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I quattro divari da colmare alla COP30. Il parere di CAN Europe, network europeo per il clima.

“A prima vista non promette bene!”. Così descrive Chiara Martinelli, director CAN Europe l’aria che tira a Belém a ridosso della trentesima Conferenza delle Parti dell’UNFCCC.

L’occasione è fornita da un media briefing organizzato il 5 novembre da Climate Action Network Europe, e focalizzato sulla posizione negoziale dell’UE in vista del vertice, in un clima generale di incertezza e apatia, che rischia di lasciare altri vuoti da colmare.

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“Il contesto in Europa e nel mondo è dominato da pochi negazionisti del cambiamento climatico: rumorosi, ben finanziati e ben organizzati. Ostacolano qualsiasi politica climatica, ambientale e sociale. Questi attori cercano di minare ogni passo in avanti e invocano il business-as-usual, dal quale solo in pochi traggono profitto a discapito della grande maggioranza, che paga il prezzo più caro. Quindi, a Belém abbiamo un divario da colmare”, ha argomentato Martinelli.

I quattro divari

Con una nota positiva, CAN Europe ritiene che ci siano spazi di manovra per colmare il divario. Ci sono elementi inediti, che avvengono sottotraccia. Ma sono quattro le tipologie di gap da affrontare, una per ogni campo d’azione:

Divario di ambizione: L’Emission Gap Report 2025 conferma che gli impegni statali sono insufficienti per il target di 1,5°C. Tuttavia, l’impegno crescente delle città (con i sindaci che agiscono su adattamento e rinnovabili) e la volontà popolare (l’Eurobarometro smentisce l’apatia, con oltre l’83% degli europei che chiede azioni decise) indicano una potenziale controtendenza.

Divario finanziario: L’assenza di un accordo finanziario adeguato impone alla COP30 di mobilitare investimenti massicci per adattamento, mitigazione, perdite e danni. I fondi esistono, ma vengono “dirottati” per favorire inquinatori e super ricchi, minando l’equità, anziché sostenere i Paesi più vulnerabili.

Divario di Solidarietà: Il vertice di Belém si svolge in un contesto di “crisi del multilateralismo”. I Paesi non possono agire isolatamente: la COP30 ha la responsabilità di dimostrare che la comunità internazionale può ancora dialogare e unirsi per trovare soluzioni. Fare sforzi collettivi è l’unica via percorribile.

Divario di giustizia: La COP30 è la prima dopo lo storico parere consultivo della Corte Internazionale di Giustizia. L’azione per il clima non è solo un’opzione, ma un obbligo giuridico legato ai diritti umani e agli accordi multilaterali. È fondamentale che i negoziati rafforzino il principio di responsabilità comune ma differenziata, che è alla base dell’Accordo di Parigi.

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L’anello mancante: NDC e target 2040

“Forse dovrei iniziare col titolo “UE 2040 e l’NDC”, perché era questo l’anello mancante fino a stamattina. I ministri hanno negoziato quasi tutta la notte. Se l’UE non avesse avuto un NDC da presentare alla COP 30, e il target al 2040, credo sarebbe stato un disastro, un imbarazzo generale, per così dire”, commenta Sven Harmeling, Head of Climate, CAN Europe

  1. A fronte degli emendamenti proposti il 2 luglio dalla Commissione UE sui target di riduzione delle emissioni, ieri mattina si è raggiunto un accordo di compromesso in seno al Consiglio Ambiente, che ha aperto la strada per fissare l’NDC della UE da presentare alla COP30. Dopo un percorso travagliato, il target è stato concordato con maggioranza piuttosto ampia, nonostante la reticenza di alcuni paesi, come Polonia e Italia. Il target al 2040 è del 90% di riduzione rispetto ai valori del 1990. Un obiettivo che, tra mille controversie, invia un segnale da non trascurare: l’UE non sta cedendo completamente ai negazionisti del clima e ai lobbisti dei fossili. Sulla carta, il 90% (85% domestico + 5% di crediti internazionali a partire dal 2036) dovrebbe rappresentare un’accelerazione dell’azione climatica.
  1. Nel definire il suo nuovo NDC, l’Unione Europea ha stabilito un obiettivo intermedio di riduzione delle emissioni per il 2035 (rispetto ai livelli del 1990) espresso con un intervallo tra il 66,25% e il 72,5%. L’unico modo per portare a casa l’NDC, che richiede l’unanimità.

