
Ma allora, perché oltre a pensare strategicamente come implementare le infrastrutture in modo più congeniale al tessuto cittadino e in che modo sviluppare i servizi di logistica non pensiamo anche ad una “rivoluzione sociologica”, nel senso di evoluzione dei costumi? Ecco quindi che possiamo imparare dai fenomeni in cui si instrada naturalmente la capacità organizzativa di chi la città la vive.
Il caso Uber Pop, corretto o meno che sia, ha quanto meno dimostrato alcuni punti cardine su cui fondare questa analisi. Ad esempio che lo smart phone è uno strumento potente di diffusione di modelli comportamentali, anche innovativi; che la condivisione e l’economia dal basso stanno entrando sempre di più nella pratica comune dell’italiano medio e che non potremo difendere ancora a lungo schemi precostituiti dall’alto, se questi non si integrano con l’inevitabile evoluzione dei costumi e delle competenze di un cittadino 2.0, nativo digitale, abituato a cercare e trovare una risposta nell’etere, avulso dai confini fisici del territorio. Il passato ci ha insegnato che strozzare l’evoluzione porta solo involuzione, di conseguenza quello che ci aspettiamo da tecnologici, strateghi, ma soprattutto dal mondo industriale è di sviluppare la capacità di ascolto e di realizzazione di un futuro, sempre più simile alle esigenze espresse nel presente. D’altronde per garantire una crescita economica non si può prescindere dal binomio domanda/offerta e se questo comporta un rinnovo nella modalità di ascolto ben venga.
Il richiamo di fatto arriva da più parti, pensiamo alla recente proposta della scuola di formazione del PD, lontana dal Tribunale di Milano e decisamente non ancora coinvolta nelle teorizzazioni delle smart city, che a Roma ha proposto un approccio già sperimentato in altre città metropolitane, cioè l’istituzione di un osservatorio che preveda un allineamento tra cittadini della Città Metropolitana e l’ente stesso. Come sottolinea Bruno Proietti, Presidente della scuola, è necessario che la Città Metropolitana non diventi un contenitore legislativo privo di significato, bisogna quindi saper ascoltare la città, i cittadini e le loro esigenze. Quale occasione migliore che partire dalla mobilità collettiva per farlo? Nel successo, indicato dallo stesso Tribunale di Milano, della App si esprime una chiara necessità del cittadino di potersi muovere più liberamente all’interno del proprio territorio, probabilmente con un costo commisurato all’impatto economico che questa nuova dinamica comporta.
Quindi visto che siamo in tema di obiettivi sostenibili europei al 2030, se volessimo cogliere l’insegnamento del caso Uber-Pop, perché non pensare in modo più sinergico ad una mobilità intelligente alternativa, elettrica o ibrida, magari in sharing? Forse i cittadini sono più preparati di quanto le istituzioni non pensino a percepire la smart city che avanza prima ancora che si sia finito di teorizzarla.
Vedi il dossier competo sul mensile di Canale Energia di Maggio 2015
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