Accordo sui dazi: l’Europa compra energia USA in cambio della pace commerciale

Al Trump Turnberry resort in Scozia, USA-UE raggiungono l’accordo sulla tariffa base del 15%

«Gentile Signora Presidente, è per me un grande onore inviarle questa lettera, in quanto dimostra la forza e l’impegno delle nostre relazioni commerciali e il fatto che gli Stati Uniti d’America abbiano accettato di continuare a collaborare con l’Unione Europea, nonostante uno dei nostri maggiori deficit commerciali con voi. Ciononostante, abbiamo deciso di andare avanti, ma solo con un COMMERCIO (letteralmente in maiuscole ndr) più equilibrato ed equo”. 

Abbiamo già avuto modo di leggere la lettera che il Presidente Donald Trump aveva inviato l’11 luglio scorso alla presidente della Commissione Europea Ursula Von der Leyen, minacciando dazi generici del 30% sulle merci dell’UE a partire dal 1° agosto. Ora, il peggio sembra essere scongiurato.

La minaccia di una tariffa al 30% aveva forse colto un po’ di sorpresa l’Unione Europea. L’Ue difatti sperava di non riceverla quella lettera, come invece era accaduto a diversi paesi, dopo la sospensione di 90 giorni sui precedenti dazi di aprile.

Le tariffe di Trump sono state progettate per essere ampie, ma con alcune eccezioni strategiche per settori chiave come l’energia.  La strategia prevede una tariffa base reciproca (stabilita adesso al 15% su quasi tutte le importazioni negli Stati Uniti), che funge da punto di partenza. Parallelamente alla tariffa base, Trump aveva introdotto tariffe più elevate e specifiche per i paesi con cui gli Stati Uniti registrano i maggiori deficit commerciali, percepiti dall’Amministrazione USA come “vantaggi sleali”, il caso dell’Europa, appunto.

Al di là del raggiungimento dell’accordo commerciale di ieri c’è da dire che la concentrazione industriale europea è bassa. Eppure bisogna stare in guardia su una vastissima gamma di prodotti. 

L’accordo di ieri, stando alle dichiarazioni della stessa Von der Leyen, sembra comunque prevedere il “tutto compreso”, fatta eccezione per acciaio e alluminio, che restano invariati. “Ci siamo stabilizzati su un’unica aliquota tariffaria del 15% per la stragrande maggioranza delle esportazioni dell’Ue. Questa aliquota si applica alla maggior parte dei settori, inclusi automobili, semiconduttori e prodotti farmaceutici. Questo 15% rappresenta un limite massimo, quindi niente cumuli, tutto compreso. Quindi, fornisce la chiarezza di cui i nostri cittadini e le nostre imprese hanno tanto bisogno, e questo è assolutamente cruciale”, ha dichiarato la presidente della Commissione UE a margine dell’incontro con Donald Trump.

Un accordo che “porterà molta amicizia tra Stati Uniti e Unione Europea” ha dichiarato il Presidente americano. Già, perché, al di là della tariffa al 15%, l’accordo include elementi in linea con le mire trumpiane: 600 miliardi di dollari di investimenti europei negli Stati Uniti e acquisti per 750 miliardi in energia ed equipaggiamenti militari. Investimenti europei, peraltro, che già l’Inflation Reduction Act di Biden intendeva attrarre. Sotto forma di incentivi, però, piuttosto che di minacce. 

L’intesa commerciale raggiunta tra USA e UE, inoltre, introduce “dazi zero” per una serie di beni considerati strategici, tra cui aeromobili, farmaci generici, risorse naturali e materie prime essenziali.

Le esenzioni tariffarie su prodotti energetici

In generale, un fattore chiave della strategia tariffaria di Trump è il debito pubblico statunitense, passato da circa 60% del Pil nel 2000 al 120% attuale. Trump sembra intenzionato a trasferire l’onere sui consumatori americani attraverso dazi sulle importazioni, una sorta di “tassa mascherata”. Questo dovrebbe limitare la necessità di pagare il debito pubblico tramite entrate fiscali. Ma ci sono prodotti, considerati strategici, che sono stati esentati già dall’inizio dalla strategia tariffaria di Trump. E tra questi rientrano i prodotti legati all’energia. Perché?

Posto che la relazione energetica tra l’UE e gli Stati Uniti è principalmente caratterizzata dalle importazioni europee di prodotti energetici dagli Usa, piuttosto che il contrario, l’ordine esecutivo del 2 aprile 2025 (e le successive conferme) esclude specificamente dai dazi i prodotti energetici “puri”, come petrolio greggio, gas naturale e prodotti energetici raffinati.

