INun panorama dove l’auto privata resta il perno degli spostamenti quotidiani, il carpooling aziendale emerge come una soluzione immediata per abbattere congestione e costi senza attendere nuovi interventi infrastrutturali. I risultati dell’osservatorio nazionale curato da Jojob, fotografano un 2025 di successi straordinari: con oltre 795 mila viaggi condivisi, il servizio ha permesso di risparmiare più di 12 milioni di chilometri e di evitare l’immissione in atmosfera di ben 1,6 milioni di kg 1.623.442 kg di CO2. Questo incremento, che supera il 110% rispetto al 2023, dimostra come la pratica della condivisione stia diventando una consuetudine radicata, specialmente tra i lavoratori della fascia 30-49 anni che sostengono oltre la metà dei viaggi totali.

Un moltiplicatore di efficienza per la mobilità nazionale
L’osservatorio evidenzia inoltre una diffusione capillare che premia regioni come il Piemonte e la Puglia, quest’ultima protagonista di una crescita record del 63%. Nonostante il parco auto rifletta ancora la prevalenza nazionale di motori diesel e benzina, l’equipaggio medio di 2,34 persone conferma l’efficacia del sistema nel massimizzare l’occupazione dei veicoli esistenti. Le lunghe percorrenze registrate in Sicilia, Calabria e Lazio sottolineano come il carpooling non sia solo una scelta ecologica, ma una necessità vitale nelle aree dove il trasporto pubblico risulta meno capillare.
Abbiamo approfondito questi risultati, analizzando sfide culturali e prospettive tecnologiche, con il ceo e fondatore di Jojob, Gerard Albertengo.
Esiste il rischio che il carpooling possa rallentare il passaggio all’elettrico o al trasporto pubblico?
Il rischio teorico esiste solo se si guarda alla mobilità come a un sistema di alternative che si escludono a vicenda. Io credo invece che la mobilità del futuro sarà inevitabilmente integrata. Oggi il carpooling aziendale si fonda ancora in larga parte su veicoli diesel e benzina, semplicemente perché rispecchia l’attuale composizione del parco auto italiano.
La condivisione è un moltiplicatore di efficienza: raddoppiare il tasso di occupazione di un’auto tradizionale riduce immediatamente le emissioni pro capite, senza attendere il rinnovo del parco veicoli o nuove infrastrutture. In questo senso, il carpooling non è un’alternativa all’elettrico o al trasporto pubblico, ma un prerequisito culturale. Prima impariamo a condividere un’auto tradizionale, prima saremo pronti a condividere un’auto elettrica o a integrare meglio i servizi pubblici.
Possiamo immaginare un carpooling aziendale integrato nel trasporto pubblico o incentivato fiscalmente?
Credo che questo sia uno degli scenari più realistici. Le percorrenze medie dei viaggi in carpooling mostrano che si tratta spesso di tratte medio-lunghe, tipiche del pendolarismo extraurbano, dove il trasporto pubblico è meno capillare. In questo contesto, l’idea di strumenti pubblici che sostengano economicamente la mobilità sostenibile, soprattutto nelle aree soggette a povertà di trasporto, va nella direzione giusta.
Immaginare il carpooling aziendale come un servizio di prossimità integrabile con il trasporto pubblico o sostenuto fiscalmente non è fantascienza ma evoluzione naturale. Le aziende stanno già svolgendo un ruolo sussidiario rispetto alle istituzioni: il passo successivo è rendere questa collaborazione strutturale.
L’intelligenza artificiale eliminerà l’ultima barriera che ci lega al volante in solitaria?
L’intelligenza artificiale può certamente abbattere l’ultima barriera organizzativa. Già oggi molti utenti dichiarano che è stata la piattaforma digitale a permettere la formazione dell’equipaggio. Domani l’AI potrà suggerire combinazioni ottimali basate su abitudini consolidate, variazioni di traffico, meteo, turnazioni aziendali.
Ma la vera barriera non è tecnologica: è culturale. L’AI può anticipare bisogni e proporre soluzioni prima ancora che l’utente apra lo smartphone, ma la decisione finale resta umana. La tecnologia riduce l’attrito; la fiducia e l’abitudine fanno il resto. Quando il carpooling diventa routine quotidiana, significa che quella barriera è già stata superata.
Sul profilo di genere, emerge che nei viaggio le donne rappresentano solo il 29,16%. Cosa manca per rendere il carpooling una scelta ottimale anche per l’utenza femminile?
I dati mostrano ancora una prevalenza maschile nell’utilizzo del carpooling. Questo riflette dinamiche sociali più ampie: maggiore incidenza del lavoro part-time femminile, carichi familiari, spostamenti frammentati e multi-destinazione. Su questo tema incide indubbiamente anche la composizione delle aziende aderenti al servizio. Molte realtà, soprattutto di grandi dimensioni, appartengono a settori industriali con una componente operaia rilevante e tradizionalmente caratterizzati da una presenza femminile più contenuta. Questo si riflette inevitabilmente anche nei dati di utilizzo del carpooling.
Per rendere il servizio pienamente inclusivo servono maggiore flessibilità negli orari e nelle tratte, strumenti di matching che tengano conto anche della sicurezza percepita e una cultura aziendale che favorisca l’organizzazione condivisa dei tempi di lavoro. Le aziende hanno un ruolo determinante: quando il carpooling è sostenuto dal mobility manager e integrato nelle politiche di welfare, la partecipazione femminile cresce. La mobilità sostenibile non è solo una questione ambientale, ma anche di equità. Se riusciamo a progettare servizi che tengano conto delle esigenze più complesse, allora il carpooling diventa davvero un’infrastruttura sociale, non solo una soluzione tecnica
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