L’economia dell’Eurozona si trova ad affrontare una nuova e complessa fase di instabilità, schiacciata tra le tensioni geopolitiche globali e storici limiti interni. Questo scenario macroeconomico, discusso approfonditamente nell’ultima riunione dell’Eurogruppo, traccia la strada per il delicato dibattito di luglio sull’orientamento di bilancio della regione. Le stime dei tecnici, aggiornate per riflettere le persistenti interruzioni nelle forniture di energia, delineano una crescita del Pil ferma allo 0,9% per il 2026 e in lieve risalita all’1,2% per il 2027. Si tratta di dati inferiori rispetto alle previsioni precedenti il conflitto in Medio Oriente, rispettivamente di 0,5 e 0,2 punti percentuali.

Parallelamente, l’inflazione complessiva subisce una spinta al rialzo, proiettandosi al 2,8% nel 2026 e al 2,3% nel 2027. I rischi rimangono sbilanciati verso una crescita ancora più debole e una pressione sui prezzi più duratura, a cui si sommano l’invecchiamento della popolazione e una produttività costantemente modesta.
Strategia monetaria e stop agli aiuti a pioggia
Per contenere l’impatto dello shock sui prezzi ed evitare che le aspettative di inflazione si allontanino dall’obiettivo del 2%, la politica monetaria dovrà rimanere restrittiva. Lo scenario di base scommette su un aumento cumulativo dei tassi di interesse di 50 punti base nel corso del 2026 rispetto ai livelli pre-conflitto, ma se i costi energetici dovessero salire ancora, la Banca Centrale Europea potrebbe optare per una stretta più rapida o robusta.
In questo quadro, i governi sono chiamati a una severa prudenza fiscale. L’Eurogruppo boccia categoricamente il ricorso a sussidi pubblici generalizzati. Fino a maggio 2026, le misure temporanee e non mirate di supporto energetico introdotte dai vari Stati membri hanno pesato in media per lo 0,1% sul Pil dell’Unione Europea. Interventi simili, oltre a gravare sulle finanze pubbliche, rischiano di incentivare i consumi energetici e costringere la Banca Centrale a un’azione monetaria ancora più aggressiva per garantire la stabilità dei prezzi. Eventuali nuovi aiuti dovranno quindi essere temporanei, strettamente mirati a proteggere solo le famiglie più vulnerabili e le imprese energivore strutturalmente sane, vincolandoli a piani di efficientamento. Viene inoltre sconsigliato il ricorso ricorrente a tasse sugli extraprofitti, giudicate controproducenti per gli investimenti di lungo periodo.
Riallineamento dei bilanci nazionali e nodo regole UE
Nel medio termine, il consolidamento fiscale resta un imperativo categorico per i Paesi della moneta unica. Escludendo la Germania, attualmente impegnata in un massiccio piano di investimenti infrastrutturali, gli esperti raccomandano un miglioramento del saldo primario strutturale di circa 3 punti percentuali di Pil tra il 2025 e il 2031. Questo sforzo richiede un incremento aggiuntivo di 1,3 punti rispetto alle traiettorie attuali, specialmente per le nazioni caratterizzate da elevati livelli di debito pubblico. La strategia dovrà basarsi sulla ridefinizione delle priorità di spesa, su una maggiore efficienza della macchina pubblica e su riforme strutturali capaci di stimolare le entrate e la crescita.
La credibilità di questo percorso passa attraverso una rigorosa applicazione del quadro di governance fiscale dell’Unione Europea. Il monitoraggio tempestivo dei piani di bilancio annuali permetterà di correggere subito le deviazioni dai target di riduzione del debito. L’Eurogruppo avverte che ulteriori allentamenti delle regole fiscali minerebbero la fiducia dei mercati, spingendo il debito su traiettorie pericolose. I Paesi ad alto debito devono quindi attenersi rigorosamente ai piani di aggiustamento stabiliti prima della crisi mediorientale.
