una crescita vertiginosa: entro il 2035 questa quota potrebbe balzare all’11%, raggiungendo i 35 TWh. Per dare un’idea dell’entità di tale volume, basti pensare che l’intero stato del Victoria ha consumato 44 TWh in tutto lo scorso anno.

Senza un parallelo e massiccio incremento dell’offerta di energia pulita, questo picco di domanda peserà direttamente sulle tasche dei consumatori. Le simulazioni della Clean Energy Finance Corporation indicano che la crescita dei data center, in assenza di nuovi impianti e sistemi di stoccaggio, potrebbe far lievitare i prezzi dell’elettricità all’ingrosso del 26% nel Nuovo Galles del Sud e del 23% nel Victoria entro il 2035, portando simultaneamente a un aumento del 14% delle emissioni complessive della rete elettrica nazionale.

Data center: le barriere normative e il rischio dei confini zonali

Il rapporto dell’Australian Energy Council entra nel dettaglio delle riforme discusse a livello internazionale dal Greenhouse Gas Protocol (Ghg Protocol), che sta valutando criteri molto più stringenti per la definizione di energia rinnovabile acquistata. Due sono i pilastri che preoccupano l’industria: l’abbinamento orario (hourly time matching), che richiede che l’energia verde sia prodotta nello stesso momento in cui viene consumata, e il principio di deliverability o consegnabilità. Quest’ultimo punto è particolarmente critico: la proposta prevede che i certificati rinnovabili debbano essere emessi all’interno di confini zonali ristretti, limitando la validità dei titoli al singolo stato anziché all’intero mercato elettrico nazionale.

Questa frammentazione geografica creerebbe distorsioni economiche enormi. Se un data center di Sydney potesse acquistare solo energia prodotta nel Nuovo Galles del Sud, gli sviluppatori sarebbero incentivati a costruire impianti in zone meno efficienti o più costose solo per soddisfare il requisito normativo, ignorando aree come il Queensland o il South Australia dove il potenziale eolico o solare è maggiore e i costi di realizzazione sono più bassi. Il risultato sarebbe un mercato dei certificati illiquido e prezzi alle stelle, rendendo di fatto impossibile per molte aziende dichiararsi al 100% rinnovabili.

Strategie di approvvigionamento e il caso Amazon

Le aziende del settore si trovano oggi a dover scegliere tra diverse strategie, ognuna con criticità specifiche. La generazione in loco richiede spazi vastissimi spesso non disponibili nei contesti urbani, mentre i Power Purchase Agreements (Ppa), pur essendo strumenti efficaci, rischiano di drenare investimenti verso la copertura della nuova domanda invece di sostituire le fonti fossili già esistenti nella rete. Il rapporto cita l’esempio di Amazon, attualmente il più grande acquirente aziendale di energia rinnovabile al mondo.

In Australia, il colosso acquista circa 350.000 certificati (pari a 350.000 MWh), ma anche un impegno di tale portata potrebbe non essere più sufficiente sotto le nuove regole proposte, poiché i suoi acquisti sono volumetrici e distribuiti su diverse aree del mercato nazionale, non vincolati a singoli stati o a precisi slot orari.

Verso un equilibrio tra rigore e flessibilità

In conclusione, l’Australian Energy Council sottolinea che, sebbene la precisione nella rendicontazione delle emissioni sia un obiettivo lodevole, la rigidità non deve diventare un ostacolo alla transizione. Un sistema che imponga l’abbinamento orario e confini statali troppo stretti potrebbe costringere i data center a prelevare energia dalla rete tradizionale nei momenti di bassa produzione locale, aumentando paradossalmente sia i costi che l’impatto ambientale.

La raccomandazione principale è quella di mantenere il pool di generazione rinnovabile il più ampio possibile, riconoscendo l’intero mercato nazionale come un’unica regione fisica interconnessa, per evitare che la burocrazia climatica trasformi la rivoluzione digitale in un peso energetico insostenibile per l’intero sistema paese.

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