Nasce l’osservatorio sul contributo all’ambiente delle tech digitali

La Pontificia Accademia di Teologia analizza l’impatto ecologico e sociale delle infrastrutture informatiche

​Nell’era dei processi digitali che permeano lavoro e relazioni, la Pontificia Accademia di Teologia (Path) promuove la nascita dell’osservatorio sul contributo all’ambiente delle tecnologie digitali. L’organismo affronterà nodi cruciali come lo sfruttamento delle risorse naturali, il crescente fabbisogno energetico del tech e l’impatto sui giovani tra rischi di dipendenze e impoverimento relazionale. L’obiettivo è elaborare proposte per spingere i giganti della tecnologia a contenere le emissioni e i consumi globali. ​L’iniziativa si collega alla missione della Path e risponde agli appelli dei Pontefici. Riprende le parole di Papa Leone XIV sulla custodia del Creato come impegno irrinunciabile per la sopravvivenza umana, e l’invito di Papa Francesco nel Motu proprio Ad theologiam promovendam a favorire un rapporto costruttivo tra tutte le creature.

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L’osservatorio recepisce inoltre le sollecitazioni del recente documento della Commissione Teologica Internazionale, Quo vadis, humanitas dello scorso febbraio 2026, incentrato sul legame tra sviluppo, tecnologia e antropologia.

​Per comprendere gli obiettivi del nuovo organismo e le sfide energetiche della transizione digitale, Canale Energia ha intervistato Maria Siclari, direttore generale dell’Ispra e componente dell’osservatorio.

Quale valore aggiunto porta l’Istituto all’interno di questo nuovo osservatorio e come si concilia la missione tecnica di monitoraggio ambientale con una visione più ampia di ecologia dell’uomo?

L’Ispra conferisce all’osservatorio non solo il rigore del metodo scientifico, ma anche il valore unico di un patrimonio di dati ambientali costruito in decenni di monitoraggio, ricerca e analisi sul territorio nazionale. Attraverso le proprie banche dati, i rapporti ambientali, le attività di controllo e gli indicatori sullo stato degli ecosistemi, Ispra offre una conoscenza autorevole e verificata delle dinamiche che riguardano clima, consumo di suolo, biodiversità, dissesto idrogeologico, qualità dell’aria e delle acque.

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Maria Siclari, direttore generale dell’Ispra e componente dell’osservatorio sul contributo all’ambiente delle tecnologie digitali della Path.

Tuttavia, la missione tecnica non è fine a se stessa. Monitorare l’ambiente significa, in ultima analisi, monitorare la casa comune. L’integrazione con la visione dell’ecologia dell’uomo ci permette di superare una visione puramente formale: il dato ambientale diventa lo strumento per garantire la dignità umana, la salute e la sicurezza delle generazioni presenti e future. Non c’è tutela della natura che non passi attraverso la consapevolezza del ruolo centrale dell’uomo come custode responsabile.

L’osservatorio si ispira al magistero della Chiesa sulla custodia del creato. Come può la collaborazione tra un ente pubblico di ricerca e istituzioni orientate alla riflessione etica accelerare il raggiungimento di obiettivi di sostenibilità realmente condivisi e solidali?

 La scienza ci dice cosa sta accadendo e come intervenire tecnicamente; la riflessione etica ci dice perché dobbiamo farlo e per chi. Questa collaborazione è il catalizzatore fondamentale per la sostenibilità. Una sostenibilità giusta che garantisca che il peso non ricada sulle fasce più vulnerabili della popolazione.

  • Dalla conformità alla responsabilità: la ricerca pubblica fornisce i parametri oggettivi, mentre l’etica trasforma quei numeri in un imperativo morale.
  • Solidarietà intergenerazionale: insieme, possiamo definire modelli di sviluppo che non siano solo green sulla carta, ma solidali nella pratica, assicurando che la transizione ecologica non diventi un fattore di esclusione sociale ma un’opportunità di coesione.

Il recente documento Quo vadis, humanitas evidenzia il legame tra tecnologia e antropologia. In che modo si possono definire parametri scientifici che aiutino i giganti della tecnologia a orientarsi verso una responsabilità che sia non solo ecologica, ma anche sociale e umana?

Il documento ci ricorda che la tecnologia è un prodotto umano e deve restare al servizio dell’uomo. Per orientare i grandi player tecnologici, Ispra può contribuire a definire indicatori di impatto multidimensionale che tengano conto non solo delle emissioni in atmosfera ma anche del consumo di risorse idriche per i data center. Altro sarebbe anche chiedere ai giganti del tech trasparenza e condivisione dei dati per scopi di pubblica utilità e protezione dell’ambiente.

Si cita inoltre la responsabilità umana che richiede parametri che proteggano il capitale cognitivo e sociale, come la misura di quanto le nuove tecnologie siano accessibili e non creino nuove forme di analfabetismo o esclusione sociale o la definizione di parametri scientifici che garantiscano che nelle decisioni critiche, ambientali o sociali, il controllo finale resti umano, evitando che l’automazione deleghi la responsabilità etica a un software.

