Conflitto in Medio Oriente blocca il 20% del gas mondiale

Blocco dello Stretto di Hormuz stravolge i mercati: Iea rivede al ribasso le stime di crescita per il prossimo biennio

Il mercato globale del gas naturale, che all’inizio del 2026 mostrava segnali di distensione, è precipitato in una fase di profonda incertezza a causa dell’escalation militare in Medio Oriente. Secondo l’ultimo Gas Market Report dell’Iea, la chiusura dello Stretto di Hormuz avvenuta a marzo ha sottratto istantaneamente quasi il 20% della fornitura mondiale di Gnl. Questo shock improvviso ha interrotto bruscamente il trend ribassista dei mesi precedenti, innescando un’impennata dei prezzi che ha colpito con particolare violenza sia i mercati asiatici che quelli europei, riportandoli ai picchi registrati durante la crisi energetica del 2022/23.

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Foto di Paolo Mandica su Unsplash.

Addio alla tregua dei prezzi ed esplosione della volatilità

Prima della crisi di marzo, il settore aveva beneficiato di una stagione di riscaldamento 2025/26 caratterizzata da una solida crescita dell’offerta, grazie soprattutto all’entrata in funzione di nuovi impianti in Nord America. Tra ottobre e febbraio, i prezzi europei del Ttf erano scesi del 24% rispetto all’anno precedente, attestandosi su una media di circa 10,70 euro per milione di unità termiche britanniche (MBtu).

Tuttavia, con il blocco di Hormuz, le quotazioni sono schizzate verso l’alto: a marzo, il prezzo di riferimento in Europa ha raggiunto una media di circa 16,60 euro/MBtu, mentre in Asia il Platts Jkm è salito fino a sfiorare i 19,10 euro/MBtu. La volatilità ha toccato livelli record, raggiungendo il 160% nel mercato europeo e sfiorando il 300% in quello asiatico, riflettendo il panico per la perdita dei carichi provenienti da Qatar ed Emirati Arabi Uniti.

Sistema energetico messo alla prova dal clima e dai conflitti

La resilienza del sistema è stata testata non solo dalla geopolitica, ma anche da eventi climatici estremi. Tempeste come Goretti in Europa e Fern negli Stati Uniti hanno causato picchi di domanda record, evidenziando quanto la flessibilità del gas rimanga cruciale per la sicurezza elettrica.

In particolare, negli Stati Uniti, la tempesta invernale ha spinto i prezzi dell’Henry Hub al massimo storico di oltre 28,30 euro/MBtu a causa del congelamento dei pozzi estrattivi e dell’impennata dei consumi per il riscaldamento. In Europa, il ruolo del Gnl si è ulteriormente consolidato, arrivando a coprire oltre il 40% dell’offerta primaria totale durante l’inverno, compensando il calo costante della produzione domestica e delle importazioni via tubo.

Le ripercussioni a lungo termine e il ritardo dell’onda Gnl

Le conseguenze del conflitto non si limitano al breve termine. Il rapporto evidenzia che i danni subiti dalle infrastrutture di liquefazione in Qatar potrebbero ridurre l’output del paese di quasi 70 miliardi di metri cubi entro il 2030. Complessivamente, tra il 2026 e il 2030, il mercato dovrà rinunciare a circa 120 miliardi di metri cubi di gas naturale liquefatto, un volume pari al 15% dell’offerta globale attesa in quel periodo.

Questo deficit strutturale è destinato a ritardare di almeno due anni la nuova ondata di offerta che avrebbe dovuto allentare la pressione sui mercati mondiali, costringendo molte nazioni, specialmente in Asia, ad accelerare il passaggio ad altre fonti energetiche o a imporre misure di risparmio forzato per bilanciare il sistema.

Gas, nuove strategie per la sicurezza energetica globale

Di fronte a questo scenario, l’Iea sottolinea l’urgenza di rafforzare l’architettura della sicurezza energetica attraverso una maggiore cooperazione internazionale e la diversificazione dei contratti a lungo termine. Sebbene l’aumento della produzione in paesi come gli Stati Uniti, l’Australia e alcune nazioni africane stia parzialmente mitigando le perdite mediorientali, la stabilità rimane legata alla durata del blocco dello Stretto di Hormuz.

Ogni mese di chiusura comporta la perdita di circa 10 miliardi di metri cubi di gas, una voragine che sta già costringendo i grandi importatori a rivedere radicalmente le proprie strategie di approvvigionamento per il prossimo inverno.

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