L’industria della meccanica varia italiana chiude il 2025 con il segno più, confermando una vitalità che le permette di tenere il passo con la media nazionale. Secondo i dati elaborati dall’ufficio statistica di Anima Confindustria, le esportazioni del comparto hanno registrato un incremento del 3,2%, un risultato che si allinea quasi perfettamente al +3,3% segnato dall’intero export italiano. Sebbene la performance tricolore risulti superiore a quella dei principali competitor europei, il quadro complessivo non autorizza facili entusiasmi: la crescita appare infatti polarizzata geograficamente, mentre il mercato interno continua a mostrare segnali di stagnazione, lasciando il settore in uno stato di equilibrio precario.

Primato americano sotto la minaccia dei nuovi dazi
Gli Stati Uniti si confermano il baluardo strategico per le tecnologie made in Italy, consolidando il ruolo di primo mercato di destinazione con un valore che supera i 4,9 miliardi di euro, in crescita del 12,3% rispetto all’anno precedente. Tuttavia, proprio su questa direttrice si addensano le nubi più scure. Il recente annuncio da parte della Casa Bianca di nuovi dazi su acciaio, alluminio, rame e relativi derivati rischia di colpire duramente la catena di fornitura italiana.
Secondo Pietro Almici, presidente di Anima Confindustria, la crescita osservata nell’ultimo anno è l’esito di una redistribuzione geografica della domanda che si sta concentrando su pochi mercati chiave a discapito di altri in via di indebolimento. Almici invita a una lettura estremamente cauta dei dati, sottolineando come l’attuale contesto macroeconomico sia funestato da aspettative industriali in calo e costi operativi in aumento. Il presidente mette inoltre in guardia sull’incertezza internazionale, citando nella nota stampa come fattori di rischio critico sia la possibile battuta d’arresto nei paesi del Golfo, sia l’impatto dei nuovi balzelli doganali americani sui semilavorati metallici.
Europa e mercati emergenti: avanzata della Polonia e boom algerino
All’interno dell’Unione Europea, che resta l’approdo principale per il 56,4% delle merci con oltre 17 miliardi di euro, le dinamiche sono eterogenee. La Germania mantiene salda la prima posizione con 3,7 miliardi di euro, seppur in una fase di stabilità quasi piatta. Mentre la Francia arretra leggermente, è la Spagna a brillare con un balzo dell’11,2%. Un dato geopolitico e industriale di rilievo è il sorpasso della Polonia ai danni della Cina: con 1,16 miliardi di euro, il mercato polacco diventa il settimo partner commerciale per l’export italiano della meccanica.
Spostando lo sguardo verso l’Asia e il Medio Oriente, la strategia italiana sembra premiare i paesi ad alto valore aggiunto. L’Arabia Saudita guida la classifica dell’area con 1,4 miliardi di euro, seguita da exploit significativi negli Emirati Arabi Uniti e in Qatar. Al contrario, si registra il brusco ridimensionamento di Singapore e il calo costante della Cina. Al di fuori delle aree tradizionali, emergono nuovi protagonisti: l’Algeria segna un eccezionale +70,6%, entrando nel novero dei primi venti partner mondiali insieme all’Australia.
Nuove frontiere in Sud America e l’incognita del primo semestre
Il Sud America si profila come la prossima terra promessa per la meccanica italiana, sostenuto dall’entrata in vigore, dal 1° maggio, dell’accordo Ue-Mercosur. Questo trattato, fortemente caldeggiato dal governo, promette di abbattere i dazi sul 91% dei prodotti, creando in prospettiva uno degli spazi commerciali più vasti al mondo. La proiezione strategica di Anima nell’area è già supportata da missioni di sistema in Argentina e Brasile e da accordi di cooperazione come il memorandum siglato con l’associazione Adimra.
Nonostante queste opportunità, il sentiment delle aziende rimane cupo. Un sondaggio interno rivela che circa il 40% delle imprese associate prevede una contrazione delle vendite all’estero per il primo semestre del 2026. Le preoccupazioni maggiori riguardano l’instabilità in Medio Oriente e le possibili ritorsioni commerciali americane. Oltre ai rischi d’esportazione, incombe la minaccia del rincaro energetico: le tensioni nei paesi del Golfo potrebbero generare costi aggiuntivi per le imprese italiane fino a 21 miliardi di euro.
Meccanica, l’appello alle istituzioni: servono politiche industriali e tagli ai costi
Sul fronte delle importazioni, la Germania rimane il partner principale, seguita da Cina e Stati Uniti, a conferma di un interscambio ancora profondamente radicato nell’asse europeo e asiatico. Tuttavia, il successo commerciale oltre confine non sembra bastare a garantire la tenuta del sistema.
Pietro Almici conclude la sua analisi definendo la fase attuale come “molto critica e del tutto incerta”. Per il presidente di Anima Confindustria, l’incremento delle esportazioni non può, da solo, bilanciare le carenze strutturali del sistema-paese, prima fra tutte l’assenza di una politica industriale di lungo respiro. Per questo, la richiesta alle istituzioni europee è di rimettere la manifattura al centro dell’agenda politica e di intervenire urgentemente per una riduzione dei costi energetici, condizione essenziale per scongiurare una crisi industriale che le attuali tensioni globali potrebbero rendere irreversibile.
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