Tra il il 2010 e il 2018 gli investimenti di Corporate Venture Capital (CVC) realizzati dalle utility europee si sono caratterizzati per una “crescita significativa”. Questo strumento di finanza imprenditoriale –  attraverso cui le imprese investono nel settore delle startup innovative – solo nel 2017 “ha registrato  un + 37% come volume complessivo”, arrivando a raggiungere un valore totale di 769 milioni di dollari di investimenti nel 2018 (+31% rispetto 2017). “Un dato superiore possiamo trovarlo invece nei 14 provider di tecnologia analizzati, realtà internazionali che sono arrivate a investire 1,2 miliardi”.  A parlare è Federico Frattini,  vicedirettore dell’Energy&Strategy Group del Politecnico di Milano che questa mattina ha illustrato nella sede di Bovisa dell’ateneo milanese la prima edizione dell’Energy Innovation Report realizzato dal centro di ricerca.

I motivi degli investimenti in startup innovative

Lo studio, che ha analizzato le imprese Energy europee (utility) e i fornitori di tecnologia per la filiera dell’energia, ha preso in considerazione anche le ragioni che spingono queste realtà a investire in di CVC. In particolare, ha spiegato Frattini, sono stati studiati quattro tipi di investimenti: “quelli ‘driving‘, ovvero realizzati su imprese target che hanno tecnologie in linea con l’attività corrente dell’azienda”; “quelli ‘enabling, rivolti a tecnologie complementari al core business”; quelli “emerging di natura più esplorativa e rivolti a tecnologie diverse da quelle dell’attuale portafoglio dell’azienda” e “quelli ‘passive‘, di natura prevalentemente finanziaria“. Prendendo in considerazione le utility, ha sottolineato il vicedirettore dell’Energy &Strategy Group, emerge come “la fetta ampiamente dominante, pari al 41%, sia quella relativa a investimenti con scopo strategico, finalizzati a sviluppare il proprio business, mentre gli investimenti legati a un ritorno finanziario sono solo il 2%”.

Approccio all’investimento

Altro tema affrontato dallo studio è stato quello della modalità con cui viene affrontato l’investimento di CVC. Dai dati è emerso come, per quanto riguarda le imprese Energy (utility), “solo il 24 % del campione  effettua queste operazioni come unico investitore, mentre il 45% preferisce investire in partnership con enti finanziari come banche o fondi di venute capital, mostrando come le competenze di questi soggetti siano molto importanti per queste utility”. Un 15% opta, invece, per investimenti con altre imprese non finanziarie. Stessa percentuale anche per chi preferisce creare un gruppo di investitori misto.

Provenienza geografica delle startup target 

Se invece si prende in considerazione la provenienza delle startup che attirano gli investimenti, lo studio mostra – come ha sottolineato Frattini –  che “per le imprese Energy europee il 66% delle operazioni riguardi startup europee, mentre il 29% realtà americane”. In particolare tra i Paesi che ricevono i maggiori investimenti ci sono la Germania e la Francia. Le startup italiane, invece, rappresentano solo l’1% degli investimenti, sia in ambito energy sia in ambito fornitori di tecnologie. 

Ambiti di innovazione delle startup sui cui si investe

Le startup che attirano gli investimenti delle aziende del settore Energy a partire dal 2010 appartengono ai settori più variegati. Si va dalle rinnovabili (29%), all’energy management e gestione delle smart grid 16%. A registrare un trend di crescita sono però anche tecnologie e soluzioni di Smart Building, Smart Grid & Energy, Smart Mobility, Industrial Analytics e Cybersecurity. Diverso il discorso per i fornitori di tecnologia, che si caratterizzano per un quadro più eterogeneo. Nello specifico queste realtà mostrano una crescente attenzione ai temi della smart mobility, ma anche a quelli dell’industrial Analytics e della Cybersecurity, che rappresentano rispettivamente il 13% e 14% degli investimenti. In calo è invece il focus su Renewable Energies, Smart Grid & Energy e Smart Building.

Digital skills, blockchain tra le meno interessanti

Passando invece al tema delle digital skills, competenze necessarie per innovare i processi operativi e modelli di business, le questioni ritenute più rilevanti sono quelle della Digital Awareness, Agile Working, Cloud Computing, Big Data e Cybersecurity. In particolare un elemento chiave per declinare al meglio il settore digitale, come ha spiegato Josip KotlarAssociate Professor of Strategy and Family Business della School of Management Politecnico di Milano, è la capacità di abbinare hard e soft skills. Proprio queste ultime competenze, che comprendono ad esempio la Virtual Communication e il Customer Journey, sono gli elementi sui cui si contrerà la crescita nel prossimo futuro. Per le hard skills, invece, tutti i riflettori sono puntati su blockchain e big data. 

Guarda l’intervista video qui sotto a Frattini sugli investimenti di CVC  e a  Kotlar sugli scenari legati alle digital skills 

Il contesto europeo

A inquadrare il tema del crescente sviluppo della digitalizzazione in una cornice europea è stato Paolo Tosoratti, Policy Officer del Directorate General for Energy della Commissione Europea. Tosoratti ha illustrato in maniera capillare gli obiettivi europei in tema di decarbonizzazione sottolineando come l’efficienza sia una questione “cruciale” insieme ai nuovi orizzonti legati all’autoconsumo e al crescente sviluppo della mobilità elettrica. Tutti settori in cui le soluzioni digitali possono dare un contributo rilevante.

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