Il fabbisogno energetico delle infrastrutture digitali è in crescita esponenziale. Esiste, a suo avviso, il rischio che la transizione digitale entri in conflitto con gli obiettivi di neutralità climatica, o possiamo rendere la tecnologia il principale alleato del monitoraggio ambientale?

C’è una percezione diffusa secondo cui il mondo digitale sia, per sua natura, leggero — privo di peso fisico, neutro rispetto all’ambiente. I dati dicono altro. A livello globale, i data center hanno consumato circa l’1% del consumo elettrico mondiale. Le proiezioni indicano che questa domanda energetica quadruplicherà entro il 2035.

Il rischio quindi è reale. Se la crescita del fabbisogno energetico delle infrastrutture digitali non sarà accompagnata da un efficientamento radicale e dall’uso di fonti rinnovabili, rischiamo di annullare i benefici ottenuti in altri settori.

Ispra elabora e pubblica annualmente l’inventario nazionale delle emissioni di gas serra, trasmesso agli organismi europei nell’ambito dell’Accordo di Parigi. I dati più recenti restituiscono un quadro con elementi positivi e criticità strutturali ancora aperte.

Nel 2024 si è registrato un calo significativo delle emissioni di gas serra: -3% rispetto all’anno precedente, principalmente per effetto della produzione di energia elettrica con tecnologie a minori emissioni. Dal 1990 a oggi, le emissioni del settore elettrico si sono ridotte del 64%.

Sul fronte dell’efficienza energetica, dal 2005 il fabbisogno di energia per unità di Pil si è ridotto del 23,4%, mentre le emissioni di gas serra per unità di Pil si sono ridotte del 32%. L’Italia si colloca tra i Paesi europei più avanzati nella quota di energia rinnovabile.

Permangono però criticità rilevanti. Il settore dei trasporti rappresenta il 28% delle emissioni nazionali — derivate per oltre il 90% dal trasporto stradale — ed è aumentato di circa il 7% dal 1990. Rispetto agli obiettivi europei nell’ambito dell’Effort Sharing, gli scenari Ispra indicano che con le sole politiche correnti l’Italia non è in grado di raggiungere la riduzione richiesta del 43,7% rispetto al 2005 entro il 2030.

È in questo quadro che la questione energetica del digitale acquista rilevanza concreta: si tratta di una pressione aggiuntiva su un sistema che deve ancora consolidare la propria traiettoria di decarbonizzazione.

Guardando alle nuove generazioni, quale ruolo possono avere la trasparenza dei dati e l’educazione ambientale nel trasformare il digitale da potenziale isolamento in un reale strumento di partecipazione e conoscenza del mondo naturale?

Perché il digitale diventi un ponte, servono infrastrutture di conoscenza solida. In questo senso, Ispra non è solo un custode di dati, ma aspira ad essere un motore di alfabetizzazione ambientale. L’Istituto offre ad esempio percorsi formativi che trasformano gli studenti in piccoli esperti di monitoraggio ambientale. Questo tipo di formazione tecnica insegna che dietro ogni grafico sulla qualità dell’aria o sul consumo di suolo c’è una metodologia scientifica rigorosa, educando i giovani al pensiero critico. Grazie ai database Ispra, come il portale EcoAtlante, i giovani possono utilizzare i dati reali per creare mappe interattive e narrazioni digitali del proprio territorio. La trasparenza dei dati diventa così un’azione creativa: il dato dell’istituto viene animato dalla sensibilità dei giovani.

Partecipare attivamente ai percorsi formativiè, per i giovani, un investimento strategico sul proprio futuro. L’accesso ai portali Ispra (Open Data) permette di passare da una protesta generica a una proposta documentata. I giovani diventano cittadini monitoranti che sanno leggere i report sullo stato dell’ambiente come strumenti di democrazia partecipativa. Questo impegno permette di unire passione e professione arrivando a comprendere che la tutela del Pianeta non è in contrasto con lo sviluppo economico, ma ne è il presupposto fondamentale.

Il futuro della sostenibilità non è solo green o digital, è un’alleanza profonda tra la precisione della scienza, il rigore della trasparenza istituzionale e il coraggio della partecipazione collettiva.

La trasparenza dei dati e l’educazione ambientale trasformano il digitale in un’estensione della nostra coscienza ecologica: quando il dato scientifico diventa accessibile e comprensibile, lo schermo smette di essere un muro che isola e diventa una finestra aperta sul mondo, offrendo alle nuove generazioni non solo la visione della crisi, ma le coordinate esatte per agire, mappare e proteggere il territorio e il nostro Pianeta.

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Freelance nel campo della comunicazione, dell’editoria e videomaker, si occupa di temi legati all’innovazione sostenibile, alla tutela ambientale e alla green economy. Ha collaborato e collabora, a vario titolo, con organizzazioni, emittenti televisive, web–magazine, case editrici e riviste. È autore di saggi e pubblicazioni.