Questa esenzione è una chiara scelta strategica dell’amministrazione Trump per mantenere bassi i prezzi dell’energia negli Stati Uniti e per utilizzare la leva dei dazi su altri settori come strumento per spingere l’UE ad acquistare più energia dagli Usa. Strategia che, alla luce dell’accordo commerciale di ieri, sembra aver fatto centro, rappresentando un vantaggio strategico per gli Stati Uniti. 

È stata questa la leva per raggiungere l’accordo. La “seconda ondata” di dazi non sarà il 30% temuto, ma un 15% generalizzato in cambio di altri impegni da parte dell’UE: l’Europa si impegna ad acquistare un’enorme quantità di prodotti energetici dagli Stati Uniti senza dazi. Trump ha dichiarato che l’UE acquisterà circa 750 miliardi di dollari di energia americana in tre anni. 

L’esenzione, però, non si applica esclusivamente all’Europa, ma rappresenta una caratteristica generale della politica tariffaria. Le tariffe di Trump sono state progettate per essere ampie, ma con alcune eccezioni strategiche per settori chiave come l’energia. 

Diverse analisi confermano che settori strategici come l’energia sono stati quasi completamente esclusi dalle misure tariffarie, già dall’ordine esecutivo del 2 aprile scorso. Secondo Export Planning, una piattaforma online di market intelligence, elettricità, prodotti petroliferi e derivati del carbone mostrano un’ esenzione al 100%. Ma anche le materie prime energetiche hanno un livello di esenzione molto alto (95%). Tali esclusioni riflettono la chiara intenzione di evitare ripercussioni su input ritenuti cruciali per la competitività della produzione statunitense, e difficilmente sostituibili nel breve termine.

In sintesi, la politica di Trump mira a proteggere l’industria energetica interna degli Stati Uniti. La decisione di esentare i prodotti energetici “puri” dai dazi generalizzati è fortemente legata alla volontà di evitare controdazi e ripercussioni negative sull’economia e la stabilità energetica degli Stati Uniti. 

E la transizione energetica in Ue?

Resta da capire l’impatto che l’accordo potrà avere sulla transizione energetica in Europa. Le implicazioni sono complesse per la filiera delle componenti necessarie, nonostante le apparenze.  Nonostante la tariffa generale ridotta e l’esclusione di materie prime energetiche, gli effetti sulla filiera delle rinnovabili possono essere significativi per vie indirette. L’accordo generale prevede un dazio del 15% sulla maggior parte delle importazioni UE negli USA. Ma non è ancora chiaro come siano trattate le componenti per le energie rinnovabili

Il punto cruciale restano i dazi su acciaio e alluminio. Le tecnologie per la transizione energetica – come pale eoliche, torri delle turbine, telai dei pannelli solari, strutture di supporto – dipendono fortemente da acciaio e alluminio. E Trump non ha usato mezzi termini nel dichiarare che i dazi su questi prodotti restano invariati al 50%, considerandoli una “questione globale”. Un onere così gravoso si traduce in un aumento significativo dei costi di produzione per le imprese europee, rendendole meno competitive e col rischio di rallentare gli investimenti nelle rinnovabili.

Non solo. La produzione di queste tecnologie si basa su catene di approvvigionamento transnazionali. Se Trump considera acciaio e alluminio una “questione globale”, continuando ad applicare dazi elevati anche ad altre regioni del mondo, questo potrà avere un forte impatto sui prezzi. E se anche l’Europa guardasse ai paesi asiatici per importare questi prodotti, i dazi USA su quei paesi potrebbero avere effetti a cascata anche sulla filiera europea.

L’accordo implica un impegno colossale dell’Europa ad acquistare in tre anni dagli USA 750 miliardi di dollari di energia (principalmente fossile, come il GNL). E questo sposta l’attenzione dell’UE verso l’acquisto di combustibili fossili, potenzialmente a discapito della transizione energetica.

Se da un lato l’accordo ha evitato il peggio per l’economia europea nel suo complesso, dall’altro le implicazioni per la filiera della transizione green sono tutt’altro che rosee. Il mantenimento di dazi elevati su acciaio e alluminio, oltre all’impegno massiccio per l’acquisto di energia fossile americana, potrebbero rendere la transizione energetica europea più costosa e più lenta.


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Consulente e ricercatrice freelance in ambito energetico e ambientale, ha vissuto a lungo in Europa e lavorato sui mercati delle commodity energetiche. Si è occupata di campagne di advocacy sulle emissioni climalteranti dell'industria O&G. E' appassionata di questioni legate a energia, ambiente e sostenibilità.