Secondo i dati del nuovo Blue Book, la monografia curata dalla Fondazione Utilitatis e promossa da Utilitalia, il periodo 2021-2029 farà registrare una media di 90 euro annui di investimento per abitante.
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Il picco è atteso proprio nel biennio 2025-2026, quando la messa a terra dei progetti del PNRR porterà la cifra alla quota record di 106 euro pro capite. Un balzo impressionante se confrontato ai 66 euro del 2021, che testimonia come i fondi europei non abbiano sostituito l’impegno dei gestori, ma abbiano agito da volano per una trasformazione strutturale del comparto.
La “Maturità Industriale” e il nodo del contributo pubblico
“Il PNRR è stato un propulsore, non un sostituto,” spiega il Prof. Mario Rosario Mazzola, presidente della Fondazione Utilitatis. Il settore ha sviluppato in tempi brevi una capacità organizzativa complessa, ma la sfida non è finita.
Luca Dal Fabbro, presidente di Utilitalia, lancia infatti un appello chiaro al Governo: per proteggere il territorio e la risorsa idrica servono 2 miliardi di euro l’anno di contributi pubblici per i prossimi 10 anni. L’obiettivo è sostenere un piano straordinario di interventi le cui spese non possono ricadere interamente sulle bollette dei cittadini.
Il divario Nord-Sud e le gestioni “in economia”
Nonostante i progressi (l’86% della popolazione è oggi servita da un gestore unico integrato), emerge una profonda frattura territoriale.
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Gestioni industriali: investimenti elevati e standard europei.
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Gestioni “in economia”: nei 1.310 comuni (soprattutto al Sud) dove gli enti locali gestiscono direttamente il servizio, gli investimenti crollano a soli 22 euro per abitante.
Questa frammentazione ostacola le economie di scala e rende difficile affrontare le nuove direttive UE, che imporranno standard molto più severi sul trattamento delle acque reflue. Tuttavia, il processo di aggregazione è in corso: regioni come Calabria, Molise e Valle d’Aosta stanno progressivamente riducendo il numero di micro-gestioni locali.
Tariffe, perdite e qualità: i numeri del 2025
La bolletta degli italiani riflette questo sforzo di ammodernamento. Nel 2025, la spesa media per una famiglia di tre persone è stata di 411 euro (+7% sul 2024). Nonostante l’aumento, il costo dell’acqua in Italia resta tra i più bassi d’Europa: 2,6 euro/m³ contro una media continentale di 3,4 euro/m³.
Le criticità rimangono però evidenti nelle infrastrutture:
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Perdite idriche: la media nazionale è ancora al 37,9%.
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Reti obsolete: il 30% dei 324mila km di rete ha più di 30 anni.
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Riutilizzo: solo il 3,4% delle acque reflue viene recuperato, a fronte di un potenziale del 13,4%.
Nota eccellente per la qualità dell’acqua potabile: i gestori monitorano la risorsa con un’intensità quasi tripla rispetto ai minimi di legge, con 4,4 milioni di parametri analizzati nel 2024.
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Dalla “Bancarotta Idrica” ai Certificati Blu
Lo scenario globale descritto dalla United Nations University è drammatico: siamo in una fase di “bancarotta idrica”, dove la domanda supera stabilmente la disponibilità. Per l’Italia è una minaccia economica diretta: il 20% del PIL nazionale (384 miliardi di euro) dipende direttamente dalla disponibilità di acqua.
Per uscire dall’emergenza, il Blue Book indica la strada dell’innovazione:
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Monitoraggio satellitare: grazie ai radar di Fondazione CIMA e Protezione Civile, è possibile monitorare gli invasi in tempo reale per prevenire la siccità.
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Certificati blu: un modello simile ai titoli di efficienza energetica per premiare le aziende e i gestori che riducono i consumi e incentivare il riuso della risorsa.
Il prossimo decennio sarà decisivo: con il rinnovo delle concessioni per circa 46 milioni di abitanti, l’Italia ha l’occasione irripetibile di completare la rivoluzione industriale dell’acqua.
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