La “scossa” per l’industria: Italia al bivio della decarbonizzazione

Cosa manca per fare il salto tecnologico: lo studio di Fire

L’elettrificazione dei consumi termici dell’industria non è più solo una scelta ecologica, ma una necessità strategica per la sicurezza energetica e la competitività nazionale. In un contesto globale segnato da instabilità e dalla spinta verso il Fit for 55, l’Italia si scopre leader nella produzione di tecnologie chiave, pur faticando a implementarle nei propri stabilimenti produttivi a causa di un quadro economico e regolatorio ancora frammentato. Lo studio Catena del valore delle tecnologie di elettrificazione industriale in Italia, presentato da Fire (Federazione Italiana per l’Uso Razionale dell’Energia) presso il Gse, mette in luce un dato sorprendente: l’Italia è il secondo produttore europeo di tecnologie per la decarbonizzazione, subito dopo la Germania.

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La presentazione dello studio Fire al Gse.

Il primato tecnologico italiano nella filiera europea

Il documento rileva che circa il 60% della componentistica delle pompe di calore industriali, inclusi i compressori, è di fabbricazione italiana, e l’intera filiera europea copre quasi il 90% del valore delle apparecchiature. Questo patrimonio manifatturiero genera un valore della produzione stimato tra i 4 e i 5 miliardi di euro su un totale europeo di 24 miliardi, posizionando il nostro Paese come un hub tecnologico fondamentale per il futuro Clean Industrial Deal dell’Unione Europea.

Tuttavia, questo vantaggio competitivo è insidiato dai massicci investimenti provenienti da Asia e Stati Uniti, che minacciano di scalzare la leadership continentale se non supportati da politiche industriali adeguate.

Lo scenario energetico al 2030 e il potenziale inespresso

Le proiezioni analizzate nello studio indicano che, per centrare gli obiettivi di neutralità climatica al 2050, il settore industriale dovrà raggiungere un tasso di elettrificazione del 43% entro il 2030, partendo dal 39% registrato nel 2022. Sebbene l’Italia presenti un tasso di elettrificazione industriale tra i più alti in Europa, superiore alla media UE27 del 23%, l’intensità carbonica della nostra industria manifatturiera è diminuita solo del 17,8% in trent’anni, un ritmo giudicato insufficiente per la sfida climatica.

Il potenziale maggiore risiede nei processi a bassa e media temperatura (sotto i 150°C), tipici dei settori alimentare, tessile e cartario, dove le tecnologie elettriche come le pompe di calore industriali e la ricompressione meccanica del vapore (Mvr) sono già mature e pronte per l’uso.

Industria, oltre il risparmio energetico: i benefici di sito

Non si tratta solo di ridurre i consumi. L’indagine condotta da Fire tra produttori, fornitori e professionisti del settore rivela che l’adozione di elettro-tecnologie porta con sé benefici cosiddetti non energetici di grande rilievo. Al primo posto gli stakeholder indicano la riduzione dell’inquinamento locale e l’abbattimento delle emissioni carboniche di sito, seguiti da un netto miglioramento della sicurezza e del comfort termico per i lavoratori.

Questi fattori, uniti alla digitalizzazione e a una gestione più intelligente dei carichi elettrici, possono trasformare radicalmente la sostenibilità e l’immagine dei distretti industriali italiani.

Le barriere al cambiamento: costi, burocrazia e diffidenza

Nonostante la maturità tecnologica, il percorso verso l’elettrificazione è ostacolato da barriere significative. Il problema principale resta il costo dell’energia: in Italia, i costi di rete per i consumatori non domestici rimangono i più elevati tra i grandi Paesi europei, superando del 55% quelli francesi e di oltre il 500% quelli spagnoli.

A questo si aggiungono tempi di ritorno degli investimenti troppo lunghi e una cronica difficoltà di accesso agli incentivi. Molte imprese, specialmente le Pmi, manifestano una forte avversione al rischio quando si tratta di modificare processi produttivi consolidati, temendo incertezze sulle prestazioni e sull’affidabilità delle nuove macchine. Anche i meccanismi di supporto attuali, come i Certificati Bianchi, sono percepiti come troppo complessi o poco efficaci per le soluzioni tecnologiche più costose.

Le proposte per una transizione strutturale dell’industria

Per sbloccare il mercato, lo studio Fire suggerisce un cambio di passo nelle policy nazionali ed europee. È urgente revisionare il costo del carbonio e rimuovere le distorsioni che penalizzano l’elettricità rispetto ai combustibili fossili. Tra le proposte operative figurano l’attivazione delle aste collegate ai Certificati Bianchi e il lancio del nuovo schema Fer T per le rinnovabili termiche previsto per il 2026.

Fondamentale sarà anche la formazione di nuovo personale specializzato e la promozione di modelli di business innovativi, come i contratti a garanzia di risultato (Epc), che sollevino le imprese dal rischio tecnologico. Solo vincolando gli incentivi a interventi strutturali di efficienza si potrà evitare che i fondi pubblici, inclusi quelli del Pnrr, si traducano in benefici temporanei senza generare una vera competitività di lungo periodo.

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