Leggi anche: La scienza del clima protagonista alla Cop30 di Belém

Si delinea la necessità strategica per l’UE di affrontare a Belém il divario di ambizione. Nel giocare la sua partita diplomatica – è la considerazione di CAN Europe – l’UE deve evitare l’eccessiva enfasi sulla mitigazione, sottovalutando i bisogni dei Paesi in via di sviluppo in fatto di adattamento, finanza, perdite e danni. Dovrebbe piuttosto integrare la leva della mitigazione in un pacchetto di discussioni più ampio, costruendo consenso tra i Paesi più vulnerabili.

La spinosa questione dei finanziamenti

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Rachel Simon_ International Finance & Development, CAN Europe

“Alla COP 30 il tema dei finanziamenti sarà sicuramente presente in molti punti diversi tra i vari argomenti di negoziazione. Noi puntiamo su tre risultati principali. I primi due riguardano l’obiettivo di finanziamento per il clima concordato a Baku. Ora, a Belém, è il momento di dar seguito a questo obiettivo”, esordisce Rachel Simon, International Finance & Development, CAN Europe

  1. Finanziamenti ai Paesi in via di sviluppo.

L’obiettivo della Roadmap da Baku a Belém era quello di aumentare i flussi di finanza climatica verso i Paesi in via di sviluppo, puntando a mobilitare almeno 300 miliardi di dollari all’anno entro il 2035. Quale seguito si vorrà dare a questo obiettivo, a quello dei 300 miliardi, al ruolo dei paesi sviluppati? Sono tutte domande alle quali la COP30 dovrà dare una risposta. Ed è l’auspicio di CAN Europe che le Parti adottino una decisione chiara per dar seguito alla Roadmap. L’anno scorso sono state delineate alcune azioni per raggiungere l’obiettivo concordato.  Intanto si richiede ai Paesi sviluppati un piano di attuazione dei finanziamenti già nel 2026.  Poi fa riferimento al principio del polluter pays e alla tassa sulla ricchezza come potenziali fonti per mobilitare i fondi.

2. Ostacoli alla mobilitazione dei finanziamenti.

La finanza climatica globale si scontra con sfide sistemiche: nei Paesi in via di sviluppo, l’elevato costo del debito ostacola la possibilità di attrarre i fondi necessari. Altrove, la finanza pubblica è sotto pressione, le voci di spesa contratte, i fondi alla cooperazione internazionale ridotti. Affinché i paesi in via di sviluppo possano essere autonomi e finanziare con risorse proprie uno sviluppo resiliente al clima, è necessario sbloccare finanziamenti. Per farlo, gli interventi dovranno considerare il debito, la cooperazione fiscale e l’alto costo del credito.

3. Riallineamento dei flussi finanziari ai target climatici.

Un aspetto che si aggancia all’Articolo 2.1c dell’Accordo di Parigi. Non si tratta solo di trovare nuovi fondi, ma di smettere di finanziare ciò che danneggia il Pianeta. È quindi necessaria un’azione decisa per eliminare gradualmente i finanziamenti dannosi, in particolare quelli destinati ai combustibili fossili. L’UE deve dunque assumere un ruolo di leadership per costruire alleanze, spingendo affinché i Paesi sviluppati e i Paesi ricchi si facciano carico dell’impegno di eliminare i finanziamenti dannosi e promuovere riforme più ampie dell’architettura finanziaria internazionale.

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Consulente e ricercatrice freelance in ambito energetico e ambientale, ha vissuto a lungo in Europa e lavorato sui mercati delle commodity energetiche. Si è occupata di campagne di advocacy sulle emissioni climalteranti dell'industria O&G. E' appassionata di questioni legate a energia, ambiente e sostenibilità.