Eurozona: transizione energetica e catene di approvvigionamento
La risposta economica dell’Unione deve legarsi a doppio filo alla trasformazione del mix energetico. Una strategia coordinata a livello europeo è considerata vitale per stimolare gli investimenti nelle rinnovabili e ridurre la dipendenza dai combustibili fossili, mitigando la trasmissione dei prezzi internazionali del gas alle bollette europee. In questa direzione si muovono il pacchetto sulle reti elettriche e i piani per espandere gli investimenti infrastrutturali nel prossimo bilancio UE, volti a migliorare l’interconnettività e a gestire l’intermittenza delle fonti pulite. Per dare certezze agli investitori, l’Unione punta sulla stabilità del mercato dei diritti di emissione e sul lancio del nuovo sistema di scambio di quote di emissione per edilizia e trasporti previsto per il 2028.
Sul fronte delle catene di fornitura, la forte dipendenza esterna da input industriali difficili da sostituire rappresenta una vulnerabilità sistemica. Tuttavia, le politiche di resilienza devono essere estremamente mirate per evitare distorsioni di mercato e costi fiscali eccessivi. A questo proposito, la proposta normativa sull’acceleratore industriale nell’Eurozona suscita forti perplessità a causa dei requisiti di contenuto locale negli appalti e delle condizioni poste agli investimenti diretti esteri, considerati strumenti poco mirati e potenzialmente inefficienti.
La spinta del Mercato unico e l’Unione dei Risparmi
Il rilancio della produttività europea richiede un mercato unico più integrato, capace di permettere alle imprese di scalare le proprie dimensioni a livello internazionale. Tra le proposte sul tavolo spicca l’introduzione di un ventottesimo regime societario facoltativo a livello europeo, che ridurrebbe la frammentazione legale transfrontaliera, a patto di essere affiancato da un quadro comune sulle insolvenze.
Un ruolo decisivo è affidato al completamento dell’Unione dei risparmi e degli investimenti. Il rafforzamento della vigilanza centralizzata sui mercati finanziari, il miglioramento degli strumenti di investimento al dettaglio e l’espansione del capitale di rischio potrebbero incrementare il Pil dell’Unione Europea di circa il 3% nel lungo periodo. Questo percorso richiede anche progressi decisi sull’Unione Bancaria e sui meccanismi di sicurezza finanziaria.
L’integrazione sarà sostenuta dall’evoluzione delle infrastrutture digitali, come l’euro digitale per i pagamenti al dettaglio e lo sviluppo di valute digitali all’ingrosso della Banca Centrale, oltre che dall’emissione di safe asset comuni a livello europeo. L’Eurogruppo ricorda che la crescita dimensionale delle aziende deve passare dalla riduzione della burocrazia e non dall’allentamento delle norme sulla concorrenza; la creazione di campioni europei tramite la deregolamentazione dei criteri sulle fusioni rischierebbe solo di soffocare l’innovazione.
Una capacità fiscale comune per i beni pubblici europei
Per assorbire i grandi shock geopolitici e incentivare le riforme strutturali, l’architettura dell’Unione necessita di una capacità fiscale centralizzata più forte. Un bilancio UE più ampio, focalizzato sul finanziamento dei Beni Pubblici Europei e basato su erogazioni legate alle performance, potrebbe fare da volano anche per i capitali privati. Per sostenere questa maggiore capacità di indebitamento e di rimborso del debito comune, l’Unione deve dotarsi di nuove risorse proprie solide.
I tecnici bocciano la proposta di un contributo societario basato sul fatturato, poiché rischierebbe di penalizzare le imprese a basso margine e con catene del valore più lunghe, frammentando la produzione interna. Al contrario, la preferenza va all’espansione delle quote UE sui ricavi derivanti dall’Iva armonizzata e dal mercato delle emissioni.
L’adozione di una base imponibile societaria armonizzata a livello europeo rappresenterebbe un guadagno di efficienza per il mercato unico e una fonte di reddito sostenibile per le casse comunitarie. In parallelo, la politica commerciale estera dovrà continuare a diversificare le relazioni attraverso accordi bilaterali profondi, come quelli in negoziazione con l’India e il Mercosur, e a sostenere le riforme dell’Organizzazione Mondiale del Commercio.
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