Non è più solo una questione di tutela ambientale, ma di vera e propria sicurezza nazionale e resilienza industriale. Il 18 e 19 marzo, nella cornice dell’Acquario Romano, la Community Valore Acqua di TEHA Group ha presentato il Libro Bianco 2026, giunto al suo settimo anno di attività. Il messaggio emerso dal think tank guidato da Valerio De Molli è netto: l’acqua deve essere gestita come un driver di competitività al pari dell’energia e della fibra ottica.
L’emergenza climatica: il paradosso italiano
Il rapporto si apre con una fotografia impietosa del riscaldamento globale. Il 2025 si è chiuso come il terzo anno più caldo di sempre, con un’anomalia termica di +1,47°C. In Italia, questo si traduce nel paradosso “tanta acqua, poca acqua”: mentre al Nord le precipitazioni abbondanti del 2024 hanno dato tregua, il resto del Paese resta nella morsa della siccità.
I costi dell’inazione sono altissimi: l’Italia è il primo Paese UE per perdite economiche legate al clima, con un danno di 13,4 miliardi di euro nel triennio 2022-2024. In termini pro capite, ogni cittadino italiano “paga” 227 euro per i danni climatici, contro una media europea di 112 euro.
Un pilastro economico da 384 miliardi
Il Libro Bianco 2026 analizza per la prima volta in modo granulare il peso della risorsa idrica sul sistema economico. La “filiera estesa” dell’acqua vale oggi il 20% del PIL nazionale, generando un valore aggiunto di 384 miliardi di euro. L’effetto moltiplicatore è sorprendente: per ogni euro generato dal ciclo idrico, se ne attivano altri 1,8 nell’intera economia. I settori più dipendenti includono:
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Manifattura idrovora: 281,2 miliardi di euro.
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Agricoltura: 43,9 miliardi di euro.
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Energia: 25,6 miliardi di euro.
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Data Center: 1,4 miliardi di euro.
Geopolitica dell’oro blu
L’acqua è ormai un asset geopolitico. Grammenos Mastrojeni (Unione per il Mediterraneo) ha evidenziato come il Mediterraneo sia la seconda area al mondo per velocità di riscaldamento: “Il potere di una nazione si misurava in barili di petrolio, ma l’acqua viene prima di tutto. Oggi gli impianti di dissalazione vengono bombardati al pari delle raffinerie”. Ne è un esempio il progetto egiziano “New Delta”, un’opera monumentale per recuperare 300.000 acri di terra e gestire la crescente domanda di una popolazione in aumento.
Il nodo degli investimenti e delle tariffe
Nonostante l’importanza strategica, l’Italia soffre ancora di un cronico gap di investimenti. Nel quinquennio 2025-2029, gli investimenti pro capite dei gestori resteranno di circa 30 euro sotto la media UE. Un freno è rappresentato dalla leva tariffaria: in Italia l’acqua costa mediamente 2,5 €/m³, contro i 3,6 della media UE e gli 11 euro della Danimarca (top performer). Inoltre, persiste una forte frammentazione: il 78% dei gestori è composto da micro-imprese, mentre restano oltre 1.300 Comuni (soprattutto al Sud) con gestioni “in economia”, dove gli investimenti pro capite crollano a 14 euro.
Le leve per il futuro: riuso e dissalazione
Per innovare la gestione, il rapporto individua quattro pilastri operativi:
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Riuso delle acque reflue: oggi l’Italia riutilizza solo il 4% del potenziale (contro il 15% destinabile). Spagna e Francia riusano volumi da 4 a 6 volte superiori ai nostri.
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Fanghi di depurazione: nel 2023, per la prima volta, il recupero ha superato lo smaltimento.
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Dissalazione: l’Italia è seconda in UE per capacità. L’obiettivo è raggiungere 1 milione di m³/giorno entro il 2030.
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Dati e Bilanci: come sottolineato da Nicola Dell’Acqua (Presidente ARERA), è fondamentale passare da bilanci idrici annuali a bilanci stagionali: “È facile dire che piovono 50 miliardi di metri cubi e ne usiamo 10; il problema è che quegli stessi 10 ci servono d’estate, quando non ci sono”.
In conclusione, il Libro Bianco 2026 richiama anche i cittadini alla responsabilità: l’Italia resta il Paese più “idrovoro” d’Europa e il primo consumatore di acqua in bottiglia (249 litri pro capite), segno di un modello di consumo ancora lontano dall’efficienza necessaria per affrontare la sfida del prossimo decennio.
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